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Al mare
di Raffaele Bonomi

A mio zio Valerio

Era una deliziosa, piccola spiaggetta: solo mare e sabbia, sabbia e mare, sole, onde, qualche pino, delle tamerici e cinque villette.

Piccola spiaggia perché ben poco frequentata, ma l'arenile era immenso e l'occhio spaziava libero a perdita di vista per tutta la costa romagnola da Cervia a Rimini ed oltre. Ci sono altri mari ed altre spiagge, ma l'Adriatico è il mare più mare di tutti: le distese di sabbia che si perdono nelle foschie dorate dell'orizzonte, il mare senza isole, le onde che provengono dal nulla e procedono in file ordinate, tutte con i loro graziosi riccioli di spuma candida, tutto induce all'immenso, all'infinito. Il tempo era scandito dal lieve, regolare frangersi delle onde sulla sabbia, dal lento ruotare delle ombre; all'orizzonte il glauco del mare ed il celeste del cielo sembravano fondersi in un unico amalgama.

Sull'azzurro del mare spiccavano le vele di molte barche; non bianche e spettrali come quelle d'oggi, ma tutte a colori vivaci: rosso e giallo e i velai avevano sbrigliato la loro fantasia raffigurando Soli, Lune, decorazioni strane. Erano le barche dei pescatori: una vela, un remo, un'ancora; solo poche, le più grandi, avevano due vele e l'ausilio di un motore. Tiravano le reti, ma a volte trasportavano anche carichi di fieno, pecore, mattoni.

Cinque piccole ville, allineate sulla spiaggia di fronte al mare, cinque piccoli giardini sabbiosi ed una straduccia sterrata sul retro: S. Mauro a mare, come con una punta di orgoglio veniva chiamata quella piccola frazione di S.Mauro Pascoli. Più arretrato c'era un negozietto che vendeva di tutto: dallo zucchero alla carbonella, dai pomidoro al sapone. Vi si entrava attraverso una porta guarnita di una tenda fatta di spaghi e tollini della birra. Per noi bimbi era l'angolo dei desideri perché c'erano anche palette, secchielli, qualche modellino di barca. Lì vicino un tale Pironi, muratore, mattone su mattone si andava costruendo la pensione: “Pensione Pironi”, che ogni anno ingrandiva un pochino e che la moglie Caterina gestiva con piglio manageriale.

Era l'ultima in fondo alla fila, la villetta del nonno, proprio al confine del comune di S. Mauro, a ridosso del fossone di drenaggio della tenuta dei Torlonia. L'aveva fatta costruire negli anni venti, il nonno, e poiché in fianco aveva una piccola torre veniva chiamata “ La Torretta ”. In realtà la torre più che ad una torre assomigliava a un minareto, ma allora non c'era pericolo di confonderla con una moschea e così per tutti era “ La Torretta ” ed era, per il suo aspetto un po' eccentrico, un punto di riferimento che si vedeva da lontano. Davanti solo la spiaggia e il mare, non c'era una strada o un lungomare o altri impicci: si scendevano tre o quattro gradini e i piedi sprofondavano nella sabbia.

Erano stati, i cinque proprietari delle villette, i pionieri del turismo locale. Raccontavano che nei primi tempi non avessero nemmeno la corrente e rischiarassero coi lumi a petrolio. Raccontavano anche di un tal Callisto, un anziano pescatore che campava pescando cefali. Questo Callisto aveva impiantato a poca distanza dalla riva una rete fissa a forma di spirale nella quale andavano ad intrappolarsi i pesci, specie i cefali. Quando era ora di controllare o di recuperare il pesce catturato, Callisto, senza barca od altro, entrava in mare, ma prima si calava le brache e restava in camicia e siccome le mutande non sapeva nemmeno cosa fossero, affidava le sue frattaglie al vento e alle onde. Scandalo! Redarguito dai capi famiglia:

“ Ma ci sono delle signore, delle ragazze giovani, si copra!”

Callisto replicava:

“ E' tutta la vita che mi levo le brache e nessuno mi ha mai detto niente. Io ero padrone di fare e disfare tutto quel che volevo. E adesso siete arrivati voialtri a rompere e pretendete di insegnarmi cosa bisogna e non bisogna fare. Io faccio come ho sempre fatto!”

Il problema fu risolto regalandogli un costume da bagno, ma ci volle del bello e del buono a convincerlo di indossarlo.

