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Quando ci poniamo, come poc'anzi, il problema della natura della coscienza, vien da sé che la domanda "da dove nasce la coscienza?" scalza qualsiasi altra argomentazione logica. Nicholas Humphrey - psicologo e autore di un autorevole articolo pubblicato su Nature's Psychologist - ipotizzava lo sviluppo dell'autocoscienza come naturale evoluzione della capacità di creare e accertare ipotesi sul comportamento altrui. Nel mio Conditions of Personhood teorizzavo qualcosa di analogo individuando una tappa evolutiva fondamentale nel passaggio da un sistema intenzionale di primo ordine - ovvero capace di desideri e credenze su molte cose, ma non su desideri e credenze- a uno di secondo ordine, capace invece di metapensiero.
Ora, è mia opinione - e non solo mia - che il pensiero nasca con il linguaggio. Le parole ci rendono intelligenti perché semplificano il nostro orientarci nel mondo, creando punti di riferimento. Muoversi nel mondo astratto delle idee sarebbe impossibile, se non avessimo quei punti di riferimento memorizzabili e condivisibili che sono le parole.
Nessun momento nella vita di un individuo è più significativo di quello in cui impara a parlare, avendo cura di sottolineare l'inadeguatezza del verbo "imparare", giacché è provato che l'essere umano è geneticamente predisposto al linguaggio. Secondo un'esagerazione cara al linguista Noam Chomsky, i bambini non hanno bisogno di imparare la propria lingua, perché hanno delle disposizioni di apprendimento innato che si adattano al contesto in cui vivono, esattamente come gli ucceli non si devono preoccupare delle loro penne per volare.
Ogni bambino impara in media dodici parole al giorno, per anni, almeno fino all'adolescenza. La fase iniziale di questo apprendimento è segnata dalle vocalizzazioni informi che il bambino emette nei primi due anni di vita e che costituiscono una sorta di cronaca privata del mondo.
I bambini adorano parlare a se stessi, anche quando non sono ancora capaci di comprendere il significato delle parole che dicono. Inizialmente sono i suoni a essere rievocativi, non le parole. L'abitudine a ripetere parole, pur non conoscendone il significato, crea legami di riconoscimento e di associazione tra le facoltà uditive e le correlate proprietà sensoriali. In altre parole, il bambino sta disponendo delle etichette verbali sul mondo circostante.
Passo dopo passo, nell'acquisizione del linguaggio, le nostre etichette diventano sempre più elaborate, fino ad arrivare alla semplice rappresentazione mentale, capace di richiamare
tutte le associazioni appropriate. Adesso sappiamo "comprendere", oltre che nominare, gli oggetti che ci circondano: abbiamo creato dei concetti. Appare allora evidente che la parola ha assolto alla funzione di prototipo del concetto.
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