Il neoidealismo italiano identifica la coscienza (nella quale solo la realtà può esistere) con la coscienza
«attuale». (FC, XIV, 1) Croce (1866-1952), in questo senso, afferma che non esiste altra realtà che la
realtà storica e che il pensiero della realtà (cioè la filosofia), perciò, è storiografia (la quale ha come
oggetto sempre e solo la storia contemporanea, cioè la realtà attuale). (FC, XIV, 2a) l'errore
fondamentale di Hegel (secondo Croce) è di aver trattato come concetti opposti quelli che sono solo
«distinti»: la vita dello spirito, infatti, si muove circolarmente tra arte, filosofia, economia ed etica (che
non sono tra loro opposte, ma distinte). (FC, XIV, 2b-c)
In effetto, una proposizione filosofica o definizione o sistema (come l'abbiamo chiamata) nasce nella
mente di un determinato individuo, in un determinato punto del tempo e dello spazio, e tra condizioni
determinate; ed è perciò, sempre, storicamente condizionata. Senza le condizioni storiche, che pongono
la domanda, il sistema non sarebbe quello che è. La filosofia kantiana non si poteva avere al tempo di
Pericle, perché presuppone, per non dir altro, la scienza esatta della natura, svoltasi dal Rinascimento in
poi, come questa le scoperte geografiche, l'industria, la civiltà capitalistica o borghese, e via
discorrendo: e presuppone ancora lo scetticismo di Davide Hume, il quale a sua volta presuppone il
deismo dei principi del secolo decimottavo, che, a sua volta, rimanda alle lotte religiose d'Inghilterra e d'Europa tutta nei secoli decimosesto e decimosettimo, e via discorrendo. D'altra parte, se Emanuele Kant rivivesse ai tempi nostri, non potrebbe scrivere la Critica della ragion pura senza modificazioni
tanto profonde da farne non solo un libro, ma una filosofia affatto nuova, sebbene comprendente in sé la sua vecchia filosofia. (...) Del resto, il Kant rivive veramente ai tempi nostri, mutato nome (e che cosa è l'individualità contrassegnata dal nome se non un accozzo di sillabe?); ed è il filosofo del tempo nostro,
in cui si continua quel pensiero filosofico che un tempo prese, tra gli altri, il nome scoto-tedesco
di « Kant».1 E il filosofo del tempo nostro, voglia o non voglia, non può saltar fuori dalle condizioni
storiche in cui vive, o fare che ciò ch'è avvenuto prima di lui non sia avvenuto: quegli avvenimenti sono
nelle sue ossa, nella sua carne e nel suo sangue, e deve tenerne conto, cioè conoscerli storicamente; e,
secondo l'ampiezza in cui si estende questa sua conoscenza storica, si estende l'ampiezza della sua
filosofia. Se non li conoscesse, e li portasse solamente in sé come fatti di vita, sarebbe in condizioni
non diverse da un qualsiasi animale. (...)
Si richiede, dunque, per la verità della risposta, che s'intenda il significato della domanda, e, per la
verità della filosofia, che si conosca la storia. (...), come piace anche dire, con denominazione a potióri,
la storia della filosofia: la quale di necessità, in quanto storia di un momento dello spirito, chiude in sé
tutta la storia. (...) Bisogna conoscere il significato dei problemi del proprio tempo; il che importa conoscere
anche quelli del passato per non iscambiare gli uni con gli altri e dar luogo a un'impervia
confusione. E in certa misura, secondo la qualità del problema, bisognerà conoscere anche le scienze
naturalí, fisiche, matematiche, ma non in quanto tali, per isvolgerle in quanto tali, sibbene anch'esse in quanto conoscenze storiche circa lo stato delle scienze naturali, della fisica, della matematica, per intendere i problemi filosofici che concorrono a suscitare. (...)
Cangiando la storia, la filosofia cangia anch'essa; e poiché la storia cangia a ogni istante, la filosofiaè, a ogni istante, nuova. Ciò si può osservare nel caso stesso della comunicazione che si effettua della
filosofia da un individuo all'altro, per mezzo della parola o della scrittura. Anche in quella trasmissione
il cangiamento interviene subito; perché, quando abbiamo semplicemente rifatto in noi il pensiero di un
filosofo, siamo nelle condizioni stesse di colui che ha gustato un sonetto o una melodia e adeguato il
suo spirito a quello del poeta o del compositore; e ciò in filosofia non soddisfa. Possiamo estasiarci
ricantando una poesia e rieseguendo una musica, quale essa è, senza ritoccarla in nulla; ma una proposizione filosofica non ci pare di possederla se non quando l'abbiamo tradotta, come si dice, nel nostro linguaggio; ossia, in effetto, quando fondandoci sopr'essa, abbiamo formato nuove proposizioni
filosofiche e risoluto nuovi problemi, sorti nel nostro animo. Perciò nessun libro contenta mai del
tutto; ogni libro spegne una sete solamente per darne una nuova. Tanto che, a lettura finita o nel corso
della lettura, si prova spesso il rammarico di non potere dialogare a viva voce con l'autore; e siamo
tratti, come Socrate nel Fedro, a giudicare le orazioni scritte simili alle pitture, perché non rispondono
alle domande, ma ripetono sempre le cose già dette2. (...)