Io allora non lo sapevo, ma ero un bambino veramente fortunato. Io e tutti gli altri bambini che godevano di quel piccolo paradiso eravamo dei privilegiati. Coccolato dalla nonna che mi aveva in consegna per tutta l'estate, appena fatto colazione ero in spiaggia con tutti gli altri bambini e la nostra vita sino al tramonto si svolgeva tra sabbia e mare. Su tutti imperava Speranza, una ragazzina di circa dodici anni, l'unica che indossasse il costume da bagno intero sotto il quale si indovinavano due foruncoli in germoglio e ciò da solo bastava a farcela considerare una donna matura e vissuta.

Eravamo sempre intenti a trafficare con la sabbia. Castelli di aspetto vagamente gotico con stalattiti di sabbia sulle mura, sagome di montagne, scavi di pozzi artesiani: si puliva la spiaggia dalla sabbia asciutta, poi si scavava in verticale finché la dita non sentivano l'umido ed infine la mano tornava alla luce tutta bagnata d'acqua. Poi c'era il vulcano: occorreva procurarsi una scopa, la si ficcava dritta in verticale e le si ammucchiava attorno un montarozzo di sabbia umida, quindi si scavava una galleria orizzontale che si riempiva di giornali ed infine, tolta la scopa si accendevano i giornali con uno zolfanello. Questa operazione la faceva la Speranza che era l'unica che si azzardasse a manovrare i fiammiferi; dopo un po' un bel fumo grigio usciva dal buco tra l'ammirazione di tutti, bambini ed adulti. Ma il gioco preferito era quello delle biglie; nella sabbia si realizzava una pista tortuosa, accidentata, con cavalcavie e sottopassi, poi si dava di piglio alle palline che erano di terracotta colorata ed uno alla volta si tiravano facendo archetto col dito. E guai se uscivano dalla pista perché l'incauto veniva penalizzato! “ Bartali!, Vicini! Valetti!”. Ognuno battezzava la propria biglia col nome del corridore preferito.

 

 

 

 

C'erano anche le corse ed i giochi con la palla; palla prigioniera, palla a volo, bandiera, poi i disegni sulla sabbia umida: tutto sotto l'occhio benevolo degli adulti che se ne stavano pigramente sdraiati all'ombra della tenda mentre noi bambini eravamo sempre sotto il sole ad abbrustolirci.

Qualche volta i nostri giochi erano interrotti dai pescatori, quelli della “tratta”. Era questo un tipo di pesca praticato da quelli che più disperati non potevano essere; in una dozzina rimediavano una scalcinata barchetta a remi dalla quale calavano una rete mentre circondavano un tratto di mare, poi a poco a poco a forza di gambe e di braccia la tiravano a riva e raccoglievano quel po' di pesce e di granchi rimasti intrappolati. Il pescato era subito venduto per pochi spiccioli alle villeggianti e a mezzogiorno era già fritto e mangiato.

Il mare dovevamo contemplarlo fino alle undici di mattina, ora in cui si poteva fare il bagno.

“ Prima no, che l'acqua è fredda e ti si blocca la digestione! E non andare troppo lontano che c'è la fossa! Non sei ancora capace di arrivare alla prima secca!”

Erano le raccomandazioni di rito. Altra raccomandazione che sempre arrivava puntuale era di asciugarsi subito dopo il bagno, altrimenti la goccioline d'acqua concentrando i raggi del sole avrebbero potuto ustionare la pelle. Gli adulti avevano i loro pallini, come ad esempio il pallino che appena si arrivava al mare ti davano la purga e il brodo, altrimenti col cambio di aria…

Bagnini, Deo grazia, non ce n'erano, né tampoco divieti di balneazione con bandiere rosse ( che le avesse proibite il Duce?) od altri segnali. Si faceva il bagno sempre, anche con onde piuttosto alte, tranne che soffiasse il Garbino, il vento caldo che viene da terra, spiana il mare come un olio ed invita proprio a tuffarsi.

“ Oggi no! Niente bagno, c'è il Garbino. E' traditore, ti scava la sabbia sotto i piedi, ti porta al largo e non riesci più a tornare a riva.”

Si favoleggiava di un bagnante che era stato portato via e nessuno lo aveva più rivisto. Nella nostra fantasia il Garbino ce lo raffiguravamo come un mostro, una specie di polipo che ti scavava coi tentacoli sotto i piedi e se t'acchiappava eri fritto. Altro spauracchio era il pesce ragno, che si acquattava nella sabbia e se lo calpestavi ti pungeva con una spina velenosa e ti si gonfiava il piede come in pallone.

