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Casa di ringhiera
di Raffaele Bonomi

(...) Carla conosceva ogni mattone di quella casa. C’era nata in quella casa, era stata in braccio a tutte le donne del cortile, aveva fatto banda con tutti gli altri ragazzini, aveva saltato sui sassi del selciato, giocato a nascondino nelle cantine, dietro lo stanzino della spazzatura, persino dentro i gabbiotti delle latrine. (...)

C’era molta vita in quel quartiere popolare: biciclette a frotte per la strada, qualche Vespa che superava veloce, passanti frettolosi, donne che entravano ed uscivano dai negozi con sporte e pacchetti, bande di ragazzini. In quel tardo pomeriggio di maggio il Sole ancora alto riscaldava le case e i marciapiedi e alcuni bar avevano sistemato dei piccoli tavolini all’aperto.
Il ragazzo era presso la porta d’uscita, appoggiato ad una piantana ed osservava tutto quell’andirivieni che animava la via. Le vetrine con le loro insegne colorate vivacizzavano il grigiore piuttosto uniforme delle facciate e si inseguivano l’una dopo l’altra in una rapida successione come in un film: macelleria, prestinaio, frutta e (...) verdure, cicli e motocicli, merceria, un androne, salumiere.
Dopo una sosta il tram aveva ripreso a sferragliare veloce lungo via Padova diretto verso il centro quando l’attenzione del ragazzo fu distolta da quella veloce fuga di immagini. Era abituato alla ressa dei tram, agli spintoni, alle gomitate, ma questa era una pressione morbida, tenera, per nulla aggressiva. Si voltò; la donna non era più molto giovane, ma gli occhi erano profondi, dolci e il sorriso invitante:
“ Mi scusi. Sa, spingono.”
Il ragazzo rispose con un sorriso e tornò ad affacciarsi alla strada ma non guardò più le vetrine ed i passanti; pensò che sul tram c’era gente ma non una ressa tale da stare così appiccicati. Poi gli venne in mente che Sergio aveva conosciuto una signora proprio sul tram. Sergio andava all’università ed era il suo modello, il suo Mentore:
“Se agganci una tardona, non mollarla” - gli aveva detto una volta – “ che quelle rendono. Molto di più che non quelle scemette delle tue compagne che fanno tante storie solo a toccarle con un dito.”
La pressione sul suo fianco si accentuò:
“ Scusi, lei scende?”
La voce della donna era calda e vellutata e i suoi occhi sembravano accarezzarlo.
“ Scendo anch’io, signora” – mentì il ragazzo mentre il tram si fermava cigolando. Le porte si aprirono con uno sbuffo, il ragazzo balzò a terra e si voltò mentre la donna scendeva cautamente reggendo due grosse sporte da spesa. Casa di ringhiera
“ Signora l’aiuto io!” – Di slancio afferrò le borse – “ L’accompagno a casa. Sono troppo pesanti per una donna.”
“ Lei è fin troppo gentile” – sorrise la donna – “ Sì, sono davvero pesanti. Sa, nel nostro caseggiato dobbiamo aiutarci un po’ tutti e questa è la spesa di tre famiglie. Ma abito qui vicino, siamo quasi arrivati.”
Una lieve brezza le modellava sul corpo il leggero vestito di cotone facendone risaltare le forme e mentre camminava con passo sciolto continuava a sorridere:
“ Se è stanco dia pure a me, magari possiamo fermarci un attimo.”
“ Ma ché stanco e stanco. Ma si figuri, per così poco!”
Entrarono nell’ombra di un androne e sbucarono nel cortile di una vecchia casa di ringhiera con tutte le porte affacciate ai ballatoi. Un gruppo di ragazzini vocianti li circondò per un attimo poi si precipitarono tutti in fondo al cortile inseguendo una palla, invano redarguiti da una donna anziana e pesante che sedeva su una seggiola con un gatto sulle ginocchia.
“ Abbiamo trovato carne fresca oggi, eh?”
“ Zitta, pettegola!” – rimbeccò la donna e, rivolta al ragazzo - “ E’ la portinaia e mette sempre il naso negli affari degli altri. Ma ora mi dia le sporte; lei è stato così gentile che non so proprio come ringraziarla. Non è facile incontrare delle persone così premurose.”
Il ragazzo era attratto da quegli occhi intensi, da quella voce bassa, piena, che gli faceva turbinare la testa:
“ Ma no, signora, gliele porto su io le borse. A che piano abita?”
“ Al terzo, l’ultimo.”
“ E lei vuol portare questi pesi fin là in cima?”
Si incamminarono, con la donna che faceva strada. Il ragazzo la guardava salire agile le scale con un leggero movimento di anche e ad ogni pianerottolo la vedeva voltarsi rapida, sicura, che pareva volesse mettere in evidenza la sua scioltezza e la sua energia. Non deve essere proprio così tardona, pensò, mentre cominciava ad anfanare per lo sforzo.
Arrivarono al terzo ballatoio. Il ragazzo aveva il fiatone; posò le borse e guardò giù. Il cortile sembrava più profondo, i ragazzini che giocavano a palla più piccoli. La donna aprì una porta di legno che una volta doveva essere stata verde e lo fece entrare in uno stanzone un po’ disadorno arredato con mobili antiquati.
“ Si accomodi un momento, prego” – e gli porse una sedia ad un tavolo quadrato – “Cosa posso offrirle? Un vermut o preferisce una aranciata?”
“ Un’aranciata, grazie” – poi il ragazzo scosse la testa e si mise a ridere – “ Mi suona così strano che qualcuno mi dia del lei. A scuola i professori ci danno del tu, fra noi studenti pure e anche il portiere che mi ha visto crescere mi chiama per nome. E’ la prima volta che mi sento dare del lei.”
La donna fece una risata:
“ Ma certo, diamoci del tu e presentiamoci. Io mi chiamo Carla, Carla Frigerio. Vivo da sola e lavoro in una fabbrica. E tu?”
“ Io mi chiamo Giorgio Serra e studio al liceo.”
“ Al liceo! Quale liceo?”
“ Al classico, al liceo Parini.”
“ Il Parini? Proprio il meglio che ci sia. Anche a me sarebbe piaciuto studiare, ma non fu possibile e così mi dovetti accontentare di fare l’avviamento professionale. Posso offrirti una sigaretta?”
Giorgio si vergognò a dire che in casa non volevano che fumasse e così accettò ma da come la maneggiava si capiva subito che era un fumatore molto occasionale.
“ Non ti piacciono queste sigarette?”
“ Per me sono un po’ forti.”
La conversazione procedeva sciolta, senza interruzioni. Parlarono della scuola, dello sport, delle vacanze di Giorgio, della fabbrica e del lavoro di Carla. Giorgio provava interesse per quei discorsi sulla fabbrica, le macchine, le spedizioni delle merci; tutte cose che non conosceva e che gli facevano scoprire un mondo diverso dal suo, più grezzo, ma anche più concreto. Ed era preso dal fascino di quello sguardo che pareva accarezzarlo, stringerlo, che gli faceva seccare la gola, ansimare un pochino. Fu piuttosto a malincuore che disse:
“ Mi dispiace proprio, ma ora devo andare a casa. Sì, mi dispiace perché con lei si parla volentieri, alla pari. Potrei venire ancora a trovarla, signora?”
“ Ma certamente, mi farebbe piacere, ma solo se mi dai del tu e non mi chiami più signora.”
“ Ma… sì, certo. Va bene, Carla.”
“ Allora…Mi accompagneresti al cinema? Una donna da sola non può andare al cinema, la guardano, la segnano a dito, la importunano; deve avere un’amica o un accompagnatore. Qua nel cinema di quartiere danno un film con Gary Cooper, la mia passione; mi piacerebbe andare a vederlo.”
“ Ma con piacere, signora Carla, ti accompagno io.”
“ Domani sera?”
“ Domani sera.”
Si salutarono. Dal ballatoio Carla lo guardò sparire nel vano delle scale poi rientrò in casa e si affacciò all’unica finestra che dava su via Padova. Lo vide uscire con passo rapido e dirigersi alla fermata del tram. La stessa alla quale erano scesi.
Devo scendere anch’io, vero? Così aveva detto, pensò Carla, Un bel galletto, sì, un bel galletto davvero. E adesso ci penserò io a farlo diventare un bel gallo!

Appoggiata alla ringhiera del ballatoio fumava l’ultima sigaretta della giornata. Nel buio della sera il grande cortile era illuminato dalle luci fioche delle scale e delle finestre non ancora chiuse; le rondini non sfrecciavano più con le loro strida, mentre due pipistrelli cominciavano a svolazzare attorno ad un fanale. A quell’ora, pensò Carla, si mettevano in moto anche tutti i topi che popolavano le cantine e i gatti della portinaia avrebbero battuto in ritirata.
Carla conosceva ogni mattone di quella casa. C’era nata in quella casa, era stata in braccio a tutte le donne del cortile, aveva fatto banda con tutti gli altri ragazzini, aveva saltato sui sassi del selciato, giocato a nascondino nelle cantine, dietro lo stanzino della spazzatura, persino dentro i gabbiotti delle latrine. Si era sbucciata cento volte le ginocchia, aveva litigato con gli altri fino a strapparsi i capelli, era ruzzolata per le scale, aveva fatto i dispetti alle portinaie. Poi ad un tratto quei giochi infantili si erano improvvisamente trasformati in schermaglie: corteggiamenti, civetterie, occhi che guardavano cose che non avevano mai notato, occhi che scrutavano attraverso i ferri delle ringhiere, su per gli androni delle scale, occhi che cercavano un sorriso, una carezza. S’era allontanata da lì solo quando si era sposata, ma era stata solo una breve parentesi: due anni, poi una falce le aveva portato via il marito, l’amore, i sogni e lei era tornata nella vecchia casa con la madre.
Carla conosceva tutto di quella vecchia casa di ringhiera. Sapeva delle travi del tetto che erano puntellate, del buco nella grondaia che gocciolava e faceva marcire l’intonaco, del selciato tutto sconnesso e malamente rabberciato con raffazzonate di cemento. Conosceva la muffa delle cantine, avrebbe potuto fare a memoria l’inventario di tutte le macchie, le scrostature, i rappezzi meglio di qualsiasi capomastro, sapeva esattamente in che punto la ringhiera del primo piano fosse corrosa dalla ruggine ed avrebbe dovuto essere saldata.
E meglio ancora ne conosceva gli abitanti. Nel cortile tutti si conoscevano, parlavano, spettegolavano, si aiutavano, si facevano dispetti, e su tutti sovrintendeva la presenza occhiuta della Rosa, la portinaia. Dirimpetto a lei abitavano i Pesenti, brava gente che non avevano mai nulla da dire con nessuno: lui, sulla cinquantina, faceva l’operaio in una grande fabbrica: appena tornava a casa si sedeva al tavolo e si metteva a leggere il giornale mordicchiando uno stuzzicadenti o un fiammifero spento; lei, che da giovane doveva essere stata proprio una bella donna, aiutava tutti, specie la gente più anziana. Al primo piano la luce era già spenta e la finestra chiusa: ci abitavano gli sposini. Si chiamavano Panzeri ma erano venuti lì da poco tempo ed erano appena sposati, e per questo tutti li chiamavano gli sposini. Alla Carla facevano tenerezza perché appena tornavano dal lavoro cenavano in fretta e dopo poco si tappavano in casa e spegnevano la luce e tutti capivano che stavano celebrando i fasti del matrimonio. Poco più in là c’era il Colnaghi che da qualche tempo, dopo quella tal faccenda delle corna era diventato iracondo ed insopportabile.
Stava guardando in quella penombra vuota quando l’amica le si avvicinò e si appoggiò anche lei alla ringhiera.
“ Sigaretta?” – chiese Carla.
“ Grazie, mi faccio volentieri una fumatina a quest’ora.”
Fumarono per un po’ in silenzio, poi:
“ Allora è vero che sei in caccia?” – chiese Anna, l’amica – “ M’hanno detto che hai già puntato la selvaggina.”
Erano amiche da tempo e l’Anna poteva ben permettersi una domanda del genere: inutile fare tanti giri e rigiri, meglio una bella domanda diretta, così, tanto per essere aggiornati sulle ultime novità.
“ Che pettegoli! Queste sono certamente le chiacchiere della Rosa. Quella brutta vecchia zabetta non riesce proprio a tenere la lingua a freno. Sì, ho incontrato sul tram un ragazzo, un morettino un po’ riccio, carino, educato…”
“ Ma non prendertela. Sai com’è, in cortile si sa subito ogni cosa e poi nessuno ti critica: sei libera, intraprendente, spigliata. E’ un po’ come con i corridori: si fa il tifo per il più bravo, così tutti vogliono vedere se farai ancora centro.”
Carla tirò un paio di boccate in silenzio, poi:
“ Questa volta è diverso dai soliti. E’ uno studente, fa il secondo anno di liceo, abita in corso Venezia tra i Giardini e S. Babila. Suo padre è medico: primario in un ospedale.”
L’Anna fece un fischio:
“ Caspita! Selvaggina prelibata, un fagiano reale, non un pollastrello!”
“ Già. E’ gente piena di quattrini, istruita, elegante, con conoscenze importanti. Non è certamente gente da ringhiera; ma lui è un ragazzo carino, che non si dà tono, che non fa pesare. Almeno sembra.”
“ Dì la verità che ti stuzzica l’idea di aggiungere questo bel trofeo alla tua collezione; sarebbe un po’ come conquistare la medaglia, come vincere la coppa di un torneo, il coronamento di una carriera.”
“ Lo chiamano safari, non torneo. Beh! Sì, l’idea mi dà un certo frick, e poi è così carino, così tenero.”
“ Ah! Siamo già al carino e al tenero!”
Carla sorrise, aspirò l’ultima boccata, buttò la cicca, poi: “ Ad ogni modo domani sera andiamo al cinema assieme. Inizia la prima battuta di caccia.”
“ Bene! Vedo che non perdi tempo.” - Anna squadrò l’amica e la voce si fece più fredda, più dura – “ Senti, non è per caso che un giorno ti metterai a puntare anche il mio Carletto? Ti avverto che questo non lo potrei sopportare!”
“ Non ti preoccupare, Anna. Il tuo Carletto non te lo porterò certamente via io. Ho mai agganciato qualcuno della casa? Mai! Sempre fuori, all’aria aperta, territorio di caccia libera. Ma preparati che un giorno o l’altro arriverà bene qualcuna che lo sveglia. E poi forse non te ne sei accorta, ma bada che è già da un po’ che guarda le donne con occhi ben diversi da prima. Quindi tieni bene a mente che i ragazzini crescono e molto in fretta.”

 

Carla osservava con attenzione l’immagine che lo specchio le rifletteva. Si stava preparando per andare al cinema con Giorgio e ci metteva un impegno meticoloso, quasi pignolo perché il primo incontro era avvenuto del tutto casualmente e il ragazzo era stato trascinato dalla sua spigliatezza e dalla sua cordialità, ma questa volta era assai diverso perché è la seconda botta che fissa il chiodo nel legno e tutto doveva essere predisposto con molta precisione. Inoltre si stava mettendo in concorrenza con ragazze che potevano essere sue figlie, ragazze certamente eleganti e distinte e lei da questo confronto doveva uscirne vittoriosa. S’era spazzolata a lungo i bei capelli castani, aveva indossato abiti semplici, adatti all’occasione: una gonna ampia a pieghe e una camicetta scollata ma non da torcicollo; aveva impiegato una buona mezz’ora per la cerimonia del trucco delle labbra, degli occhi, del viso.
S’affacciò alla finestra ma non vide Giorgio giù ad aspettarla: aveva ancora un po’ di tempo per curare i particolari. Si allontanò un poco dallo specchio e si voltò a controllare la cucitura delle calze: che la riga fosse diritta e ben centrata, per snellire le gambe che altrimenti parevano storte e malfatte; inoltre proprio da come portava le calze si vedeva se una donna avesse un minimo di classe oppure fosse una cenciaiola. Il controllo la soddisfece: le calze erano perfette, degne di una gran signora, allora sollevò più su la gonna e guardò bene le giarrettiere. No, queste non andavano, erano vecchie ed anche un pochino sdrucite. Cambiarle? Non ne aveva il tempo. Carla fece le spallucce: che importanza poteva avere? Non era ancora arrivato il momento di giocherellare con le giarrettiere: quello era un pollastrello da rosolare a fuoco lento, lentissimo.
Si affacciò di nuovo alla finestra. Giorgio era in strada che l’aspettava; doveva sbrigarsi e non farlo attendere troppo perché i ragazzi sono facili ad accendersi ma anche a spazientirsi. Due gocce di profumo, un’ultima occhiata allo specchio. Infilò la mano destra nella scollatura e sistemò un tantino il seno sinistro: ecco ora lo specchio le diceva che era tutto perfetto, poteva uscire.
Passando per la portineria la Rosa esclamò:
“ Siamo in gran tiro questa sera!”
Carla nemmeno le rispose e quando raggiunse Giorgio lo salutò con la sua solita cordialità:
“ Ciao, Giorgio!”
“ Buona sera, sign…Oh, scusa, ciao Carla! Allora andiamo al cinema?”
“ Andiamo, andiamo! Oh, che voglia di vedere il mio Cooper! Che uomo, che distinzione! Serio, determinato, affascinante, non un pistolero qualsiasi. Non mi stancherei mai di guardarlo.”

