Entelechia
Il termine entelechia (pr.: entelechìa ) è stato coniato da Aristotele per designare la sua particolare concezione filosofica di una realtà che ha iscritta in sé stessa la meta finale verso cui tende ad evolversi. È infatti composto dai vocaboli en + telos , che in greco significano "dentro" e "scopo", cioè una sorta di "finalità interiore".
Aristotele parlò di entelechia in contrapposizione alla teoria platonica delle idee, per indicare come ogni ente si sviluppi a partire da una causa formale interna ad esso, e non da ragioni ideali esterne come affermava invece Platone che le situava nel cielo iperuranio . Entelechia è quindi il modo con cui un organismo tende a realizzare sé stesso secondo leggi proprie, passando dalla potenza all'atto.
È noto come, secondo Aristotele, il Divenire si possa considerare pienamente spiegato quando se ne individuino le sue quattro cause: Causa Materiale, Causa Formale, Causa Efficiente e Causa Finale. Per designare il compimento del fine Aristotele usò appunto il termine entelechia che indica lo stato di perfezione, di qualcosa che ha raggiunto il suo fine.
http://it.wikipedia.org/wiki/Entelechia
In Leibniz l'entelechia è riferita alla qualità propria della monade di avere il compimento del proprio fine in sé stessa senza l'apporto di alcun principio esterno (www.riflessioni.it).
In economia, il termine di "fatto entelechiano" è stato introdotto dall'economista Giovanni De Maria per mettere in evidenza i "fatti nuovi" ed esterni alle variabili di natura economica che rompono gli equilibri di un modello econometrico; ad esempio: gli effetti della terribilità di una guerra sulla serie dei prezzi rilevati lungo la sua durata.
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