Il moscone! Era il vertice del divertimento in acqua. Non c'erano i pedalò, quei buffi ed impacciati arnesi che usano adesso, i nostri erano veri mosconi, piccoli catamarani a remi, agili e veloci. Bisognava fare un po' di commedia con la nonna o la mamma per ottenere i cinquanta centesimi del noleggio e poi si andava dalla “ bagnina” , una donna di mezza età, vestita di nero che di bagnino non aveva proprio nulla ma che possedeva cinque o sei mosconi da noleggiare a mezze ore, e via! Bisognava imparare a varare l'imbarcazione giusto a perpendicolo con le onde altrimenti la ributtavano in spiaggia e cosi pure all'arrivo a farsi aiutare dall'onda che poteva anche essere non troppo piccola e poi imparare a destreggiarsi coi remi per vogare avanti, indietro, voltare e andare dove si voleva noi e non dove voleva la barca. Il risultato era che a dieci anni remavamo come dei balenieri norvegesi. O quasi.

Gli adulti lasciavano fare, anche se qualche volta rompevano con i loro richiami. Ma c'era un posto che era tutto nostro, solo nostro: la duna. Si passava il fossone della tenuta su una passerella: era un luogo infido che non ci piaceva, pieno di ranocchi e di strani insetti che camminavano sull'acqua stagnante e verdastra. Poco più avanti c'era un fiumicello che ci separava da Gatteo e che scorreva placido con l'acqua alta una spanna: era il Rubicone, il fiume di Giulio Cesare. Tra il fossone ed il Rubicone, in comune di Savignano, c'era la duna, un breve tratto di costa che era rimasto come madre natura l'aveva creata, e quella era tutta nostra. Era un grande mucchione di sabbia resa stabile da bassi cespugli ispidi e da calcatreppole spinose: si rischiava di pungersi ad ogni passo, ma per noi era il paradiso perché lì nessuno veniva a controllare cosa diavolo stavamo facendo.

Già un divertimento era tormentare gli scarabei che faticavano come disperati facendo ruzzolare all'indietro, in salita, una pallina di alghe tritate. Cercavano un posto riparato dalle ondate delle tempeste invernali per nascondere la pallina in cui poi deporre le uova. Sadici, li aspettavamo al varco e quando erano arrivati alla fine delle loro fatiche con un colpetto la pallina rotolava per il pendio e le povere bestiole a precipizio le correvano appresso per riportala su di nuovo. Un altro gioco che ci teneva occupati moltissimo era la fabbricazione delle biglie. Si andava sul Rubicone dove c'erano dei depositi di una melma argillosa nera, la impastavamo con della sabbia, ne ricavavamo delle palline, poi si scavava un buco nella duna, ci mettevamo dentro le palline assieme a carta e sterpaglie, la Speranza accendeva il fuoco e alla fine ne ricavavamo delle biglie tutte bitorzolute e mal cotte ma che a noi parevano bellissime.

Con tutto quel daffare tra mare e spiaggia sempre sotto il sole eravamo abbronzati come negretti e sempre pieni di sale e di sabbia. Docce in spiaggia nemmeno parlarne; avremmo potuto, è vero, darci una risciacquata in casa nella vasca da bagno, ma per noi era solamente una inutile perdita di tempo ed allora la sera prima di coricarci ci sfregavamo via la sabbia di troppo e ci addormentavamo beatamente senza nemmeno sentire i granellini che restavano fra le dita dei piedi e dietro le orecchie e che durante la notte si ammucchiavano nelle lenzuola. Quando poi i capelli erano diventati ispidi che non ci passava il pettine, le donne ci ficcavano a forza sotto l'acqua e tra strilli e strattoni ci davano una bella strigliata che noi subivamo come un infame sopruso.

A parte il mare e la spiaggia divertimenti non ce n'erano. O meglio dovevamo inventarceli. Uno era il “cinema”. Negli scuri di legno che chiudevano le finestre della casa, c'era un piccolo foro che lasciava passare dei raggi di luce formando una perfetta camera oscura e sulla parete di fronte si riproducevano esattamente le immagini: si vedevano perfettamente le file di onde che andavano a frangersi, gli oggetti sulla spiaggia, la gente che passava, spesso si potevano anche riconoscere i volti delle persone. Andavamo al “cinema” nelle prime ore del pomeriggio, quando per il troppo caldo ci proibivano di scendere in spiaggia. L'unico inconveniente erano le figure al rovescio: testa in giù e piedi per aria, ma bastava andare sul lettone della nonna, metterci anche noi a quel modo e tutto era risolto.