 

“ Giorgio! Giorgetto ma che hai? Non hai mangiato nulla, non parli, stai lì incantato col naso per aria. Non ti senti bene?”
“ Ma no, mamma, solo che non ho fame.”
“ Sarà innamorato!”- la sorella, minore di qualche anno, era tutta eccitata.
“ Che stupidaggini! Il mio Giorgetto è un ragazzo serio e pensa solo a studiare. Vero, caro?”
Il padre non aveva fatto commenti, ma aveva gettato uno sguardo molto eloquente.
Sì, Giorgio non aveva appetito e rimuginava sulla Carla e anche sulla casa dove abitava. In effetti aveva prestato molta più attenzione alla Carla e alle sue curve che non alla sua abitazione: era rimasto colpito dalla profondità dello sguardo e dalla bellezza dei capelli, dalla linea dei fianchi, del seno, ma non aveva badato alla ruggine della ringhiera, alle scrostature degli infissi, al grigiume dei gradini di beola. Aveva però notato la vita che c’era in quel caseggiato: quel parlarsi da un ballatoio all’altro, la portiera che chiamava gli inquilini vociando dalla sua seggiola, i ragazzini che giocavano a ruota libera, l’ambulante che si era piazzato a gambe larghe in mezzo al cortile gridando: << Arrotino! Arrotino!>>.
Gli piaceva tutta quell’animazione, lo attirava e faceva il confronto con la sua bella casa di corso Venezia con le scale di marmo e il portiere in divisa che quando passava suo padre si toglieva il berretto: <<Buonasera, professore.>> Pensava a come tutto fosse ingessato, formale in quello stabile. Nessuno che alzasse la voce, tutti sempre molto corretti, educati: <<Ossequi, signora>> <<Buonasera, ingegnere>>. Nessuno che si permettesse di suonare un campanello senza aver fatto prima una telefonata. Ma dietro quella facciata così linda cominciava anche lui ad intuire cosa si nascondeva. << Sepolcri imbiancati >> aveva sentito dire una volta. Era proprio così, pensò; tutti sapevano che le signore della casa cercavano di riempire i loro vuoti pomeriggi riempiendo di corna i loro mariti, e lui sapeva per certo che il padre in ospedale si cuccava tutte le infermiere del suo e anche di altri reparti. Com’era tutto diverso in quella casa di via Padova dove si sapeva tutto di tutti e i letti erano praticamente in piazza senza tante ipocrisie!
Giorgio stava scoprendo un mondo diverso, che non immaginava nemmeno, un modo di vita, di abitudini, di mezzi economici completamente diverso dal suo. L’appartamento ad esempio. Il suo era composto da un grande salone, quattro belle camere da letto, sala da pranzo, guardaroba, bagni, tinello e cucina, il tutto arredato con grande cura, con mobili, quadri e suppellettili pregiate, e in più una cameriera discreta, silenziosa, onnipresente che serviva a tavola con un grembiulino bianco e lo chiamava <<Signorino>>, cosa che non poteva soffrire.
Quello di Carla invece era un unico grande stanzone con pochi mobili, buoni sì e no per il robivecchi: c’era un tavolo quadrato con su un copritavolo a fiori con delle frange e sopra un posacenere di vetro, quattro sedie impagliate, un comò con una damina di porcellana e una grande specchiera e in fondo alla stanza aveva intravisto un lettone in parte mascherato da una tenda. Si ricordava vagamente di una oleografia appesa ad una parete e di una stufa a legna; vicino all’ingresso c’era un piccolo tavolo rettangolare che reggeva un fornello a gas; non aveva capito dove fosse il bagno: forse si servivano ancora dei gabbiotti in fondo ai ballatoi. Tutto molto modesto, essenziale, ma vi aveva trovato un’atmosfera viva, calda, dovuta alla spontaneità e alla vivacità della Carla che contrastava con la perfezione fredda e silenziosa di casa sua.
Si era ritirato nella sua camera dicendo che doveva ripassare la matematica per il giorno dopo, ma ora equazioni e logaritmi erano sparpagliati in disordine per terra. Nel chiuso della sua stanza, disteso sul letto, Giorgio cercava di mettere ordine nella confusione che aveva dentro la testa e probabilmente anche nel cuore.
Non è che mi sono innamorato per caso? continuava a chiedersi, e più si arrovellava e meno ne capiva. Ma quella Carla lì, com’era possibile che gli fosse entrata a quel modo nella testa al punto da eclissare il ciclismo che era la sua unica passione, e che ogni momento si affacciasse alla sua memoria? Era o non era una tardona? E allora se ne stesse zitta e buona e lo lasciasse stare, invece di turbarlo a quel modo!
Ma in effetti era lui che le chiedeva sempre quando si sarebbero rivisti: sarebbe bastato non chiederglielo più, così non l’avrebbe più vista e se ne sarebbe rimasto in pace. Eh no! No che non sarebbe stato in pace. Il solo pensiero che non l’avrebbe più vista, che non avrebbe più parlato con lei gli metteva addosso il mal cattivo. Ma poi era sicuro che la Carla si trovasse bene in sua compagnia, che le piacesse uscire con lui?
Si mise a rovistare nella memoria, a rimuginare gli avvenimenti degli ultimi giorni. Dunque, erano andati al cinema in via Porpora e lei non aveva voluto che le offrisse il biglietto. Erano entrati in sala a spettacolo iniziato e a tentoni, in mezzo al fumo delle sigarette, avevano occupato due posti in galleria. Gary Cooper interpretava la parte di uno sceriffo: uomo buono, forte, onesto, di un coraggio a tutta prova.
“ Che uomo! Quello sì che è un vero uomo!” – aveva mormorato Carla e a lui era montato subito il nervoso.
Dopo spari ed ammazzamenti finalmente il Bene aveva trionfato, le luci lentamente si erano riaccese e davanti a loro una coppietta s’era un po’ ricomposta. La Carla gli si era avvicinata sino a toccargli la spalla ed avvolgerlo col suo profumo, aveva sentito il suo respiro sfiorargli l’orecchio. Gli aveva preso una mano nelle sue e l’aveva guardato fisso:
“ Quando sarai più maturo anche tu diventerai come lui. Ne sono certa.”
Aveva acceso una sigaretta, e se l’erano passata per tirare le boccate a vicenda, poi prima che tornasse buio aveva accavallato le gambe e sotto la gonna leggera era risaltato il rilievo della fibbia della giarrettiera ed ora quell’immagine Giorgio non poteva levarsela dalla testa.
Mentre la riaccompagnava a casa avevano parlato del film e dell’attore e quando furono davanti al grande portone di legno lui le aveva chiesto se le fosse piaciuta la serata.
“ Mica tanto, sai. Perché tu non sei stato per nulla gentile con me: non mi hai nemmeno detto se ero vestita bene o no. Gary si sarebbe comportato ben diversamente.”
“ Ma io… Ma, veramente…”
“ Va bene, va bene” – Aveva troncato Carla – “ Ti darò un’altra possibilità. Se fa bello e se ti va, domani sera potremmo farci una passeggiata ai giardini del vecchio trotter, che è qui vicino.”
Giorgio di quella passeggiata al trotter aveva un ricordo meraviglioso. Nella penombra della sera passeggiava per quel giardino deserto con al fianco una donna, una vera donna, non una ragazzina insipida. Carla lo aveva preso sottobraccio e si appoggiava a lui con un fare languido, come se avesse avuto bisogno di un sostegno, di protezione. Avevano passeggiato per due o tre volte avanti e indietro, poi si erano seduti su una panchina di legno e la Carla aveva detto che sentiva un poco fresco alle spalle, così lui le aveva offerto la sua giacca.
“ Grazie, sei molto carino” - aveva risposto Carla - “ Ma me ne basta la metà.”
Giorgio si era sfilato la giacca e le aveva circondato le spalle col suo braccio ed era rimasto così, con solo mezza giacchetta ed il cuore che andava a balzelloni.
Ma perché invece giovedì era andato tutto così male? Era solo colpa dello sciopero? Carla era libera dato che facevano sciopero, allora avevano approfittato della bella giornata ed erano andati al parco Lambro in bicicletta. Avevano camminato a lungo ma lei era di luna storta, camminava distante, aveva il muso e rispondeva sì, no, e basta. Poi avevano appoggiato le biciclette ad un albero e si erano seduti su una panchina. Giorgio si era avvicinato a lei e quella era schizzata via all’altra estremità della panchina, aveva acceso una sigaretta ma non aveva fatto neppure il gesto di offrirgliene.
“ Carla, che c’è, sei arrabbiata?” – aveva chiesto molto timidamente.
“ Sì sono arrabbiata. Certo che sono arrabbiata, sai cosa vuol dire una giornata di sciopero? Che ci si rimette una giornata di paga! Capito? Ma cosa vuoi capire di queste cose, tu che sei un signorino.”
Giorgio si era sentito umiliato e offeso e si era ingrugnito. Carla aveva gettato via la cicca:
“ Bisogna prenderla come viene” – aveva detto, poi si era messa a passeggiare in equilibrio su un muretto di cemento che faceva da riparo ad un fosso.
“ Attenta che cadi!” – Giorgio si era avvicinato come per proteggerla e alla fine del muretto le aveva porto una mano. Carla gli era saltata fra le braccia, quindi s’era staccata con mala grazia:
“ Ehi tu! Ma cosa stringi a questo modo? Si può sapere?”
Sulla strada del ritorno si era rasserenata. Gli aveva fatto dei complimenti su come era bravo ad andare in bici, e poi gli aveva chiesto se sabato sera l’avrebbe portata a ballare.
“ A ballare?”
“ Sì, in fondo a via Padova c’è una sala da ballo, ma non ci vado quasi mai; è sempre la stessa storia del cinema: bisogna essere accompagnate, altrimenti ti guardano come una puttana.”
“ Benissimo allora. A sabato sera.”
Ed ora Giorgio stava almanaccando. Come sarebbe stata la serata di sabato? La Carla sarebbe stata di buona luna? Non si sapeva mai come pigliarla…Gli aveva detto di non aspettarla in strada perché non poteva sapere quanto ci avrebbe messo a prepararsi dato che il sabato pomeriggio aveva sempre tante cose da fare e quindi che fosse salito su da lei che poi sarebbero scesi assieme. Va bene, pensò, d’accordo, sarebbe salito su, ma poi? Perché se la Carla era di umore di traverso, era pure capace di mandarlo a quel paese.

“ Anna, accompagnami per compere, così mi dai un consiglio.” – Carla aveva bussato all’uscio dell’amica ed era entrata. L’Anna stava stirando.
“ Veramente avrei da fare, da stirare, da preparare la cena per Andrea e Carletto. Ma cosa vorresti comprare, che hai bisogno di consigli?”
“ Così, un reggiseno ed anche altro, insomma biancheria intima.”
“ Ah, ah! Capisco, siamo già alla biancheria intima!”
Carla fece una risata:
“ E già. Mi sa che il fagianello sia pronto per la fucilata finale. Cotto a puntino. Non aspetta che di essere servito in tavola. Ho giocato per un po’ al gatto e al topo, ma adesso è arrivata l’ora della zampata finale. E la biancheria intima per noi donne è come la baionetta per i soldati: avanti, all’assalto!”
“ Più che giusto! Mi tolgo il grembiule e sono con te. E dove vorresti andare?”
“ In corso Buenos Aires.”
“ Benissimo! E bravissima la nostra Carla che ha fatto centro ancora una volta!”
“ Ti saprò dire domenica mattina.”
Attraversarono il girotondo di piazzale Loreto e si immersero nel traffico di corso Buenos Aires. A quell’ora i marciapiedi erano gremiti di gente. Molti osservavano le vetrine dei negozi, ma i più andavano di fretta per sbrigare le ultime commissioni o per tornare a casa dopo la giornata di lavoro, alcuni scendevano dai marciapiedi per scansare altri pedoni più lenti, ai semafori frotte di biciclette, vespe e qualche auto in attesa impaziente del verde, vigili agli incroci più battuti. Le due donne faticavano parecchio a camminare l’una a fianco all’altra; andavano senza fretta, guardandosi attorno: insegne luminose, pubblicità, cartelloni di cinema. La Carla si bloccò in estasi davanti a una gioielleria:
“ Guarda Anna che meraviglie. Guarda quel braccialetto! E quell’anello!”
“ Una pietra così non pensavo neppure che esistesse.Vedi ad avere i quattrini?”
“ Sono dei gioielli veramente stupendi, da perderci la testa.”
“ Dì un po’, Carla, se uno ti regalasse un anello simile avresti la forza di resistergli?”
“ Resistergli? Ma non ci penserei nemmeno!”
Passarono davanti ad una vetrina di alta moda e anche lì i commenti furono di ammirazione e di invidia:
“ E dire che le donne che portano questi vestiti, certamente non fanno niente dalla mattina alla sera.”
Finalmente giunsero al negozio di biancheria intima. La scelta fu meticolosa ed accurata, tutti i particolari furono esaminati, soppesati, criticati. La commessa era stupita dalla competenza quasi professionale di Carla. Alla fine la scelta fu fatta e l’Anna disse che con quella roba lì sarebbe capitolato anche l’imperatore delle Indie.
Rientrarono sempre a piedi chiacchierando e criticando l’aspetto e i vestiti delle donne che incrociavano. Passando davanti ad un bar sentirono un fischio ed un commento:
“ Quanta bella ciccia che c’è in giro oggi.”
“ L’avrà detto per te o per me?” – fece l’Anna.
“ Chissà? Io penso per tutt’e due; prova a chiederglielo.”
Erano allegre e spensierate come due ragazzine in libera uscita. Quando furono di nuovo in via Padova si guardarono attorno e non poterono evitare il confronto col corso.
“ Certo che qui da noi è tutto molto più modesto. Le case, i negozi, la gente.”
Chiacchieravano ancora quando arrivarono sulla porta. Qui trovarono una confusione che stentarono a raccapezzarsi: gente eccitata che andava e veniva, il cortile pieno di una piccola folla vociante, la Rosa che agitava i pugni:
“ Sotto i miei occhi, capite? Nella mia porta! Farabutto, delinquente! Ammazzarli bisognerebbe!”
“ Porci! Ecco cosa sono! Porci e maiali!”
“ Nelle fogne, devono stare! Proprio nelle fogne! Povera gente che disgrazia! Che disgrazia!”
“ I figli bisogna averli sempre con sé. Non si deve mai lasciarli!”
La Carla e l’Anna non ci capivano niente:
“ Si può sapere che cosa diavolo è successo?” – domandò Carla.
“ Il Cattaneo. Sì, è stato su dal Cattaneo. Che brutta cosa, mio Dio che brutta cosa!”
“ Il Cattaneo?”
“ Ma no, lascia spiegare a me, che tu fai sempre confusione” – disse un uomo di mezza età, il Furgieri, che tutti chiamavano el tripee, il treppiede, perché si aiutava sempre col bastone - “ E’ successo che il Cattaneo e la moglie sono tornati a casa da far la spesa e hanno trovato il cognato, cioè il marito della sorella della moglie, che faceva l’amore con la figlia del Cattaneo. Cioè con la nipote!”
“ Con la figlia del Cattaneo? Ma se ha solo quattro anni!”
“ E’ ben lì la porcheria! Con una bambina di quattro anni! Hai capito adesso?”
“ Ma faceva l’amore come?” – chiese ingenuamente la Carla.
“ Proprio tu chiedi come si fa l’amore!” – strillò la Rosa – “ Saprai bene come si fa!”
“ Gesù buono, che orrore!” – esclamò l’Anna.
“ Hai sentito che roba?” – era il marito di Anna che aveva raggiunto la moglie.
“ E il Cattaneo cosa ha fatto? Come ha reagito? E’ andato a denunciarlo?”
“ No. Ha detto che bastava una famiglia rovinata e che non voleva rovinarne anche un’altra. Però l’ha massacrato di botte che pareva lo volesse ammazzare e nessuno glielo ha tolto da sotto le mani. Adesso l’hanno portato all’ospedale per farlo medicare.”
“ Qui non entra più, parola di Rosa. Se si presenta ancora, chiamo giù tutti e lo fracassiamo che non avrà neanche più bisogno dell’ospedale!”
Stava calando il buio e l’animazione si stava a poco a poco calmando. Carla, Anna e il marito risalirono al loro terzo piano e prima di salutarsi si fermarono sul ballatoio a commentare il fattaccio.
“ Questi non sono giochi; queste sì che sono brutte cose.”
“ Schifezze! E proprio qua, nella nostra porta. E dire che conosciamo tutti e crediamo di sapere tutto di tutti. Invece certe volte…”