Senonché l'autore stesso di una proposizione filosofica è sempre insoddisfatto, e sente che il
suo discorso o il suo scritto basta appena per un istante, e subito poi si dimostra dal più al meno
insufficiente. (...) Soddisfatto è solamente colui il quale, a un certo momento, cessa dal pensare,
e si mette ad ammirare sé medesimo, cioè il suo cadavere di pensatore; e fa oggetto delle sue
cure, non più l'arte o la filosofia, ma la propria persona: quantunque nemmeno questa sia per
dargli in fine l'appagamento che immagina, perché la vita, non meno del pensiero, è vorace e
insaziabile. A ogni modo, per soddisfarsi filosoficamente, l'autore deve immobilizzarsi nella
formola. (...) Chi non s'immobilizza, non ha altra consolazione se non quella di pensare, come
Socrate, che i suoi discorsi non resteranno sterili, ma saranno fecondi; e altri discorsi ne
rampolleranno nel proprio animo e in quello degli altri, nei quali egli ha gettato la buona
sementa. Si consolerà pensando che la vita è infinita, e infinita 1a filosofia. (...)
Nessun altro significato fuori di questo si può trovare nella celebrata eternità della filosofia,
nella sua superiorità al tempo e allo spazio. L'eternità di ogni proposizione filosofica è da
affermare contro coloro che considerano tutte le proposizioni come prive di valore e fuggevoli
senza traccia, fenomeni di una brutale materia, che sola permarrebbe costante; perché le
proposizioni filosofiche, sebbene storicamente condizionate, non sono effetti deterministicamente
prodotti di tali condizioni, sibbene creazioni del pensiero, che si continua in esse e per esse. Ma
l'eternità stessa è da negare quando s'intenda come fantastico isolamento dalle condizioni storiche,
e affermare bisogna invece la relatività di ogni filosofia, badando solo a che questo
concetto di relatività non assuma l'erronea veste di materialismo storico e di determinismo
economico. (...)
La filosofia dunque non è né fuori né a capo o a termine, né si ottiene in un momento o in
alcuni momenti particolari della storia; ma, ottenuta in ogni momento, è sempre e tutta
congiunta al corso dei fatti e condizionata dalla conoscenza storica. (...) E filosofia e storia non
sono già due forme, sibbene una forma sola, e non si condizionano a vicenda, ma addirittura
s'identificano. La sintesi a priori, che è la concretezza del giudizio individuale e della definizione, è
insieme la concretezza della filosofia e della storia; e il pensiero, creando sé stesso, qualifica
l'intuizione e crea la storia. Né la storia precede la filosofia né la filosofia la storia: l'una e l'altra nascono
a un parto. E, se alcuna precedenza o primato si vuole accordare alla filosofia, si può
solamente nel senso che l'unica forma, la filosofia-storia, prende il suo carattere, e merita perciò di
togliere il nome, non già dall'intuizione ma da ciò che trasfigura l'intuizione: dal pensiero e dalla
filosofia.
Per fini didascalici filosofia e storia, come sappiamo, vengono bensì distinte col considerare
filosofia quella forma di esposizione in cui è dato risalto al concetto o sistema, e storia quella in cui
il risalto è del giudizio individuale o racconto. Ma, per ciò stesso che il racconto include il concetto,
ogni racconto vale a chiarire e risolvere problemi filosofici, e, per converso, ogni sistema di
concetti getta luce sui fatti; onde la conferma della bontà del sistema è nella potenza di cui esso dà
prova nell'interpretare e narrare la storia: la pietra di paragone delle filosofie è la storia. Per diverse
che le due cose sembrino a cagione della diversità estrinseca e letteraria delle scritture o libri nei
quali l'una o l'altra viene trattata, e quantunque la divisione didascalica si valga di attitudini diverse
che l'esercizio a sua volta concorre a determinare, 1'intíma unità si fa chiara sempre che si vada al
fondo di una proposizione sia filosofica sia storica. 11 caso, che si suole opporre, di contrasti tra
filosofia e storia si risolve nel contrasto tra due filosofie, l'una vera e l'altra fallace, o entrambe
variamente miste di verità e di fallacia. (...) Dall'intuizione, che è individuazione indiscriminata, si
sale all'universale, che è individuazione discriminata; dall'arte alla filosofia, che è storia. Il secondo
grado, appunto perché secondo, è più complesso del primo; ma questa complessità non importa che
esso sia come spezzato in due minori gradi, filosofia e storia. Il concetto, con un sol colpo d'ala,
afferma sé stesso e s'impadronisce della realtà tutta, che non è diversa da lui, ma è lui stesso.
CROCE, Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari 1971, pp. 184-193.
----------------------
Gli scritti di Croce sono numerosi. Tra i principali ricordiamo Ciò che è vivo e ciò che è morto nella
filosofici di Hegel (1906), la Logica come scienza del concetto puro (1909), la Filosofia della pratica (1909)
Teoria e storia della storiografia (1917), La storia come pensiero e come azione (1938).
--------------------
1 Croce riprende qui la tipica concezione dell'hegelismo, secondo la quale nella storia della filosofia si manifesta lo Spirito
stesso; sì che, propriamente, i singoli pensatori non sono che manifestazioni parziali (e, in quanto individui, accidentali)
dell'unica Verità in cui la filosofia nel suo complesso consiste. E riprende pure l'idea (ancora hegeliana) di uno sviluppo della
storia del pensiero filosofico tale che ogni pensatore comprende, nel suo pensiero, anche le posizioni di coloro i quali l'hanno
preceduto. È per questo, essenzialmente, che Croce può qui sostenere che Kant rivive nel pensatore contemporaneo: perché
in quest'ultimo è compresa (sia pure come superata) anche la filosofia kantiana.
2 Nel Fedro platonico si legge infatti che "la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I
prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso
modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu,
volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa." (275d. Tr. it. di P. Pucci, in Platone, Opere, Laterza, Roma-Bari 1974, vol. 1, p. 792). |