 

 

Altri diversivi li offriva lo zio Valerio. Lo consideravamo un personaggio molto importante perché leggeva molti libri, aveva un grammofono a molla con dei dischi di jazz, proibitissimi nell'Italia di allora, e possedeva una “Balilla”. A volte annunciava alla plebe:

“ Oggi vi faccio un aquilone!”

Allora andava al fossone e tagliava delle cannucce, poi trafficava per una mezza giornata con carta, forbici e colla, e alla fine ne usciva un bell'aquilone colorato con la sua brava coda e le alucce ad anelli. Peccato che non riuscisse mai a volare. Che poi non era tanto colpa dell'artefice quanto del clima perché o non c'era vento o ce n'era troppo, ma in fondo il divertimento stava proprio nel costruirlo, l'aquilone.

Altre volte la sera tardi quando s'era fatto scuro ci chiamava:

“ Venite che vi faccio vedere che accendo l'acqua.”

A S. Mauro mare ormai la corrente elettrica c'era, ma non ancora l'acquedotto. Per i bagni e per lavare i panni si pompava dal sottosuolo un'acqua salmastra, ma per bere si andava ad una piccola sorgente da cui sgorgava un'acqua sulfurea e puzzolente ma potabile e, dicevano, leggermente lassativa. Attraverso orti e campi di patate lo zio ci conduceva fin lì nel buio del crepuscolo e poi cominciava ad armeggiare attorno al rivolo con un giornale acceso. Con un po' di pazienza, se non c'era un soffio di vento, riusciva ad accendere il gas che usciva dalla cannella assieme all'acqua: una bella fiamma bluastra che volgeva verso l'alto, mentre l'acqua continuava a cadere e a disperdersi nel terreno.

Quando mia mamma arrivava da Milano, in casa era un momento di effervescenza. Lei e la nonna confabulavano fra loro , poi decidevano che era il momento di andare a Rimini a fare le compere. Rimini era sì e no ad una quindicina di chilometri, ma pareva lontana quanto la Cina. La spedizione era impegnativa e le due donne ci mettevano un paio di giorni a compilare elenchi, cancellare, riscrivere. Quando tutto era pronto, una mattina si partiva. Presto, perché si doveva prendere il treno. Si percorreva un tratto di strada alberato, poi si costeggiava la ferrovia lungo uno steccato di cemento, infine ci si fermava perché c'era il passaggio a livello, che era aperto e senza ombra di treni per miglia e miglia, ma che comunque restava un punto difficile e pericoloso. Per fortuna c'era sempre qualche volonteroso viaggiatore il quale si offriva coraggiosamente, si piazzava in mezzo all'unico binario scrutando prima a destra poi a sinistra e quindi si metteva a sbraitare:

“ Presto, presto ! Spicciatevi!”

Traversato di slancio il binario che sembravamo inseguiti dai leoni, si giungeva ben presto alla stazioncina dove si aspettava una buona mezz'ora mentre altri viaggiatori arrivavano alla spicciolata. Finalmente cominciava a suonare una campanella e tutti si mettevano a commentare:

“ Arriva, arriva! Sta arrivando!”

La vaporiera arrivava fumante e sferragliante e il treno con un cigolio di freni si fermava:

“ Bellaria! Stazione di Bellaria!”

In una mezz'oretta si arrivava a Rimini e lì cominciava la noia mortale degli acquisti trascinato di negozio in negozio. Quando Dio lo voleva quello strazio finiva e si tornava nel nostro piccolo paradiso.

In agosto arrivava altra gente. Arrivava il nonno, arrivava lo zio Faliero, e per qualche giorno c'era persino mio padre. Lo zio Faliero mi utilizzava per portare bigliettini a Gatteo in una tenda sotto la quale c'era sempre un gruppetto di ragazze carine. Sarei stato molto contento di questi incarichi di fattorino se poi avessi rimediato almeno una caramella, invece mi toccava subire tutti i complimenti.

“ Guarda quant'è carino!”

E baci e carezze. Fortunatamente riuscivo a svicolare alla svelta.

Mio padre arrivava da Milano con appresso la macchina fotografica. Quando lo vedevo scendere in spiaggia con in mano quell'arnese cercavo di squagliarmela perché ero certo che la vittima designata ero io, ma non ci riuscivo mai poiché mi riacchiappavano subito.

“ Tu stai lì, guarda il sole e sorridi.”

Poi con calma apriva la macchina, allungava il soffietto, puliva l'obbiettivo e si metteva a discutere con gli zii di pellicole, sensibilità, esposizioni, tempi ed aperture. Quando tutto quel trafficare era finito, io ero ridotto a un mascherone lacrimoso ed irriconoscibile:

“ Ma è mai possibile che non ti si possa fare una fotografia decente? Guarda che smorfie che hai fatto!”