Giorgio esitava sulla porta, intimidito. Al suo bussare Carla gli aveva aperto avvolta in una vestaglia verde, coi piedi scalzi.
“ Entra, entra pure. Però io non sono affatto pronta e ci vorrà ancora un po’. Ma tu accomodati, siedi, cosa ti posso offrire? Vuoi una sigaretta?”
Giorgio accettò e si mise a fumare, così, tanto per fare qualcosa, per darsi un contegno. La stanza era nella penombra, solo la lampada del comodino disegnava lunghe ombre sulle pareti.
“ Cercherò di fare presto, più presto che posso, ma tu voltati per favore, che io ora mi devo cambiare.”
Giorgio si voltò e si sedette al tavolo in un angolo buio in modo da poter guardare tramite lo specchio; Carla sorrise e pensò che il ragazzino si stava svegliando in fretta. Ma bravo, vuole lo spogliarello il furbetto? Lo avrà.
La donna si levò la vestaglia e rimase con indosso una sottoveste leggera, poi senza fretta, si sedette sul letto, rimboccò la sottoveste, piegò la gamba sinistra, infilò una calza e la lisciò bene con le mani, poi si girò quel tanto per allacciare la giarrettiera. Quindi ripetè l’operazione con la gamba destra e restò ad esaminare con cura le sue gambe tese ed infine con calma lasciò calare l’orlo della sottoveste. Giorgio non aveva perso un gesto ed era rimasto preso da quelle gambe snelle e forti così ben modellate dalle calze. Vide Carla che si slacciava e si toglieva il reggiseno sfilandoselo, e ancora la vide chinarsi a raccoglierlo perché le era caduto in terra e in quell’atto una spallina della sottoveste scivolò giù ed il seno sinistro fece capolino e a lui parve che stesse ammiccando, per affascinarlo. La donna prese in mano un altro reggiseno e fece per indossarlo, ma poi lo poggiò sul letto:
“ Giorgio, che c’è? Non parli, non dici nulla!” – la voce di Carla era dolce e sommessa.
Il ragazzò sentì che gli mancava il fiato, inghiottì e si passò la lingua sulle labbra secche.
“ Giorgio, ma che hai? Sei ingrugnito? Forse non hai più voglia di uscire?”
“ No, non ho più voglia.” – s’era alzato dalla tavola e si era voltato verso la Carla.
“ Beh, se non hai più voglia, non fa nulla, andiamo da un’altra parte oppure restiamo qui.” – anche Carla si era alzata dal letto e indolentemente si era ricomposta la sottoveste - “ Ma perché non vuoi più andare a ballare? Non ti piace?”
“ No, non mi piace, perché se andiamo a ballare sarà pieno di uomini che ti inviteranno e tu ballerai con tutti e invece io ho voglia di stare solo con te.”
“Se non vuoi non importa.” - Carla si era avvicinata a lui, gli aveva infilato le dita nei capelli e lo accarezzava. E sentiva che sotto quelle carezze Giorgio vibrava tutto.
Sussurrò:
“ Non importa se non usciamo, restiamo qui, ma prima vai a tirare il catenaccio. Così nessuno ci verrà a disturbare.”

 

“Serra! Dico a te, Serra!”
“ Sì, professore?”
“ Mi sai dire di cosa si stava parlando?”
“ Ehmm, di filosofia.”
“ Ottima risposta! Certo che nell’ora di filosofia non si può parlare del Festival di S.Remo! Ti avverto che nella prossima lezione ti interrogherò e se l’interrogazione non andrà più che bene ci rivedremo a settembre.”
Altro che filosofia! Giorgio aveva la testa persa dietro alla Carla. Stava pensando ai baci della donna, alle sue carezze; risentiva il calore del suo corpo, la dolcezza delle sue curve, l’esplosione dei sensi. Altro che Platone, Plotino, Plutarco, o come diavolo si chiamava quell’accidente. Era stata la sera della sua vita quella di sabato, l’aveva rivissuta per tutta la domenica e anche ora non poteva togliersela dalla testa. Ricordava le parole che Carla gli aveva sussurrato, i suoi abbracci forti e languidi ad un tempo, il biancore del suo corpo nella penombra della stanza. Gli importava tanto delle chiacchiere su Pitagora e Anassimene!
All’intervallo i compagni gli saltarono addosso, mentre le ragazze facevano crocchio per conto loro con finta indifferenza.
“Allora sei stato a ballare? Com’è andata?”
“ No, non siamo stati a ballare, siamo rimasti in casa. In casa sua, voglio dire.”
“ Ah, sì? E cosa avete fatto?”
“ Avete parlato o ti è saltata addosso?”
“ Hai smanacciato?”
“ Buoni, ragazzi!” – Giorgio si sentiva un metro più alto dei suoi compagni – “ Cosa volete che abbiamo fatto? Abbiamo fatto quello che fanno un uomo e una donna quando si piacciono. E’ stato tutto molto semplice e naturale.”
Le ragazze tendevano le orecchie fino allo spasimo per non perdere una sillaba.
“ E poi?”
“ E poi e poi! E poi niente! A un certo momento, quando la scalmana s’era quietata ed eravamo ben rilassati, ha acceso la luce e ha detto che era molto tardi e che era ora che tornassi a casa. Si è messa una vestaglia e mi ha accompagnato alla porta; Qui ci siamo scambiati ancora qualche bacio e ci siamo salutati. Tutto qui.”
“ E ti pare poco? Tutto come al cinema!”
“ No, non come al cinema: come nella vita reale.”
“ E vi rincontrerete?”
“ Più che sicuro. E prestissimo. Solo che è difficile poter stare in contatto.”
“ Basta telefonare.”
“ Già, ma lei non ha il telefono. Così siamo d’accordo che passerò tutti giorni sotto casa sua e guarderò la sua finestra: se è aperta con un asciugamano steso vorrà dire che è in casa.”
“ Ma non può andare lei in un bar e telefonarti?”
“ Già! E se poi risponde mia madre che le dico? Che è una compagna di scuola? No, lei ha una voce da donna, vibrante, calda, non pigola come queste sciacquette.”
Le ragazze lo avrebbero volentieri ucciso.
“ Allora lo rivedi presto, il puttanone!”
Giorgio scattò come un pugile, afferrò l’incauto e lo sbatté contro il muro minacciandolo con un pugno:
“ Non ti permettere, se no ti tiro giù tutti i denti! Non ti permettere, ho detto, che una donna così non la trovi a girare tutta Milano.”
“ Buono, buono! Non voleva offendere. E’ solo un modo di dire.”
“ Ma cosa succede qui?” - Era il professore di matematica che entrava.
“ Nulla, professore, stavamo solo discutendo della partita di ieri.”
“ Partita, partita! Sempre con la partita, voi. Va be’ allora se non succede nulla tutti ai vostri banchi.”

 

“ Ma cosa fa? Ma mi vuole ammazzare lei? Ma dove guarda, dove c’ha la testa! E mi dia una mano, almeno!”
La Carla sbraitava come un’ossessa: erano in terra lei e la bicicletta, e dalla sporta s’erano rovesciati il grembiule, le scarpe da lavoro, la schiscetta. L’uomo si era chinato, tutto confuso e balbettava:
“ Mi scusi signora, proprio non l’ho vista. E’ sbucata fuori così all’improvviso, che non ho fatto a tempo…”
“ Non ha visto e non ha fatto! Mi ha investito, ecco cosa ha fatto! E guardi come sono conciata.” – S’era rialzata e si guardava il ginocchio sinistro sbucciato sotto la calza tutta strappata.
L’uomo toccò leggermente il ginocchio per sentire se dolesse.
“ E non mi tocchi! Subito buoni per mettere le mani addosso; prima ti investono e poi ti toccano. E guardi la bici in che stato è ridotta.”
La bicicletta era ridotta veramente male, molto peggio di lei. La ruota anteriore era tutta storta, la forcella piegata, un pedale bloccato.
“ E adesso come faccio. Proprio qui, in mezzo a tutte queste fabbriche che non c’è una farmacia, un ciclista! Ma non poteva stare un po’ più attento, lei?”
“ Signora, si calmi e non si preoccupi, l’importante è che non abbia nulla di rotto. Tutto il resto lo mettiamo a posto.” - estrasse dalla tasca un fazzoletto pulito – “Si fasci la sbucciatura; lo faccia da sé, se no dice che approfitto per toccarla, poi l’accompagno io a casa e se crede, passiamo prima da una farmacia a prendere delle bende e dei cerotti.”
“ E la bicicletta? Non vede in che stato è? A me la bicicletta serve: ci vado a lavorare, io. Mica vado in giro per divertirmi.” – La Carla stava sul punto di piangere.
“ Non ci pensi, signora, penso a tutto io. La bicicletta la carico sul portapacchi e la portiamo dal ciclista. Se si può aggiustare, bene, e se no, guardi, gliene compero una nuova. Non c’è una gran difficoltà. E ora che la vedo un pochino più calma si convinca, mi creda, che non è stata colpa mia, che venivo da destra. E’ che forse era lei che aveva altri pensieri per la testa, capita a tutti, e per fortuna che andavo adagio adagio. Certo che vedersi arrivare addosso una automobile non è divertente.”
L’uomo prese la bicicletta e la caricò sul portapacchi, la legò, poi si chinò a raccattare gli oggetti sparpagliati a terra. La donna zoppicava e l’uomo l’aiutò a salire in macchina quindi accese il motore e si avviarono.
Carla pensò che forse aveva ragione. Da quella sera di sabato l’immagine di Giorgio le tornava sempre alla mente: faceva le cose in modo meccanico, era distratta e anche sul lavoro quel giorno aveva combinato poco e male. Stava ritornando a casa per quel tratto di strada deserto, fiancheggiato da lunghe e squallide recinzioni di cemento, con la vista di capannoni e baracche, col fumo della fonderia sullo sfondo e in mezzo a tutto quel grigio le pareva che ad ogni incrocio spuntasse la figura di Giorgio, con quel fare piuttosto esitante, timido, che l’aveva colpita sin dal primo momento. Aveva ragione quel tipo lì: era molto distratta e così era capitato l’incidente.
“ Permetta che mi presenti, Brioschi Gino, viaggiatore di commercio.”- L’uomo tirò fuori dal taschino un biglietto da visita e glielo porse.
“ Io mi chiamo Carla Frigerio e abito in via Padova. Lavoro in una fabbrica dalle parti di Crescenzago.”
Quando uscirono dalla farmacia la Carla aveva il ginocchio tutto fasciato e il Brioschi propose:
“ Adesso che si è medicata meglio, vorrei andare in un bar ed offrirle, che so? Un aperitivo, un amaro, un liquore. Così, per farle passare lo spavento.”
“ La ringrazio, ma preferirei che mi portasse a casa subito. A fianco alla mia porta c’è un ciclista e se andiamo subito lo troviamo aperto.”
Arnaldo, il ciclista, era chino a terra intento ad un pedale e quando entrarono si accorse subito del ginocchio fasciato:
“ Ehi, signora Carla! Che cosa ha combinato?”
“ Un piccolo incidente, ma io guarisco da sola; è la bici che ha bisogno di lei:”
Il meccanico osservò tutto con attenzione, poi emise la sentenza.
“ Riparare si può. Il telaio non ha sofferto, il resto lo mettiamo a posto: ci vorrà un po’ di tempo: diciamo due o tre giorni.”
“ E io come faccio? Devo andare a lavorare. Non si può fare subito?”
“ Subito? Ma io devo procurarmi una forcella e un cerchione uguali ai vecchi altrimenti viene una scarpa e una ciabatta, poi bisogna montare tutti i raggi, controllare i freni. Presto, presto facciamo mercoledì sera.”
“ Signora Carla, non si preoccupi di nulla, l’accompagno io domani, mi dica solo a che ora esce di casa e io sono qui con la macchina; e la sera lo stesso.”
Il signor Gino si rivelò un autista perfetto: La Carla usciva di casa alle sette e mezza e il Gino alle sette e ventinove era lì con la portiera aperta; la sera lo stesso, andava a prenderla in fabbrica con la macchina tutta lucidata e il deodorante fresco.
“ Siamo diventate delle signore!” – commentava la Rosa – “ Si va a lavorare in macchina!”
La sera, prima di tornare a casa il signor Gino insistette per offrire un aperitivo. Così si accomodarono ad un tavolino con due bicchieri, un posacenere e un mazzetto di tovagliolini di carta. Era un bar di periferia col banco di alluminio, la macchina del caffè e sul banco un vasetto con due garofani rossi; su una parete c’era uno specchio con su scritto in grande Campari Bitter; e in fondo al locale un tavolo da biliardo coperto da un telo verde, ma non c’era nessuno che volesse giocare.
La Carla guardava il grosso uomo che aveva di fronte: alto, massiccio ma non grasso, capelli brizzolati, sempre piuttosto serio e un tantino goffo, pesante. Soprattutto aveva notato le sue mani grandi e forti che avrebbero potuto stritolare una palla da biliardo:
“ E bravo il nostro signor Gino, che mentre la moglie lava, stira e fa da mangiare, lui se la spassa a prendere l’aperitivo con le altre!”
“ Se la spassa!” - il tono di Gino era un tantino sostenuto – “ Non mi pare che prendere un aperitivo sia una gran baldoria. E poi quella questione della moglie…Non so, non capisco…”
Carla aveva un sorrisetto malizioso. Gino seguì lo sguardo di lei:
“ Ah, capisco. La vera.”
Si sfilò la vera e la rigirò fra le dita rimirandola, quindi la reinfilò nel dito.
“ Avere la vera al dito non vuol dire essere sposato. Io sono vedovo; da otto anni. E non ho mai voluto sfilarmi la vera dal dito, perché non ho mai dimenticato la mia Serena. Non che non mi sia tolto qualche capriccetto, ma cose così, senza importanza, robette che possono capitare in un albergo. Vede, ho continuato sempre a lavorare, e sodo, per far studiare mio figlio, e ho mandato avanti la mia casa senza nessuno; c’è solo una donna che il sabato viene a stirare. Per il resto faccio tutto da solo.”
“ Mi scusi, sa, non sapevo, non volevo offendere, volevo solo scherzare. E che lavoro fa?”
“ Faccio il piazzista. Articoli casalinghi: pentolame, posaterie, accessori di cucina, piccoli elettrodomestici…”
Carla pensò subito all’abisso che separava la conversazione di Giorgio da quella di quell’uomo: serio, forte, affidabile, ma anche noioso, troppo concreto.
“ Non le chiedevo tutto il listino, volevo solo sapere che lavoro faceva. Dev’essere un lavoro molto vario, molto dinamico.”
“ Eh, sì!” Ho una piazza molto importante: tutta la Lombardia e metà Veneto e così giro tutto il giorno e spesso sto via anche due o tre giorni a fila, e a volte quando ritorno trovo la casa vuota perché mio figlio è fuori. Cosa vuole, ha venticinque anni, mica sta a casa ad aspettare. Poi adesso si sposa e quindi mi troverò ancora più solo e mi piacerebbe trovare una donna che dia un po’ di vita alla casa, che riempia le domeniche, che mi dica una parola. Ma deve essere il mio destino che faccia la bestia da soma tutta la vita: ho cominciato da operaio, poi sono passato capo squadra stampisti, poi un giorno l’ingegnere mi ha chiamato e mi ha detto che c’era un posto da piazzista, che con la lingua che avevo sarei riuscito benissimo.”
“ Infatti la parlantina ce l’ha.”
“ E’ il mio ferro del mestiere. Sa, gli operai lavorano con le mani, i venditori con la lingua. Ma mi parli un po’ di lei. Mi pare di aver capito che anche lei abiti da sola.”
“ Sì, anch’io vivo sola. Sono vedova, da parecchi anni, ma è una storia lunga e adesso non ho voglia di raccontarla. Sarà per la prossima volta. E anche io ho fatto un pochino di carriera: sono stata assunta come apprendista e adesso sono capo squadra del reparto di confezionatura. Sa, tutta roba di vetro, la confezionatura e l’imballaggio sono importanti. Inoltre c’è da fare tutto il carico e lo scarico del materiale, le bolle di consegna. Sì, ho idea che mi considerino, e anche come paga non mi lamento.” – Carla contemplò i due bicchieri ormai vuoti e sorrise all’uomo – “Ma ora mi pare che si stia facendo tardi. Vogliamo andare?”

 

Stavano pedalando lungo lo stradone che porta a Monza quando furono superati da una squadretta di ciclisti che pedalavano come forsennati.
“ Giorgio! Ehi, ragazzi c’è il Giorgio!”
Si fermarono tutti con le loro maglie colorate e i berrettini di tela con la visiera all’indietro. Le biciclette da corsa luccicavano fiammanti sotto il sole primaverile e parevano smaniose di riprendere ad andare.
“ Giorgio, cos’è che non ti si vede più? Sei stato male?”
“ E perché pedali così adagio, adagio? Ti sono venute le gambe molli?”
“ Forza, mettiti di buona lena e vieni con noi. Andiamo a Lecco, Ghisallo e ritorno.”
“ No, ragazzi, non posso, sono in compagnia. Questa è Carla.”
“ Ah, sei in compagnia con questa signora.” – il tono degli amici aveva perso il timbro allegro, come fossero frastornati e sorpresi. – “ Piacere signora.”
“ Piacere!”
“ Piacere! Bé! Allora noi andiamo, ciao Giorgio.” – erano intimiditi – “ Ci vediamo un’altra volta.”
“ Salve ragazzi! Ci vediamo la prossima volta. E buona gita!”
Si avviarono confabulando fra loro, poi ripresero la loro andatura veloce, in fila indiana.
“ Forse preferivi andare con loro” – disse Carla che lo osservava mentre lui li guardava rimpicciolirsi fino a diventare dei puntini.
“ Sai benissimo che non è così. Abbiamo deciso di passare tutta la domenica assieme, al parco e io sono molto più felice che non andare con quei ragazzi.”
“ Vedo che sei famoso, tu. Anche nel nostro cortile sei diventato subito simpatico a tutti. Anche alla Rosa, che ha l’anima del can mastino ringhioso.”
Era vero; in quella vecchia casa di ringhiera tutti avevano preso a ben volerlo, specie i ragazzini che lo guardavano come un campione da quella volta che, arrivato in cortile con la sua bici da corsa, aveva fatto un surplace di più di un minuto. L’avevano preso in simpatia per il suo fare gentile, per nulla spocchioso, apprezzavano la sua franchezza, la sua disponibilità, la generosità. Aiutava la vecchia Renata che traballava ed era in difficoltà a fare le scale, offriva il bianchino a Sandro che aveva fatto tutta la vita il fattorino ed ora prendeva una pensione da fame.
“Ehi, biscela!”- lo apostrofava la Rosa – “ Guarda che la Carla non c’è, ma arriva presto, è andata un attimo dall’ortolano.”
“ Ciao, Giorgio!” – lo salutavano gli inquilini che entravano e lo vedevano appoggiato a uno stipite del portone, in attesa.
Ormai in quel cortile era più popolare che nella sua bella casa di corso Venezia, che pure lo aveva visto nascere.
Arrivarono al parco e misero le biciclette in deposito.
“ Bella la villa; vero? E’ semplicemente meravigliosa!” – disse la Carla – “ certo che quei signorini lì si trattavano abbastanza bene!”
“ Si trattavano bene certo. E’ stata costruita per il viceré austriaco a Milano” – Giorgio voleva fare bella figura, fare colpo sulla sua donna e si era studiato tutto a casa il giorno prima – “ E’ in purissimo stile neoclassico, disegnata dal Piermarini nella seconda metà del settecento, che l’ha progettata secondo la tradizione della villa lombarda: corpo centrale arretrato, ali avanzate.”
“ Ma questo Piermarini non era quello che ha fatto la Scala?”
“ Bravissima! Ha fatto la Scala e molti altri palazzi di Milano. Ad esempio il palazzo in piazza Belgioioso.”
La Carla se lo accarezzava con gli occhi:
“ Come sei bravo! Quante cose sai. Certo che è bello poter studiare come fai tu. Io dopo le elementari ho potuto fare solo le scuole di avviamento e poi basta, sono andata subito a lavorare.”
“ Puoi leggere dei libri. Ti porterò tanti libri e tu sceglierai quelli che ti interessano. Vedrai quante cose si imparano, leggendo.”
Passeggiavano per i viali del parco tenendosi per mano. I vari passanti li guardavano incuriositi ammiccando e voltandosi. Giorgio quegli sguardi indiscreti nemmeno li vedeva; la Carla invece li notava, eccome se li notava, ma non gliene importava assolutamente nulla. Lui le mise una mano sulla spalla e la strinse:
“ Gliel’ho detto.”
“ Cosa hai detto? Non capisco.”
“ Sì, gliel’ho detto a mio padre. Ho detto di noi due. Che ci vogliamo bene.”
Carla si sentì illanguidire dentro. Ebbe appena il fiato di chiedere:
“ Hai detto : ci vogliamo bene?”
“ Perché, non è vero?”
Carla gli prese la mano e le diede un piccolo bacio. Poi con voce un poco più franca:
“ Ah! E lui cosa ha risposto?”
“ Mi ha guardato fisso e quindi ha detto che non ero più un ragazzino, che lo vedeva bene e che era giusto così. Poi ha aggiunto che però non dovevo dire niente alla mamma che non avrebbe capito e a mia sorella che è un gran pettegola.”
“ Ha chiesto di me?”
“ Sì, ha chiesto chi eri e cosa facevi e quando gliel’ho spiegato ha detto che per vivere da sola e lavorare, dovevi essere una donna forte e molto coraggiosa.”
Continuarono a passeggiare e la Carla gli si appoggiava come la sera del trotter.
Giorgio ad un tratto guardò l’orologio e disse:
“ Ma non hai fame? E’ la mezza. Si potrebbe bene sgranocchiare qualcosa.”
Trovarono una panchina in un viale dove non passava nessuno. La Carla tirò fuori da una borsa dei panini e una bottiglia di birra. Quando ebbero finito Giorgio tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne offrì:
“ Sono le sigarette di mio padre.” – spiegò.
La Carla aspirò due lunghe boccate:
“ Un po’ leggerine ma buone, molto buone.”
Continuò a fumare e a contemplare la bellezza del parco, i grandi alberi in fondo, i prati tagliati da vialetti, i cespugli di rose pieni di fiori. A quell’ora i passanti erano pochissimi, nel parco c’era un grande silenzio e una gran pace; la Carla si rilassò sulla panchina:
“ Godiamoci questa giornata, perché per tutta la settimana non potremo più vederci. In fabbrica ci sono da fare degli straordinari e la sera tornerò a casa tardi e stanca morta.”
“ Devi proprio farli questi straordinari?”
“ Sì, devo farli e poi mi portano un bel po’ su la paga e questo mi fa un bel comodo.”
“ Se è solo per i soldi, posso darteli io.”
A Giorgio parve di aver pestato la coda ad un aspide. La Carla gli si rivoltò contro dura e tesa come un animale selvatico:
“ Cosa hai detto? Che mi dai i soldi? Ma sei pazzo? Mi hai preso per una puttana? Guarda che la Carla non l’ha mai comprata nessuno!” – guardava il ragazzo con uno sguardo aspro che la luce viva del Sole rendeva ancora più tagliente.
Sotto quello sguardo e quelle parole gridate più che pronunciate il ragazzo si era sbiancato e balbettava:
“ Ma Carla, io non volevo offenderti…”
“ Non volevi, ma l’hai fatto!” – aveva gettato via la cicca ed aveva acceso una delle sue sigarette, più forti. Pareva volesse saltare addosso al ragazzo ed ansimava – “ Darmi i soldi! Pagarmi! Che cosa squallida che hai detto, come se fossi una merce.”
“ Ti giuro, Carla, non volevo, non lo pensavo nemmeno, era per stare con te, solo per quello. Come faccio a stare tutta una settimana senza vederti?”
Carla afferrò la sua borsa e si affrettò verso l’uscita; prese la bicicletta e si mise a pedalare forte, più forte che poteva e le montava il sangue alla testa vedere che non riusciva a staccarlo, a liberarsi di lui. Pedalava furiosamente e quello era sempre lì accanto, agile, leggero che pareva non faticasse per nulla. Il vento della corsa le sollevava le gonne:
“ E non guardarmi le gambe, brutto villano!”
Erano ormai arrivati in via Padova:
“ Carla, ti prego, non voglio vederti così arrabbiata, vorrà dire che la sera verrò a prenderti in fabbrica e ti accompagnerò a casa in bici, così faremo due chiacchiere.”
La Carla gli rispose con un grugnito ed entrò nel portone.
“ Rosa, non farlo entrare che è un villanzone, un vilan quader.”

 