Il nonno era tutto orgoglioso del nipote e mi portava spesso in giro con lui, anche nella pineta che si stendeva nell'interno, verso la ferrovia.

 


UN MASCHERONE LACRIMOSO

 

 

“ E' arrivato il carrettino delle angurie, vieni che andiamo a comperarne una bella matura e poi ce la mangiamo per merenda.”

Soppesava le angurie con le mani e mi insegnava come si fa a capire se è matura o no:

“ Devi picchiarla col dito e deve fare un suono cupo, vuoto, ecco, come questa qui.”

La puliva bene, poi col coltello ricavava un tassello quadrato, me lo faceva assaggiare, quindi riempiva il buco con del cognac e la riponeva in cantina, al fresco. A merenda tutti nel giardino all'ombra di un pino attorno a un tavolo dove troneggiava l'anguria. Il taglio delle fette procedeva metodico e tutti ricevevano la loro gustandola bella fresca. Anch'io con la lingua di fuori allungavo la mia mano verso una fetta, ma un divieto perentorio mi gelava:

“ No! C'è il cognac. Sei troppo piccolo, non puoi mangiarla.”

E mi rifilavano la solita fetta di pane con la marmellata. Era la prevaricazione dei più forti sui deboli e gli oppressi.

Finalmente arrivava il grande momento con mia mamma che annunciava con gioia:

“ Questa sera il nonno ci porta a mangiare il gelato!”

Dove stavamo noi, alle cinque villette, non arrivava nemmeno il gelataio col suo triciclo, quindi il gelato lo vedevamo una volta, massimo due per stagione ed era quindi un avvenimento di cui percepivamo l'importanza. Si andava alla Cagnona, la sera dopo cena, vestiti meglio del solito perché c'era gente e non bisognava fare figure; ci sedevamo ad un tavolo dell'unica gelateria e sorbivamo con religione la nostra coppetta; io cercavo anche di bere il liquido che si era formato nel fondo, ma venivo prontamente redarguito. Al ritorno si prendeva una carrozzella che stazionava sulla piazza della Cagnona. Una serata da granduchi.

L'agosto portava anche temporali e burrasche. Il mare diventava nero come la pece, le onde si trasformavano in cavalloni impetuosi, i bei riccioli di spuma sembravano chiome di bestie infuriate, la mareggiata pareva volesse inghiottire tutto ed arrivava alla porta di casa. Il vento scuoteva i tamerici come fossero stracci e la pioggia dilavava tutto. Una volta ci furono anche dei piccoli tornado: si vedevano delle lunghe lingue nere che scendevano dalle nubi sino al mare, li chiamavano “trombe marine” e fortunatamente si sfogarono al largo senza arrivare sulla costa. Passata la burrasca il mare restava agitato, la spiaggia era tutta bagnata e ci volevano due o tre giorni perché tutto tornasse come prima.

Volgeva il tempo di tornare a casa e le donne cominciavano a riordinare le cose e a fare i bagagli mentre noi bambini continuavamo i nostri giochi con maggior accanimento. In pochi giorni la spiaggia si vuotava e le famigliole si sparpagliavano come uno stormo di passerotti: chi a Milano, chi a Bologna, chi a Roma ed in tutti restava il ricordo di una bella estate passata, dei bei giochi fatti e forse, per qualche adulto, il ricordo di due occhi, di una parola, di una carezza; ma questi erano argomenti che ancora non ci toccavano.

Ora la piccola spiaggetta non c'è più. La “Torretta” fu distrutta dai tedeschi nell'inverno del '44 che al suo posto costruirono un bunker in previsione di un possibile sbarco alleato che poi non ci fu. Il resto fu seppellito sotto un'alluvione di cemento ed asfalto, di palazzi, alberghi, pensioni, discoteche. Nel retroterra, di là della ferrovia, è stato aperto un immenso ipermercato che richiama clienti da tutta la Romagna. Tra Cesenatico, Gatteo, S. Mauro, Bellaria non c'è un metro che non sia costruito e davanti anche il mare non è più libero perché hanno messo una fila di scogliere artificiali altrimenti la spiaggia veniva inghiottita.

Del tempo di allora sono rimasti solo il fossone della tenuta, il Rubicone e i dolci ricordi di una infanzia felice.

 

Milano, giugno 2006. ( Settant'anni dopo)


Il brano è riportato nella raccolta "Amarcord"

   
   
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