“Signora Carla! Signora Carla!” – Gino chiamava dal crocevia vicino alla fabbrica “ Posso accompagnarla a casa?”
“ Ah, è lei? Buona sera signor Brioschi. Come mai da queste parti?”
“ Ma, veramente sono venuto per avere il piacere di accompagnarla a casa. E poi, per favore non mi chiami più signor Brioschi, mi chiami Gino. Mi dia la bicicletta che la carico sul portapacchi. Sono passato di qui alle cinque, ma mi hanno detto che facevate gli straordinari e così eccomi qui adesso; ho pensato che dopo due ore di straordinari sarebbe stata stanca e avrebbe avuto piacere di evitarsi una pedalata.”
La Carla guardò l’uomo che armeggiava sul portapacchi per ancorare la bicicletta:
“ E’ un pensiero gentile. Però lo sa che è veramente cocciuto, signor Gino? Per lei o è così, o è così. E se avessi un impegno?”
“ Un impegno? Veramente non vedo nessuno.”
“ Proprio nessuno?”
Giorgio stava arrivando trafelato e velocissimo in sella alla sua bici da corsa.
“ Carla, ero venuto per accompagnarti a casa…”
“ Sei arrivato un pochino tardi, mi pare.” – La voce di Carla, mentre saliva in auto, era gelida – “ Il signor Gino è stato così gentile da offrirmi un passaggio. Sarà per un’altra volta.”
La macchina si avviò, Gino guardò nello specchietto:
“ E’ rimasto male quel ragazzo. Per correre così forte vuol dire che per lui questo appuntamento era importante.”
L’uomo guardò la Carla che guardava fuori dal finestrino senza fissare nulla. Aveva negli occhi lo sguardo di Giorgio: c’era amore in quello sguardo, c’era gelosia, delusione, odio. Certamente soffriva, pensò Carla, ma l’aveva offesa, offesa nel profondo del suo orgoglio, che soffrisse allora, non poteva fargli che bene.
“ Non c’era nessun appuntamento” – disse – “ E’ solo un ragazzino di cosiddetta buona famiglia. E’arrogante perché pensa che tutto gli sia dovuto.”
Gino guidava senza fretta; passarono davanti a delle costruzioni basse, magazzini, cortili di autotrasportatori, un cantiere, pochi passanti, qualche bicicletta. Incrociarono un camion carico di mattoni che entrò in un edificio grigio, con delle inferriate alle finestre, ed una ciminiera da cui usciva un fumo biancastro, leggero. Si lasciarono alle spalle quella zona industriale ed entrarono in quartiere molto popolare:
“ Mio figlio è dalla fidanzata, io sono solo. Pensavo che potremmo andare a mangiare un boccone, così, alla buona, in qualche trattoria. Così io non resto solo e lei non deve far la fatica di prepararsi da mangiare.”
“ Benissimo! Tutto calcolato, tutto previsto! Andiamo a prendere la Carla alla fabbrica, poi una cenetta a due e poi? Che cosa prevede d’altro il programmino?”
“ No! Mi scusi, sa, ma siamo proprio fuori strada. Io non ho nessun programmino, se lo metta bene in testa. Io ho proposto di andare in qualche trattoria a fare due chiacchiere e poi di riaccompagnarla a casa senza dover spignattare e sciacquare i piatti. E senza nessun seguito. Capito bene?”
“ Capito, capito, va bene.” – stavano passando davanti ad una trattoria modesta, un locale con i vetri smerigliati alle finestre, dove a mezzogiorno operai e impiegati andavano a mangiare un piatto di minestra e due fette di mortadella annaffiate da un quartino di barbera. – “ Ci fermiamo qui, oppure aveva prenotato in qualche posto più raffinato, che so, musica, luci soffici…?
Gino inchiodò facendo stridere la gomme:
“ Qui andrà benissimo! E le voglio dire due cose: primo, non ho prenotato da nessuna parte; secondo, lei è una donna veramente insopportabile!”
Era una “trattoria toscana”. Pavimento di piastrelle grigie di cemento, soffitto alto color avorio, lampade sferiche bianco latte. Si sedettero ad un tavolo quadrato, coperto da una tovaglia a quadretti: piatti di terraglia bianca, spessa, bicchieri a vasetto, senza piede, di vetro pesante. Oltre al loro erano occupati altri tre o quattro tavoli: gente che parlava di lavoro, dall’aria stanca; a uno dei tavoli c’era un commensale solo. Presso la porta d’entrata c’era un piccolo banco da bar dove una donna dall’aria equivoca stava sorseggiando qualcosa appollaiata ad uno sgabello. A parte costei, Carla era l’unica donna entrata in quel locale.
“ Bianco o rosso?” – fece un garzone dall’aria svogliata.
“ Ma, veramente prima di scegliere il vino bisognerebbe sapere cosa c’è da mangiare” – ribattè Gino – “ A meno che la signora non abbia delle preferenze.”
Gino scelse un minestrone alla toscana:
“ Lo mangio molto raramente.” – disse - “ E’ difficile trovarlo in trattoria e a casa è così lungo da preparare.”
La Carla prese un piatto di pasta e fagioli:
“ Io non me lo faccio mai; sa, per una persona sola… Ma, mi scusi, se io sono così insopportabile, perché mi viene a prendere sul lavoro e poi mi porta a cena?”
Gino volse lo sguardo a un quadro appeso alla parete di fronte a lui: rappresentava un pesce bollito con una fetta di limone in bocca; si schiarì la voce e fissò la donna in viso:
“ Perché? Perché lei non è una donna qualsiasi, è molto piacente, disinvolta, si sente che ha una maturità, che sa comprendere, che ha una istruzione. Cioè è una donna interessante, con cui è piacevole stare in compagnia.”
“ Dopo le elementari ho fatto tre anni di scuola di avviamento, poi mio padre è morto e io son dovuta andare a lavorare, in fabbrica, dove sono tuttora. Allora mi sono iscritta ad una scuola serale, ma dopo un paio d’anni ho smesso: era troppo faticoso. Adesso, ogni tanto, leggo qualche libro.”
“ Lo vede che avevo ragione? Lo vede l’intuito del venditore? Lei è una donna che ha delle qualità. Il lunedì restiamo in ufficio a redigere i programmi della settimana e a prendere appuntamenti, così finiamo ed usciamo presto. A casa ero solo, impegni non ne avevo, e allora mi sono detto: perché non andare a prendere la signora Carla e passare una serata con lei?”
“ Il tappabuchi. In parole povere lei non sapeva cosa fare della sua pelle e ha pensato che in mancanza di meglio poteva andare bene anche la Carla. Vero?”
“ Ecco che torna insopportabile! Ma perché deve sempre travisare quello che dico? Sembra che voglia mandarmi per traverso questo piatto di minestrone. Faccia la brava, via! Ho appena finito di dirle che ha delle qualità, perché mai tappabuchi?”
Carla aveva terminata la sua pasta e fagioli e s’era messa a rimirare una parete decorata da due file di bottiglie vuote:
“ Stavo pensando a Giorgio, quel ragazzo in bicicletta. Quello sì che è istruito: sa un sacco di cose e sa anche spiegarle bene.”
“ Cosa fa?”
“ E’ studente. Fa il liceo classico.”
“ E’ fortunato, il signore. Se può studiare certo che sa tante cose. Anche a me sarebbe piaciuto studiare, ma son dovuto andare a lavorare prestissimo. Quel che so è tutta esperienza fatta lavorando. Ho appena il tempo di leggere sì e no il giornale. Domani devo essere a Mantova alle otto, poi vado ad Ostiglia, Revere, Sermide e il giorno dopo faccio Rovigo, Lendinara, Badia Polesine, Legnago. Tanto per dire che non mi resta molto tempo libero.”
Il garzone venne a togliere i piatti. Ordinarono il secondo.
“ Signora Carla, vede quel tipo là, quello che mangia tutto solo? Ecco, io il più delle sere sono come quello lì. Solo come un fungo in piena estate.”
“ Poverino! Lei mi vuole spezzare il cuore! No, mi scusi, volevo solo scherzare. Sa, anch’io la sera a casa sono quasi sempre sola: è per questo che penso di comperare una televisione. Anche se in un caseggiato come il mio si vive in comune, che tutti sanno i fatti degli altri, in realtà chi è solo è solo.” “ Anche noi, una volta abitavamo in una casa di ringhiera, poi mi sono comprato un appartamento in via Vallazze, una novantina di metri al primo piano. Naturalmente con su il mutuo.”
Portarono i secondi piatti. Il commensale solitario pagò il conto, si alzò e uscì.
“ Ecco, vede” – disse Gino – “ quello lì o è stanco morto e va a dormire oppure va a puttane. Oh, mi scusi, mi perdoni il parlare un po’ libero.”
“ Ma si immagini, prego, tanto col tappabuchi si può parlare come si vuole.”
“ E dagli! Ma che bisogno ha di tormentarmi sempre così? Non si potrebbe se non la pace, firmare almeno un armistizio?”
Stavano finendo di tagliuzzare le loro bistecchine.
“ Erano più adatte per farci le scarpe” - osservò Carla – “in fabbrica la mensa è quasi meglio.”
Questa volta fu Gino a beccarla:
“ L’ha voluto lei. E’ lei che ha scelto il ristorante. La responsabilità è la sua.”
Chiamò il cameriere e si fece portare un amaro; domandò a Carla se volesse un dessert. Al suo diniego cominciò a sorseggiare lentamente l’amaro. Dopo qualche sorso chiese:
“ Ha già fatto qualche programma per questa estate? Sì, voglio dire per le ferie d’agosto. E’quasi ora di cominciare a pensarci.”
” Penso che non mi muoverò. Che andrò a prendere un po’ di Sole all’Idroscalo. No, non saprei neanche dove andare, così, da sola.”
“ Ma venga su con me, a Premeno, sul lago Maggiore, sopra Intra. Ci vado tutti gli anni con degli amici. E’ una pensioncina familiare, tranquilla, trattano bene e si gode una vista bellissima.”
“ Ecco che siamo arrivati al dunque! Mi vuol portare in vacanza, il signore: pensioncina tranquilla, camera con bagno vista lago, lettone matrimoniale, vitto e alloggio tutto pagato; ricompensa in natura. Bravo il nostro signor Gino che finalmente ha fatto le sue proposte.”
“ Lei ha proprio deciso di farmi andar fuori da matto! Sì, la camera vista lago ce l’ho, perché la prenoto da un anno con l’altro. Ma ero pronto a lasciarla a lei e io mi sarei accontentato di una cameretta sul retro, senza bagno e senza vista, ma poiché la mette a questo modo la camera bella la tengo per me, e lei vada pure all’Idroscalo. Peccato perché siamo una bella compagnia di amici, e andiamo a fare delle belle passeggiate tutti assieme, poi c’è il gioco delle bocce e giocano anche le mogli e la sera, prima di andare a dormire si fa qualche giro di ballo o una bella cantata. Ma visto che pensa sempre storto, vada pure al suo Idroscalo!”
Carla lo guardò sorridendo: era veramente seccato e lei invece era proprio di ottimo umore.
“Su, non se la prenda, lei non sa stare allo scherzo. Prende tutto troppo sul serio, non sia così ingrugnito. E ora si è fatto tardi, per favore mi accompagni a casa.”

 

“ Carla! Carla, ci sei?”
Anna aveva bussato ma senza esito. Era l’ora in cui le gente tornava a casa: rumore di porte, saluti, donne con le sporte della spesa. I ragazzini del cortile si scatenavano, la Rosa sbraitava che le sporcavano tutto, che lei aveva appena finito di ramazzare.
Anna bussò ancora. Più forte.
“ Carla! Carlaaa!”
Carla aprì la porta canticchiando. Distrattamente chiese:
“ Che c’è? Hai bisogno?”
“ Ti chiedevo se potevi prestarmi un paio di uova, per fare la frittata.”
“ La frittata? Quale frittata? Ah sì, certo! Vai pure alla scansia. Cercale tu, fai tu. ….a vedere la partita…..di pallone…perché, perche’…tralalero tralalero … trulilè.”
La Carla era davanti allo specchio in sottoveste che provava un vestito dopo l’altro e continuava canticchiare. Sul letto c’era un mucchio di vestiti sparsi, foulard, gonne, camicette.
“ Carla, scusa, ti senti bene?”
“ Eh? Come? Che c’è?” – non l’ascoltava nemmeno.
“ Niente, mi chiedevo la ragione di tutta questa tua eccitazione.”
“ Eccitazione? Mi provavo qualche vestito. Sai, domani Giorgio mi porta a teatro, in centro, all’Odeon credo, e devo essere elegante senza però dare nell’occhio.”
“ A teatro? In centro? Giorgio? Ma non avevi rotto con Giorgio?”
“ Rotto? Litigato! Oh, sì, ma acqua passata. Adesso abbiamo fatto la pace e siamo in piena luna di miele! L’ho fatto penare per un bel po’, ma poi ho visto che soffriva così tanto, povero cucciolo, che l’ho perdonato. In fondo non voleva offendermi, voleva solo stare con me. Abbiamo fatto la pace proprio là dove avevamo fatto la guerra, al parco di Monza.”
“ Povero cucciolo? Ma racconta un po’, come avete fatto a fare la pace?”
“ Nel modo migliore: tu dovresti saperlo quale è il modo migliore, no?”
“ Nel parco?”
“ Oh, il parco di Monza è immenso e ci sono posti in cui non passa mai nessuno e noi abbiamo scoperto un boschetto di cespugli molto accogliente…”
“ Carla, scusa Carla, ma noi siamo grandi amiche e io ti voglio bene. Non offenderti, ma questa storia con Giorgio non è che va avanti da un po’ troppo? Con gli altri ragazzi due o tre sere e poi gli davi il benservito e non ti importava più di tanto, con questo, invece…”
Carla perse di colpo la sua euforia. Si sedette lentamente al tavolo ed accese una sigaretta. Anna notò che le tremavano le mani; si sedette anch’ella al tavolo.
Carla aspirò profondamente due o tre boccate di fumo, poi con un soffio mormorò:
“ Impazzita.” – aspirò un’altra boccata – “ Sì, sono completamente impazzita, Anna, e non posso fare nulla. Io sto bene solo con lui, quando non c’è mi sembra tutto grigio e smorto, scruto dalla finestra per vedere se arriva, mi salta il cuore a balzelloni quando lo vedo arrivare e quando mi abbraccia, allora è il paradiso. Capisci, Anna?”
“ Ma Carla, che dici? Doveva essere solo un gioco, un gioco per te e per lui, ricordi?”
“ Sì, come giocare a rimpiattino, ma io sono caduta nella trappola, in pieno, e non posso più uscirne. Se dice che sono bella mi si mollano le ginocchia, quando dice che mi ama mi sento rimescolare tutta dentro. Capisci?”
“ Capisco, Carla, capisco. Ma non faresti bene a darci un taglio netto? Così soffriresti ma tutto in una volta e non in uno strazio continuo, perché…”
“ Perché non può durare, è così, vero? Perché io ho quarantatré anni e lui solo diciassette! E’ così, vero?” – la voce di Carla si era indurita – “Lo so, lo so anch’io che è così, che non durerà, ma lasciami gustare, lasciami godere di questo momento di felicità. Perché è vera felicità e io non sono più una donna, sono una ragazza, una ragazzina e i ragazzi hanno diritto all’amore. Lo sai quanti anni avevo la prima volta che ho fatto l’amore? Tredici anni!”
“ Una Lolita.”
“ No, non una Lolita. Io ero fresca ed ingenua come una foglia d’insalata; non ci rimasi solo perché non ero ancora matura: al posto delle tette avevo due albicocche acerbe e due gambucce che parevano proprio due gambi di sedano ma ero innamorata persa e non vedevo che lui. Si chiamava Franco, aveva diciotto anni: era un ragazzone bello e robusto e anche lui non vedeva che me. Mi abbracciava e mi diceva: << Ossicina, quando sarò un uomo, metterò su una salumeria, diventerò ricco, ci sposeremo e ti comprerò una bella casa e un’automobile, e tu farai la signora.>> E lo pensava davvero perché faceva il garzone della salumeria qui vicino a casa nostra. Durante l’ora di chiusura io sgattaiolavo da casa e mi infilavo nel retro e là, tra salami e barattoli facevamo l’amore. Mio padre non lo sapeva, altrimenti mi avrebbe buttato giù dalla ringhiera: solo una volta notò che puzzavo di baccalà ma non capì nulla. D'altronde io sarei stata pronta a sfidare tutto il mondo pur di andare da lui: quando eravamo insieme quel retrobottega sembrava bello come il palazzo di un re.”
Carla tirò le ultime boccate.
“ Durò fin che non lo chiamarono nei militari, in guerra.”
“ Non tornò più?” – azzardò Anna.
“ Tornò, tornò e mi cercò subito. Durante la guerra mi aveva spedito lettere e cartoline: << Alla Gent. Sig.na Carla Frigerio. – Ti amo sempre. Franco>>
“ E poi?”
“ Mi cercò subito. Ma non ci ritrovammo. Lui era diventato un uomo fatto, ne aveva passate di tutti i colori; parlava di progetti concreti, di lavoro, di famiglia. Io ero diventata una donna, avevo perso il padre, avevo interrotto gli studi, ero andata a lavorare. L’età dei sogni era finita e così nessuno riconobbe l’altro. Uscimmo assieme tre o quattro volte e poi non ci incontrammo più. Adesso so che ha una salumeria dalle parti di porta Romana, so che ha fatto un bel po’ di quattrini e gli auguro sinceramente che sia felice. Ora capisci perché mi sono portata a letto i ragazzi di mezza via Padova? Perché speravo che, almeno per un momento tornasse Franco, il “mio” Franco, quello di allora. Ma è andata sempre buca: era solo una vertigine dei sensi, Franco non tornava mai.”
“ E con Eugenio?”
“ Io ed Eugenio eravamo proprio innamorati. Lui era buono e aveva molte attenzioni per me, ma era un amore da adulti, lavoravamo per farci un domani, una vita migliore, passo dopo passo; c’erano obbiettivi, non c’erano sogni. Quando l’ho perso è stata una cosa atroce: due anni, due soli anni di matrimonio. Tu sai, com’è andata, vero?”
“ No, veramente no. Quando sono arrivata qui tu eri già vedova.”
“ E’ stato tutto in un attimo. Lui si divertiva ad allenare una squadra di ragazzini; era una domenica mattina, uscì dicendomi di preparare un pranzetto, che nel pomeriggio saremmo andati a divertirci assieme. Invece di tornare, arrivarono due suoi amici, stravolti: Eugenio era morto fulminato da un infarto durante la partita, mentre incitava i ragazzi. E ho iniziato a essere sola. Tu non sai cosa vuol dire essere soli. Sei libera, puoi fare quello che vuoi, ma la sera ti ritrovi sola e non sai con chi dire una parola e se non ti guardi allo specchio non vedi proprio nessuno. D’inverno, quando fuori c’è la nebbia e fa freddo, tu ti appiccichi al Beppe e vi scaldate assieme, io stringo la bottiglia con l’acqua calda e ho più freddo dentro nel cuore che sulla pelle. E’ stato da allora che ho cominciato a farmi i ragazzotti che mi venivano a tiro uno dopo l’altro, senza una ragione, senza uno scopo. Ma con Giorgio è tutto diverso: è tornato Franco, sono tornati i sogni. Quando Giorgio è qui, questa stanza diventa più bella, molto più bella della casa di un re.”
“ Carla, perdonami, ma questa storia ti porterà nel burrone. Fermati che sei ancora in tempo. Lascia perdere, lascialo perdere il Giorgio. Trovati un uomo, un uomo vero, che ti faccia da compagno, non da cagnolino. Sei ancora giovane, sei una bella donna, cerca una spalla, cerca un sentimento vero, che duri. C’è quell’uomo maturo, quello con la macchina, che mi pare che ti ronzi attorno; cerca di capire che tipo è, cosa vuole, tieni a mente che non è un ragazzo, che non si infiamma, ma che forse è tenace, che dà affidamento.”
“ Gino? E’ una brava persona, gran lavoratore e penso che mi sia anche un po’ affezionato. Forse ha anche intenzioni serie. Io mi diverto un mare a prenderlo in giro. Può diventare un buon amico, un ottimo amico, ma non è Giorgio. E io questo momento di felicità voglio gustarlo fino in fondo. Ma ora Giorgio dovrebbe arrivare; lascia che mi vesta, che metta un poco di ordine, non voglio che veda tutta questa confusione. E poi devo riordinarmi dentro, che a dirti la verità mi hai stranita mica male.”
“ Scusa Carla, non volevo. Ma pensaci, pensa a quello che ti ho detto.”
Anna aprì il battente della porta e nell’uscire si voltò e si fermò un attimo a guardare l’amica, poi abbassò la testa, fece un sospiro ed uscì sul ballatoio.

“ Colnaghi! Ehi Colnaghi, piantala! Non fare così, così l’ammazzi!”
Nel cortile era tutto un tramestio: gente che correva sui pianerottoli, donne che si affacciavano alle porte gridando, la Rosa che sbraitava agitando la scopa:
“ E’ il Colnaghi! L’ammazza! Signoriddio, questa volta l’ammazza!”
I primi che erano arrivati davanti alla porta del Colnaghi la tempestavano di pugni:
“ Smettila Colnaghi! Basta così, capito? Chiamiamo la polizia!”
Da dentro si sentivano i lamenti della donna e le urla bestiali di lui:
“ Aiuto! Basta, mi uccidi! Ti supplico!”
“ Puttana! Sei una puttana! Vuoi i soldi? Vatteli a guadagnare in fondo a via Padova, sui marciapiedi, in mezzo alle baldracche! Anzi, vai a stare in un casino, quello è il tuo posto! Bagascia!”
“ Mi uccide! E’ pazzo, è pazzo, salvatemi! Aiutatemi!”
“ Pazzo? Ah, sono pazzo? Sei tu che sei una sgualdrina e una bagascia! E prendi anche questo, e questo!”
Si sentì un tonfo e i lamenti divennero grida disperate. Le donne sui ballatoi urlavano:
“ Fermatelo, fermatelo! Ma che uomini siete? Tirategliela via dalle mani!”
Arrivò di corsa il Maggioni. Era il capo della commissione interna di una fabbrica di Sesto. Si fece largo e diede un calcio alla porta, e poi un altro:
“ Colnaghi, apri ed esci fuori, altrimenti buttiamo giù la porta! Subito!”
Le urla e le grida cessarono, ma rimasero i lamenti fiochi della donna. Dopo poco la porta si aprì e si affacciò il Colnaghi tutto stravolto e ansimante, forse era anche bevuto. Il Maggioni lo prese sottobraccio e lo portò via:
“ Colnaghi, ma vuoi andare in galera, che poi ti licenziano pure? E quando esci non trovi più un posto a pagarlo e al massimo puoi andare a scaricare le cassette al verziere? Sei diventato matto? E voi” – gridò alle donne affacciate – “ andate a vedere cosa è successo alla Emma.”
Lo trascinarono in cortile e gli misero la testa sotto la cannella dell’acqua:
“ Bene, bravi! Fatelo affogare, che è questo quello che si merita!” – era la Rosa che agitava ancora la sua scopa – “Quante storie per un paio di corna, che è successo una volta sola, per sbaglio. Una debolezza può capitare a tutte; e tu, fagliele anche tu queste corna, così siete pari e la fate finita.”
Le donne entrarono e trovarono l’Emma distesa prona su un sofà. Si lamentava e perdeva sangue dal naso e da un taglio fra i capelli, gemeva:
“ Mi voleva ammazzare, era troppo furioso. Lo so, è stata colpa mia, ma un castigo così … Non ce la faccio più, non ce la faccio più.”
La rialzarono e la fecero sedere su una seggiola: aveva gli occhi che parevano due viole e la faccia gonfia di botte. L’Anna le aprì la bocca: per fortuna non aveva nessun dente rotto; la lavarono, le misero un paio di cerotti e poi con precauzione le fecero fare due passi; camminava e questo voleva dire che non aveva niente di rotto.
Una donna le disse di andare a stare a casa sua per due o tre giorni, il marito non avrebbe fatto storie e nel frattempo al Colnaghi sarebbe sbollita. Il Maggioni aveva finito di risciacquare le idee all’energumeno e uno degli uomini disse:
“ Cosa t’avevo detto, Maggioni? Non va bene fare scioperi senza preavviso; non è onesto e porta solo guai.”
Il fattaccio era successo circa un anno prima. Il Colnaghi faceva il turno di notte: era andato al lavoro come al solito, ma sul portone della fabbrica aveva trovato un picchetto:
“ C’e lo sciopero, oggi, Colnaghi, niente lavoro. L’ha deciso la commissione interna per via di quell’incidente che c’è stato. Se vuoi tenerci compagnia, se no te ne torni a casa.”
Il Colnaghi aveva preferito tornare a casa e aveva trovato la moglie a letto con uno. Non seduti al tavolo a fare due chiacchiere, no, proprio a letto. Era venuto fuori un putiferio; il Colnaghi, che era un pezzo d’uomo aveva massacrato il rivale e caricato di botte l’adultera. Era accorsa la polizia, ma siccome non c’erano state querele la cosa era finita lì.
“ Colnaghi, guarda che è stata solo quella volta” – gli dicevano gli altri inquilini – “ Tu lo sai, qui si sa tutto di tutti, te lo assicuriamo noi: è stata solo quella volta.”
Ma Colnaghi era irremovibile:
“ Una volta o mille volte è lo stesso. Sempre puttana è.”
La tragedia si ripeteva regolarmente ogni quindicina, quando prendeva la paga e regolarmente tornava a casa ubriaco. La donna gli chiedeva in po’ di soldi per fare la spesa e tirare avanti e lui gridava che andasse a guadagnarseli sul marciapiede. Ogni volta era di quella.
Il cortile a poco a poco si normalizzava. Emma era andata in casa della vicina, il Colnaghi in casa di Maggioni. Tutti stavano rientrando nelle loro abitazioni. La luce del giorno si era affievolita e le ombre della sera stavano impadronendosi dei ballatoi e delle ringhiere; i pochi lampioni si erano già accesi. Prima di rientrare Anna si accostò alla Carla:
“ Aspetti Giorgio, stasera?”
“ No, Giorgio è partito.”
“ Partito? E per dove?”
“ Per le ferie. Sono andati in vacanza, lui, la madre e la sorella. Vicino a Viareggio o giù di lì, poi andranno nelle Dolomiti. Torneranno alla fine di agosto.”
“ Vedi un po’ i signori! Siamo al primo di luglio: due interi mesi di ferie filate. Complimenti!”
“ Cara Anna, mica tutti devono tirare la carretta come noi. C’è anche qualcuno che certi lussi se li può permettere.”
“ Ma com’è che sono andati via tutti e tre?”
“ Vuoi dire come mai è andato via Giorgio, vero? Da quanto ho potuto capire è il professore che è felice di sbolognare moglie e figli per un po’ di tempo per farsi gli affaracci suoi e ha sguinzagliato figlio e figlia a controllare la mogliettina per evitare che si ficchi nel letto di qualche bel bagnino.”
“ Ma pensa un po’. E così non vi rivedrete per un paio di mesi.”
“ Sì, è così. Ieri abbiamo cercato di fare il pieno, cioè abbiamo fatto l’amore fino allo sfinimento, finché non avevamo più la forza di alzare nemmeno un dito; ma ora ho già la nostalgia. Due mesi, due mesi interi, una vita.”

 

 

“ Due mesi passano in fretta. Piuttosto, Carla, volevo chiederti, visto che sei sola, se tu potessi darci una mano. L’Agnese è tornata a casa dall’ospedale e, capirai con tutti gli acciacchi che già ha di suo, avrebbe bisogno di un po’ di aiuto: fare la spesa, farle da mangiare, lavare, stirare. La Nina, io e la Sandrina siamo già d’accordo, se ci stessi anche tu, potresti darci un bell’aiuto.”
“ Ma certo! Contaci pure, organizza tu e dimmi cosa c’è da fare che sono sempre pronta a dare una mano, più che volentieri. Se qualcuno almeno potesse dare una mano anche a me; invece io i miei triboli devo grattarmeli da sola.”

 

L’afa si era impadronita della città. Dall’asfalto rammollito il caldo saliva alle facciate, entrava nelle case, infuocava le stanze. I passanti erano pochi e avevano lo sguardo allucinato. Le strade si rianimavano solo verso sera, al tramonto, allora la gente tornava stravolta dal lavoro, le donne sgattaiolavano dalle case e si avventuravano fino al salumiere, al fruttivendolo. Sotto la cappa caliginosa e plumbea le foglie dei platani e degli ippocastani pendevano immote e sfinite senza accennare ad una oscillazione, ad un tremolio. Gli abbaini erano arroventati peggio dei Piombi e chi si affacciava alle colombine vedeva l’aria tremolare sulla distesa dei tetti.
La sera gli inquilini boccheggianti trascinavano le seggiole sui ballatoi e tentavano di rinfrescarsi con un’orzata o una granita: gli uomini in calzoncini e canottiera si facevano vento col giornale, le donne tutte discinte e spettinate sventolavano l’orlo delle sottovesti e si soffiavano dentro il reggiseno. Dalle finestre aperte uscivano le note di una radio accesa che sembravano accompagnare il turbinio dei moscerini attorno ai fanali e la danza del pipistrello che ne dava la caccia.
Qualcuno cercava refrigerio in piazzale Loreto al baracchino delle angurie, qualche altro per sfuggire al tedio se ne andava al bar a guardare la televisione, ma tranne il giovedì, quando trasmettevano “Lascia o raddoppia?” per il resto del tempo non c’era nulla di brillante. Ad andare al cinema si correva il rischio di morire soffocati dal caldo e dal fumo.
Per fortuna che a ravvivare un po’ quelle serate lunghe e affocate ci pensava l’Ernesto. Ernesto lavorava in un magazzino di materiale edile dove faceva il carrellista, ma la sera si esercitava con la fisarmonica e il sabato andava a suonare nelle balere della periferia.
“ Dai, Ernesto, suonaci qualcosa che qui è una lagna.”
“ Papaveri e papere!”
“ Macchè papere d’Egitto. Suona “ Stranger in the night”!”
L’Ernesto alzava una mano:
“ A gentile richiesta, suoneremo…”
Aveva fatto venire un suo amico con la batteria e così allietavano il cortile che con tutta la gente affacciata alle ringhiere sembrava proprio la Scala. O quasi.
Nel tardo pomeriggio la Carla tornava tutta accaldata con la sua bicicletta sotto il Sole di luglio ed entrava a rifiatare nell’ombra dell’androne. La Rosa stava sempre lì, su una seggioletta impagliata per carpire quella poca corrente d’aria che si formava sotto l’androne.
“ Abbiamo posta, Carla!” – strillava Rosa con aria trionfante. – “ Una cartolina!”
“ Ah sì? E cosa dice? Non dirmi che non l’hai già letta!”
Carla prendeva le cartoline con indifferenza e le riponeva nella borsetta. Faceva le scale con indolenza studiata ma al primo pianerottolo le estraeva ansiosa dalla borsetta e le divorava :
<< Gent. Sig.ra Carla Frigerio ¬– via Padova 26 – Milano = Ti amo da impazzire. Ti mando tanti, tanti, tantissimi baci. Giorgio.>>
Carla guardava le cartoline: Camaiore – la spiaggia; Viareggio – il porto. Le rileggeva dieci, cento volte, le accarezzava, le stringeva al petto: quelle l’aveva scritte Giorgio, il suo Giorgio e l’aveva scritte per lei, solo per lei. Le infilava sotto la cornice della specchiera e continuava a rimirarle, ogni volta che vi passava davanti e spesso ci passava apposta.
Arrivavano di frequente, le cartoline:
<< Sei perfida perché mi hai tolto il sonno, ma ti mando tantissimi baci lo stesso. Giorgio>>
<< Muoio dalla voglia di rivederti. Bacioni e bacioni. Giorgio.>>
Arrivavano anche lettere:
<< Mia carissima Carla, sono quindici giorni che sono qui e non ne posso più. Di notte ti sogno e mi pare che tu sia lì con me, ma poi mi sveglio e la delusione è terribile. Questa è una vera tortura e non vedo l’ora che finisca e che ci possiamo riabbracciare. Qui dicono che sia bellissimo, ma a me pare che sia tutto smorto e monotono: in spiaggia me ne sto magonento sotto l’ombrellone a guardare il nulla. Tra l’altro da quando ti conosco ho capito quanto siano insipide e pochine le ragazze. Per fortuna ho la mia bicicletta e mi sfogo a fare delle gran pedalate per la Versilia e le Apuane. Spero che prima di andare nelle Dolomiti passiamo per Milano cosicché possiamo rivederci, ma dipende da mio padre, non da me. Pensami e ricordati di me che ti amo tanto. Baci. Giorgio.>>
Quando arrivava posta la Carla canticchiava e accennava a qualche passo di danza:
“ Siamo contente, eh?” – ridacchiava la Rosa.
Ma non canticchiò l’Antonio quando arrivò il telegramma. Antonio era un ragazzo taciturno, molto più maturo dei suoi diciotto anni. Veniva da un paese del sud ed era solo, senza famiglia, almeno a quanto si sapeva, e abitava, o meglio dormiva, in uno dei seminterrati insieme ad un altro immigrato. L’avevano assunto in una fabbrica di Sesto, in deroga alla regola di assumere solo chi aveva diciotto anni compiuti. Gli avevano chiesto le generalità: padre N.N. Gli avevano chiesto come avesse fatto a sbarcare il lunario fino allora: rispose che aveva lavorato al verziere un tanto a cassetta. Un giorno arrivò un telegramma dal paese; arrivò in fabbrica perché al paese si sapeva dove lavorava ma non dove abitava:
<< Mamma morente. Chiede di te. Vieni subito. Salvatore.>>
Nel caseggiato la notizia si sparse subito: in quella casa si sapeva sempre tutto, e gli chiesero quando partisse:
“ Non parto” – Rispose – “Ha sempre fatto la puttana, che crepi da sola, quella.”
Cercarono di convincerlo. Il Maggioni che in fabbrica era un duro, ma che aveva del sentimento, lo prese da parte:
“ Non fare così. Non pretendere di giudicare, non si può mai sapere in quali circostanze uno si sia trovato. E poi di fronte a una che sta morendo si deve dimenticare tutto. E ricordati che se non vai, te lo ricorderai e te ne pentirai per tutta la vita.”
“ Proprio così mi disse l’ingegnere in fabbrica. Tale e quale.”
“ Lo vedi? Guarda che se si tratta di soldi, il biglietto te lo paghiamo noi, poi i soldi ce li rendi a poco a poco.”
“ Anche questo mi disse l’ingegnere. Ma io non vado.”
E non ci fu nulla da fare.

Luglio aveva portato un’afa tremenda, agosto portò la desolazione. Molte famiglie andarono in vacanza, in giro si vedeva poca gente, i tram erano quasi vuoti; erano rimasti solo i lavoratori i quali aspettavano con ansia le due settimane di Ferragosto. L’Anna aveva portato il ragazzino al paese, dalla nonna, poi era ritornata a far compagnia al Beppe; sembravano in luna di miele: ancora un po’ e appendevano alla porta il cartello “ Non disturbare”.
La Carla sentiva la solitudine come non mai. Tornava dal lavoro e sperava con ansia di trovare posta, girava per casa senza scopo, passava e ripassava davanti allo specchio per guardare le cartoline che ormai conosceva a memoria; ogni tanto leggiucchiava qualche libro che le aveva dato Giorgio.
Una sera rientrando dal lavoro trovò Gino che la aspettava sul portone.
“ Buonasera signora Carla. Sono venuto a vedere se potevo offrirle l’aperitivo.”
“ La ringrazio, ma vede come sono tutta sudata. Dovrei rifiatare un po’.”
“ Vada, si rinfreschi che io la aspetto.”
Presero l’aperitivo seduti in un bar lì vicino. Erano soli, il bar era deserto e anche il padrone si era seduto e si asciugava la faccia con un fazzoletto.
“Volevo dirle, signora Carla, che su a Premeno la stanzetta senza bagno che dà sul retro è sempre libera e quindi se lei ci avesse ripensato e volesse venir su a passare le ferie il posto ci sarebbe ancora, le cederei la camera bella. E a dirgliela tutta mi farebbe molto piacere se lei venisse.”
“ Lei, Gino, è una persona veramente molto gentile. Non sto sfottendo, parlo sul serio, ma cosa penserebbero i suoi amici e soprattutto le loro mogli? Potrebbero pensare che lei si è portato su la ganza, anche se non è vero, e io mi troverei in una posizione difficile. Mi guarderebbero con curiosità, farebbero risolini, le donne mi metterebbero in un cantone. No, guardi, non posso, anche se piacerebbe anche a me tirarmi fuori da questo caldo e da questa noia. Non se ne abbia a male, ma proprio non è possibile.”
“ Certo, capisco. Più la conosco e più la stimo, sa, signora Carla. Io sarò un bonaccione, ma non l’avevo nemmeno pensato. Sì, forse ha ragione lei; però, le dico la verità, ma mi dispiace. Vorrà dire che parlerò di lei agli amici, e dirò che ho conosciuto una vera donna, anzi una vera signora.”
Mentre tornava a casa Carla scuoteva la testa. Come è strana la vita, pensava, quando l’aveva investita lo odiava, quell’omone grosso e un po’ impacciato, poi a poco a poco lo aveva visto sotto un’altra prospettiva e adesso le era quasi simpatico. Fece due chiacchiere con l’Anna, poi si affacciò alla ringhiera a fumare una sigaretta mentre scendeva la notte. Non sapeva nulla di Giorgio da tre giorni, forse si erano trasferiti in montagna, beati loro.
Arrivarono finalmente anche le due settimane di Ferragosto. Nella casa erano rimasti in pochi: lei, la Rosa, i Pesenti, Sandrino, l’Agnese e pochi altri. Anche l’Anna e il Beppe erano via, erano andati al paese a raggiungere Carletto dalla nonna. Le giornate passavano lente. Anche l’Ernesto se ne era andato, lui e la sua fisarmonica, in qualche pensioncina al mare: la sera lui e l’amico della batteria suonavano e così si guadagnavano la cena gratis.
Le cartoline di Giorgio erano divenute un poco meno frequenti
<< Al mare le giornate non passavano mai. Qui in montagna lo stesso. Ti penso sempre. Giorgio.>>
Anche a Milano non passavano mai, pensò Carla. Guardò l’illustrazione: Canazei – vista sulla Marmolada.
<< Oggi sono andato a Cortina, ho fatto il Falzarego e il Pordoi. Quasi come Coppi. Baci. Giorgio.>>
Ma doveva parlare solo del Falzarego e di Coppi? Non aveva proprio nient’altro da dire? Il mare rende effervescenti, le montagne infiappiscono!
“ C’è posta Carla! Gli ammiratori crescono di numero!”
“ Dà qua, pettegola!”
<< Con la quale ci vengo a mandarle i miei migliori saluti e che spero vivamente di poterla ritrovarla sempre in buona salute quando torno a Milano. Con i migliori ossequi suo Brioschi Gino.>>
Dette un’occhiata alla figura: Premeno ( NO ) – Pensione Miralago.
La Carla si piegò in due dalle risate. Finalmente qualcosa di comico in quella Milano così smorta e deserta. Ma si può? “ Con la quale ci vengo… di poterla ritrovarla …” Ma via Gino! Ma è possibile? Però in fondo non le dispiaceva che le avesse scritto, che si fosse ricordato di lei. Cosa aveva detto la Rosa: gli ammiratori crescono? Be’, non bisognava guardare troppo per il sottile, ma sembrava che le sue attrattive non fossero ancora da sbattere via, che era ancora sulla breccia, che… insomma non le dispiaceva. E la cartolina trovò anche lei il suo posticino nella cornice della specchiera.
La mattina prendeva la bicicletta, una gran sporta ed un cappello di paglia e se ne andava all’Idroscalo. In genere sceglieva una spiaggia appartata, poco battuta; qui legava la bici ad una pianta, stendeva un tappetino sulla ghiaia, si spogliava e restava in costume a prendere il Sole e a leggiucchiare qualcosa. Ogni tanto un rombo sordo la distraeva: allora alzava gli occhi ad ammirare l’aereo che decollava e puntava verso il cielo. Chissà dove sarà diretto, si chiedeva, certo molto più lontano di Camaiore o di Canazei; volerà almeno fino a Roma. Quando il rombo era ormai solo un ronzio e l’aereo un puntino che si perdeva nello spazio, abbassava lo sguardo e contemplava la grande cortina di pioppi che mascherava l’orizzonte, la distesa d’acqua calma, quasi oleosa dell’Idroscalo, le bianche rive coperte di ghiaia, i pescatori che fissavano immobili la canna e la lenza per cogliere un sussulto, un fremito. Una o al massimo due volte al giorno passava con grande strepito un motoscafo con uno sciatore a rimorchio, le cui eleganti evoluzioni riuscivano a distrarre persino i pescatori. Ogni tanto, nelle ore più roventi, passava uno con un gran borsone a tracolla; affannato e stravolto dal caldo offriva birra e bevande che decantava come fresche. Dopo queste brevi pause Carla riprendeva a sfogliare le pagine e cercare di interessarsi alla lettura.
Sulla ghiaia dell’Idroscalo il Sole la avvolgeva, la abbracciava come un amante appassionato, le entrava dentro, la abbrustoliva, la stordiva anche un poco.
“ Signora Carla buongiorno.”
Carla si riscosse e si voltò verso quell’uomo che la osservava dall’alto con aria sorniona.
“ La signora Carla, vero? Ma certo, nel nostro quartiere è conosciuta…”
Carla si rizzò a sedere e si coprì con un asciugamano. Quell’uomo l’aveva già visto altre volte, anche se non lo conosceva: gironzolava nel quartiere e non le piaceva affatto.
“ Che c’è, cosa vuole?”
“ Solo fare due parole” – l’uomo si era accoccolato e aveva avvicinato il suo viso a quello della donna. Carla si scostò lievemente perché quel sorriso obliquo le risultava odioso.
“ Sì, fare due chiacchiere in confidenza con una persona intelligente, una che capisce le cose alla svelta. Volevo dire che, sa , mi sono stufato di spaccarmi la schiena per ingrassare il padrone e così mi voglio mettere in proprio.”
“ E a me? A me che importano i suoi progetti?” – la Carla lo guardava molto sospettosa.
“ Sa, voglio mettere su un girettino con delle ragazze, lei mi capisce, vero? Ho già un socio che me le manda su dalla bassa Italia, da lontano; stanno qui una quindicina di giorni e poi se ne tornano giù e così non danno nell’occhio.”
“ E lei mi viene a raccontare queste porcherie? Se ne vada!”
“ Ma no, abbia pazienza, perché ci sarebbero dei bei quattrinelli da guadagnare anche per lei. Per carità, lei non dovrebbe assolutamente lavorare, ma sarebbe utile, molto utile.”
“ Utile? In un imbroglio simile? Ma cosa sta dicendo?”
“ Vede, signora Carla, quelle ragazze ci sanno già fare, mi capisce, ma sono di provincia, impacciate, mentre lei, con l’esperienza che ha, mi capisce, chissà quante cose potrebbe spiegare, insegnare.”
“ Cosa? Vada via! Vada via, brutto schifoso! Sparisca!”
Due pescatori che erano nei pressi tentando invano di prendere qualche alborella, si avvicinarono minacciosi:
“ Cosa c’è che non va? Smetta di dar fastidio alla signora! Se ne vada fuori da piedi!”
L’uomo se ne andò ridacchiando:
“ Vado, vado. Eh, quante storie per due parole!”
La Carla tremava dalla rabbia e dallo schifo. Le stava venendo il vomito dal disgusto. Era così, dunque, che la consideravano? Una donna perduta, una professionista, peggio, una maitresse, come si diceva nei postriboli. Lei si era sempre guadagnata da vivere col suo lavoro, lavoro onesto; il suo letto non era mai stato una bottega, un luogo di commercio; lei era sempre stata una donna, mai una mercanzia! Questo era il risultato di essere sola, senza un uomo, libera o meglio illusa di essere libera. Se quel giorno accanto a lei ci fosse stato Giorgio quello schifoso non si sarebbe azzardato a fare quelle sporche proposte. O forse il Gino. Sì certo, il Gino, con quelle mani che parevano due mazzapicchi, avrebbe fatto paura a chiunque.
Si mise in ginocchio, poi lentamente si drizzò in piedi e si rivestì.
“ Tutto bene, signora? – chiese uno dei pescatori.
“ Grazie, tutto bene. E’ che a volte si fanno dei brutti incontri.”
“ C’è tanta brutta gente al giorno d’oggi, non dovrebbe andare in giro così da sola.”
La Carla riprese stancamente la via del ritorno; il vialone Forlanini le sembrò interminabile, poi prese per i viali della filovia: la strada non finiva mai. Quando arrivò al suo portone la Rosa le domandò:
“ Cosa c’è Carla, non stai bene?”
“ Sono stanca, Rosa, terribilmente stanca.”

Se ne stette rintanata a casa per un paio di giorni, perché aveva paura di incontrare quell’orribile individuo, ma alla fine si riscosse: non poteva starsene tappata lì dentro per tutta la vita, doveva tornare ad affrontare il mondo e doveva anche procurarsi una bella abbronzatura per quando sarebbe tornato Giorgio. Era Ferragosto; la città era deserta ma in compenso l’Idroscalo piuttosto affollato: Carla scelse una spiaggia dove c’era parecchia gente e ricominciò a farsi abbracciare dal Sole sfogliando libri e riviste.
In quei giorni arrivò una cartolina di Giorgio. L’aveva attesa con ansia, perché negli ultimi tempi si erano diradate alquanto.
<< Sono stato con degli amici in cima al Piz Boè. E’ un posto meraviglioso. Qui tutto è meraviglioso. Cari baci e saluti. Giorgio.>>
Pensò che era contenta per lui che fosse in un posto meraviglioso, però qualche parolina affettuosa in più poteva anche scriverla.
Ricevette anche un’altra cartolina da Premeno:
<< Tanti cari saluti da parte mia e di tutti gli amici. Brioschi Gino, Raffaella, Tonino, Franca, Guido ( Boccia Veloce), Nuccia, Clara, Ugo, Calderoni Francesco.>>
Allora era vero che andava in ferie con tanti amici. Arrivò anche un’altra cartolina di Giorgio:
<< Carissimi baci e saluti. Giorgio.>>
Non si sprecava mica tanto, il signorino. Possibile che tra corse in bici e scalate alpine non gli rimanesse un po’ di tempo per spremersi un pensierino un po’ gentile?
Dopo la calma di Ferragosto, la vita piano piano tornava a conquistare la città: il salumiere aveva riaperto, il fruttivendolo pure, il fornaio non aveva mai chiuso. Il quartiere a poco a poco andò ripopolandosi. Il primo che Carla vide fu Nino; “ Nino el fighetta”, come lo chiamavano. Lo salutò per prima perché non le stava antipatico, anche se era un suo concorrente, dato che puntava tutti i ragazzi della zona.
“ Ciao, Nino, già di ritorno?”
“ Ciao Carla. Sì sono tornato un po’ presto perché devo mettere a posto alcune cose, e poi cambio mestiere.”
“ Come? Cambi mestiere?”
“ Ho trovato un posto da commesso in un negozio, altro lavoro, altra zona. Sai in fabbrica non ce la facevo proprio più. Per via di quello che voi chiamate difetto, deviazione. Tutti mi sfottevano, mi pigliavano in giro, me ne facevano di tutti i colori. Quando finiva il turno, negli spogliatoi per me era una sofferenza: vedere tutti quei corpi nudi, alcuni ancora giovani e belli era una tortura, come se un uomo cosiddetto normale entrasse in una doccia di sole donne. Per di più facevano apposta a mettersi in mostra, a mettermelo sotto gli occhi, dicevano: <<Ti va bene così o ti piace più lungo?>> e tutti a ridere, e io che mi sentivo svenire. Allora ho cercato un altro lavoro e adesso cambio. Poi se potrò me ne andrò a stare anche in un altro quartiere, dove nessuno mi conosce, e ricomincio da capo. Faccio male Carla?”
“ Fai bene, penso che tu faccia bene; ma devi stare più attento, non metterti in mostra, cerca di non farti capire, le tue scappatelle vai a farle da qualche altra parte. In ogni modo, ti faccio tanti auguri.”- gli strizzò l’occhio – “ Dopotutto avrò un concorrente in meno!”
Fecero una risata tutt’e due.
“ Arrivederci Carla!”
“ Ciao Nino! E in gamba!”
Anche il cortile si stava rianimando. Tornò il Furgieri, tornò il Colnaghi con la moglie e sembrava che fra di loro le cose andassero un po’ meno peggio. Il Maggioni tornò con tanti bei progetti:
“ Ragazzi pronti che in autunno ci sarà una raffica di rivendicazioni.”
Tornò l’Anna col Beppe:
“ Carla, sei in gran forma!” – esclamò, e in un orecchio, sottovoce aggiunse – “ Si vede che un po’ di astinenza ti fa un gran bene!”
Forse l’Anna aveva ragione, il fatto era che stava facendo astinenza anche per la corrispondenza. Probabilmente aveva un bell’aspetto, ma dentro si sentiva vuota e scontenta. Le fece piacere trovare Gino che l’aspettava sul portone. Era la prima persona che incontrava a parte quelli della zona.
“ Ben trovata, signora Carla! Ha un aspetto meraviglioso. Un aperitivo?”
“ Ben tornato signor Gino! Un aperitivo? Un aperitivo!”
Si accomodarono nel solito bar, dove ancora non c’era nessuno. Nulla era cambiato, solo il barista non si asciugava più la faccia col fazzoletto dato che aveva rinfrescato leggermente.
“ Vorrei ringraziarla per le cartoline, fa sempre piacere vedere che qualcuno si ricorda di te.”
“ Come puoi dimenticare una donna che stavi stirando con la macchina! Ha visto quante firme? Ho parlato di lei ai miei amici e tutti hanno detto che ha fatto male a non venire su con noi. Beh, veramente questo lo hanno detto gli uomini, le donne invece hanno detto che la capiscono benissimo, che anche loro avrebbero fatto così. Siete tutte uguali voi donne! Però hanno anche detto di fargliela conoscere, che la prossima volta deve venire su a Premeno.”
“ Campa cavallo! Di qui al prossimo Ferragosto…”
“ Non aspetteremo Ferragosto, perché ai Morti ci sono quattro giorni di festa e andiamo tutti su.”
“ Chissà che allegria ci sarà per i Morti in cima a quella montagna!”
“ Lei dice così perché non c’è mai stata, ma se il tempo è buono, è bellissimo. Non c’è mai nebbia. Si va nel bosco a raccogliere le castagne, che poi ci facciamo le caldarroste, si mangia la polenta con la lepre, e se va bene anche coi galli di montagna, che c’è sempre qualche cacciatore, poi i funghi e il formaggio fatto dai casari. Le camere da letto sono fredde, ma dove si mangia c’è un bel camino con il fuoco di legna. E la sera si resta a chiacchierare con un buon bicchiere di vin brulè in mano. ”
“ Lei mi vuol tentare, mi vuole.”
“ Ci pensi, Carla, e vedrà che si troverà contenta.”
Ormai le ferie di Ferragosto erano passate, le fabbriche e gli uffici avevano riaperto. La Carla aveva ricominciato a lavorare, come tutti: casa, fabbrica, fabbrica, casa.
Quando rientrava, prima ancora di guardare nella cassetta della posta si aspettava che la Rosa le gridasse:
“ Carla, c’è posta!”
Prima della fine di agosto arrivò un’ultima cartolina da Giorgio:
<< Tanti cari saluti. Giorgio.>>
Tanti cari saluti? Ma, dico, era il modo di esprimersi? Ma dove hai messo i sentimenti? Ti sei rammollito? La Carla era preoccupata e delusa, ma il suo ritorno era prossimo e ci avrebbe pensato lei a svegliarlo su per bene. Aspetta, caro Giorgio, e vedrai come ti rinfoco, vedrai che peperoncino che ti faccio mangiare!
Quella sera si addormentò molto tardi. Continuava a rigirarsi nel letto pensando a come sarebbe stato l’incontro con Giorgio, alle parole che le avrebbe detto, alle carezze che le avrebbe fatto, al suo stanzone che sarebbe tornato a splendere come la casa di un re.

Quando lo vide che la aspettava sul portone, Carla ebbe un balzellone al cuore. Scese con un salto dalla bicicletta poi si avvicinò lentamente al ragazzo guardandolo fisso in viso.

“ Sei arrivato, Giorgio, sei arrivato, finalmente. Ti ho aspettato tanto!” – mormorava e balbettava persino, dall’emozione.- “ Sei bellissimo! Così abbronzato! Sembri più forte, più uomo.”
“ Anche tu sei bellissima.” – la voce di Giorgio era ferma, piena. Le fece una carezza sulla guancia – “ Ancora più bella di prima.”
“ Ma che dici? Sono tutta accaldata e trasandata, se tu mi avessi avvertita mi sarei fatta trovare più in ordine, più a posto. Mi sento orribile!”
“ Orribile? T’ho detto che sei bellissima, affascinante come prima e più di prima.”
Giorgio appariva calmo, sicuro. Le fece un’altra carezza:
“ Orribile è stata la nostra lontananza. Non potremmo cercare di recuperare un pochino del tempo perso?” – Le prese la bicicletta ed entrò nell’androne.
Alla Carla sembrava le si piegassero le ginocchia, quasi fosse la prima volta. Quando infilò la chiave nella serratura le tremava leggermente la mano. Giorgio richiuse la porta alle sue spalle e tirò il paletto; come la prese per la vita, Carla gli si abbandonò fra le braccia:
“ Giorgio, Giorgio mio, cucciolo mio, stringimi, baciami, dimmi che mi ami sempre.”
Giorgio era in preda ad una sorta di frenesia: la succhiava, la stringeva brancicando, le strappava di dosso i vestiti, ne esplorava con desiderio tutte le curve. Sentì che la Carla non aveva quasi più la forza di reggersi: la prese in braccio e la portò sul letto.
Fu un amplesso rapido, primitivo, quasi brutale. La Carla, quando rifiatò, vide che Giorgio già stava armeggiando con i vestiti:
“ Ma che, te ne vai già?”
“ Devo. Ti spiegherò poi con calma: è mio padre che mi carica di lavoro. Domani ci vediamo di nuovo.”
“ Tuo padre? Lavoro? Ma se fa il medico! Tu che fai, l’aiuti a fare le punture?”
“ Ti spiegherò. Ora purtroppo devo scappare.” - Le diede un bacio sulla guancia, affrettato, superficiale. Prima di chiudere la porta la salutò con la mano.
La Carla era rimasta sdraiata supina sul letto, stanca, svuotata. Non capiva, non accettava che fosse stato tutto così diverso da come s’era immaginato. Lentamente si alzò, si rivestì, si dette una pettinata allo specchio. Si esaminò tutta e si vide imbruttita e svogliata. Uscì sul ballatoio per fumarsi una sigaretta.
“ Ho visto che è tornato Giorgio. “ - Anna si era accostata all’amica.
“ No. Non è tornato Giorgio, era uno sconosciuto. Mi ha travolta, ma non mi ha dato nulla, non mi ha fatto vibrare nulla. La mia casa è rimasta il solito stanzone, non è diventata la casa del re.” - Nella voce c’era una delusione terribile; all’Anna parve che stesse per piangere.
“ Non devi farne una tragedia. E’ appena tornato, sarà ancora in mezzo al trambusto, lasciagli il tempo di rifiatare. Devi lavorartelo, devi…” – l’Anna tacque e le passò un braccio attorno alle spalle.
Il giorno seguente si replicò. Giorgio bussò alla porta: due colpi secchi, risoluti e quando la Carla gli aprì, entrò deciso, quasi fosse il padrone, e da padrone la afferrò e la strinse.
“ Giorgio…”
Giorgio non la lasciò nemmeno parlare:
“ Non è l’ora di parlare, abbiamo perso troppo tempo in due mesi. Bisogna approfittare di tutti i minuti che abbiamo, dobbiamo rifarci, stringerci, sentire che ci desideriamo, ci vogliamo.”
La Carla cercava carezze, tenerezze, affetto, ma Giorgio non era capace di dimostrare amore, ma solo bramosia, non effondeva sentimento ma solo urlo di sensi: la spinse, la trascinò a letto quasi con una certa violenza, la forzò ai suoi desideri senza però soddisfare le sue aspettative più intime.
Rimasero sdraiati l’uno accanto all’altra, ognuno con i propri pensieri.
“ Non mi hai neanche raccontato come sono andate le tue vacanze.” – chiese Carla.
“ Ti dirò. A Camaiore una stufa che non ti dico. Un mortorio, tutta gente anziana, e l’unica cosa buona era il mare e la mia bici. A Canazei no. C’era un mucchio di giovani, ragazzi e ragazze, gente simpatica, tutti molto per bene: abbiamo organizzato delle gite in montagna, in bicicletta, si andava a ballare. Tutta un’altra cosa, insomma.”
La Carla si voltò verso di lui, guardandolo con affetto ed insieme con ansia:
“ Perché ieri sei scappato via così in fretta? M’è sembrato che non volessi più stare qui con me, che ti desse fastidio.”
Giorgio dette un’occhiata alla sveglietta sul comodino:
“ Purtroppo anche oggi devo scappare in fretta. Mio padre mi aspetta in studio. Con la scusa che sono ancora in vacanza mi sta facendo fare un sacco di lavoretti: riordinare la sua libreria, che è enorme, copiare tutte le schede dei pazienti, fare delle commissioni. E’ solo per questo, non è che non voglio stare con te. Avevo più tempo quando andavo a scuola.”
“ E’ solo per questo? Dimmi Giorgio, è solo per questo?”
“ Ma certo! E’ per questo, non c’è nessun altro motivo. Che ragione ci potrebbe essere se no?”
Alla Carla quelle parole fredde, di circostanza, facevano male come bruciature. Gli prese una mano e lo guardò fisso, come per leggergli dentro:
“ Giorgio, tu ancora non hai capito cosa rappresenti tu per me, quanto grande sia l’amore che provo per te.”
Giorgio ritirò la mano ed iniziò a rivestirsi:
“ Ci vediamo domani o al massimo giovedì.” - Le fece una carezza sulla guancia e si diresse per uscire.
La Carla si slanciò tra lui e la porta:
“ Giorgio, un bacio! Ancora un bacio!” – Si era avvinghiata a lui e gli faceva sentire tutto il suo corpo, tutto il suo essere.
Giorgio le dette un bacio rapido, senza calore e si sciolse in fretta da quell’abbraccio. La Carla si strinse la vestaglia sul corpo nudo e lo guardò allontanarsi per il ballatoio, poi lentamente chiuse la porta. Si sedette alla tavola appoggiando la testa su una mano. Sentiva che lo stava perdendo, che forse l’aveva già perso, e sentiva che l’angoscia le si spandeva dentro. Cosa le aveva detto l’Anna, che non poteva durare, che sarebbe finita? In fondo al cuore aveva sempre saputo che l’Anna aveva ragione, ma non così presto. Cosa poteva essere successo perché Giorgio si fosse stancato così in fretta? Era sempre stato così appassionato, così tenero, così trasparente e adesso tutto in un colpo, cambiato che non lo conosceva più. Ma come poteva essere che l’avesse già perso, che fosse rimasta sola, sola ancora una volta dopo la perdita di Franco e di Eugenio? Sì, Franco ed Eugenio, perché gli altri non avevano contato nulla nella sua vita: solo ragazzi da letto. Si sentiva impazzire. Ma non aveva diritto anche lei a un po’ di sentimento?
Le veniva in mente la scena che aveva visto alla fermata di un autobus. C’era una donna in attesa; una donna di mezza età, brutta, goffa, malvestita: aspettava con in mano una sigaretta accesa. Dall’autobus scese un uomo, sulla cinquantina, anche lui bassotto, grossolano ed impacciato. Si era avvicinato alla donna e si erano scambiati un sorriso che sembrò trasfigurarli; si sfiorarono con un bacio, un bacio tenue, da adolescenti ed erano andati via tenendosi per mano e guardandosi negli occhi, con una espressione di felicità infinita. E lei? Perché lei no? Non era un po’ meglio, lei? Non aveva diritto anche lei ad un po’ di felicità, a un po’ di amore?

L’aria non più rovente era tiepida e mossa dalla brezza della sera: le tovaglie dei bar ondeggiavano leggermente, le foglie degli alberi parevano rinascere dopo la soffocante calura estiva. Quella giornata di settembre era limpida e luminosissima, ma Carla aveva il buio dentro, sentiva il suo cuore che diventava di piombo, aveva come un presentimento, come se su di lei dovesse abbattersi qualcosa di tremendo, qualcosa che avrebbe potuto stroncarla, spezzare la sua esuberanza, soffocare per sempre la sua voglia di vivere.
Li vide dal tram, in corso Buenos Aires, mentre tornava a casa dal centro. Il tram era fermo e loro stavano camminando lentamente: Giorgio la teneva cinta alle spalle e si guardavano sorridendo con una tenerezza da non potersi dire. Carla sentì che il suo cuore si stava fermando, che tutti i suoi sensi si erano concentrati negli occhi: era una bella ragazza, slanciata, elegante, giovanissima; certo una studentessa dei quartieri bene. Stava per precipitarsi giù in strada, quando il tram ripartì, ma fece in tempo a vedere che Giorgio le dava un piccolo, leggero bacio sulla bocca mentre lei si raggomitolava come una gatta. Carla dovette aggrapparsi alla piantana per reggersi e un passeggero le chiese se si sentisse male e volesse sedersi; fece cenno di no con la testa, ma le mancava il fiato e le gambe non la reggevano; si sedette.
Doveva essere stravolta, quando arrivò al portone, perché la Rosa si allarmò e le chiese tutta preoccupata:
“ Carla, ma stai male? Siediti, ti faccio una camomilla, qualcosa di caldo. Ma che hai fatto, cosa è successo?”
La Carla fece un sorriso triste e disse di no con un cenno. Aveva bisogno di stare sola, di piangere, non voleva che la vedesse nemmeno l’Anna. Invece dopo poco l’Anna bussò alla sua porta:
“ Carla che hai, stai male? La Rosa mi ha detto che t’ha vista malissimo. Dai, Carla, apri, non farci stare in pensiero.”
La Carla non apriva; Anna tentò la maniglia e aprì cautamente la porta. La trovò con la testa appoggiata alla tavola, abbandonata. Le sfiorò una spalla:
“ Carla…”
Carla alzò la testa e guardò l’amica. Sembrava che tutti i dolori del mondo si fossero radunati sul suo volto; chiuse gli occhi e appoggiò la fronte sul fianco dell’amica. Anna prese una seggiola, si sedette vicino e le cinse le spalle.
“ Giorgio?” – mormorò.
Carla fece cenno di sì.
“ Avete litigato?”
“ No, l’ho perso. E peggio ancora ho scoperto di aver amato un porco, un lurido che usava il mio corpo solo per sfogare le sue libidini. Non farmi dire di più, e per favore lasciami sola, non puoi fare niente tu, nessuno può fare niente per me.”
Rimase sola a macinare la propria infelicità. Nulla aveva più uno scopo, un senso. Tradita, umiliata, senza nessuno vicino che le ricambiasse un affetto, che le dicesse una parola d’amore. In che modo continuare a vivere? Alzarsi, lavorare, mangiare, coricarsi, ricominciare ad arroccolare tutti i ragazzi del quartiere, così, come prima, senza uno scopo, senza una meta. Cosa poteva fare? Darsi al bere come aveva fatto la Margherita, che aveva iniziato col Marsala per poi passare alla grappa anche di prima mattina ed ora beveva qualsiasi intruglio? Avrebbe bevuto anche l’alcool denaturato, quella, ed era sempre dentro e fuori dagli ospedali e alcolizzata com’era la mattina la trovavano sdraiata per le scale ubriaca fradicia.
No. Lei non si sarebbe degradata a quel punto, la dignità non l’avrebbe persa, era orgogliosa, lei, e si sarebbe spezzata, ma non si sarebbe piegata. Sapeva già come sarebbe andata a finire. Avrebbe atteso che la luminosità del settembre si ammantasse dei colori dell’ottobre e che questi a poco a poco sbiadissero nel grigiume di novembre. Allora, in una sera di nebbia, quando tutto si confonde, quando i lampioni delle strade diventano dei fiochi barlumi e anche le luci del cortile vengono risucchiate da quel buio uniforme, si sarebbe stretta ai fianchi la vestaglia, avrebbe acceso una sigaretta e si sarebbe affacciata alla ringhiera. Qui avrebbe continuato a fumare e avrebbe pensato ai suoi tentativi, alle sue gioie, ai suoi fallimenti; arrivata alla fine avrebbe gettato la cicca e si sarebbe affacciata per vederla sparire nel buio, poi si sarebbe sporta ancora di più e quel gran vuoto grigio l’avrebbe inghiottita e fatta sua, per sempre.
Ma prima doveva radunare le forze per accogliere Giorgio per l’ultima volta. Perché sarebbe tornato, era certa che sarebbe tornato, e doveva essere accolto degnamente, con tutti gli onori. Non poteva congedarlo senza dargli l’importanza che si meritava, ma doveva essere forte, molto forte e poi gli avrebbe fatto vedere chi era la Carla. Si alzò ed andò alla specchiera: si vide pallida, brutta, spettinata, vecchia. << E tu pensavi che si fosse innamorato di te? Ma datti una guardata, cosa puoi rappresentare per un ragazzo come lui? E tu, deficiente, come hai potuto perdere la testa per un moccioso, un signorino con la puzza sotto il naso? >> Adesso doveva ricomporsi, ripigliare fiato, liberare la testa e pensare a cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto quando avrebbe rivisto quel bellimbusto. Aveva tempo per prepararsi, quella sera non si sarebbe fatto vedere, il lurido; era troppo occupato con la sua smorfiosetta.
Uscì sul ballatoio ed accese una sigaretta. Come la vide, la Rosa le gridò:
“ Come va Carla, va meglio?”
“ Grazie Rosa, va un po’meglio, sta passando.”

Era alla finestra quando lo vide arrivare. Traversava la strada con passo sicuro, energico: No, non era più il suo Giorgio, quello timido, impacciato, quello che le infondeva una gran tenerezza. Era un uomo che veniva a prendersi la sua razione di carne fresca come fosse stato un suo diritto, una cosa dovuta. Arrivato sul portone si era guardato a destra e a sinistra: << Proprio come mi hanno detto che fanno prima di entrare al casino! Che verme! Vieni, vieni che adesso la Carla te la dà lei la lezioncina.>> Si era ben preparata all’incontro: ben pettinata, truccata, si era cambiato l’abito e si sentiva forte come non mai, pronta ad affrontare un esercito, altro che un ragazzino qualsiasi!
Gli aprì la porta e Giorgio si fece avanti per abbracciarla, ma la Carla lo gelò subito guardandolo fisso:
“ Desidera qualcosa il signorino?”
“ Come dici Carla? Non capisco, che modo sarebbe?”
“ Che modo? Il modo di dirti che la Carla ha chiuso bottega, tirato giù la clerck, sprangato il catenaccio! Capito? Qui non c’è più niente da prendere, almeno per te, perché la Carla la sua piccola mercanzia la vuole regalare a uno che non faccia di tutto un fascio e non vada ad arraffare roba a destra e a sinistra.”
“ Ma Carla, io…”
“ Ma io, ma io. E’ chiuso e basta.”
La Carla si era appoggiata con la schiena alla tavola ed aveva alzato la testa e lo guardava dritto negli occhi. Giorgio non l’aveva mai vista cosi furente e al tempo stesso così bella, lei si accorse di quello sguardo di ammirazione e di desiderio:
“ Peccato, vero? Perché forse c’era ancora qualcosina di carino da acchiappare, dico bene?”
Si tirò su la gonna, sporse una gamba e la scoprì fino all’orlo delle mutandine.
“ Ti piace? Abbronzatura casalinga, marca Idroscalo, non abbiamo bisogno di Camaiore o di Dolomiti, facciamo tutto in casa, noi, ci accontentiamo del Sole di Milano. Mica male il risultato, non è vero? Peccato che ieri preso dalla tua foia bestiale non te ne sia nemmeno accorto.”
Giorgio fece un passo:
“ Carla, ti prego…”
“ Fermo lì!” – la Carla lasciò andare la gonna e girò dietro al tavolo – “ se vuoi vedere qualcosa di carino va a spogliare la tua smorfiosetta, che a me non mi tocchi più perché non mi piacciono le mani che vanno a toccacciare di qua e di là.”
“ Smorfiosetta? Ma quale smorfiosetta? Di chi parli?”
“ Lo sai benissimo di chi parlo! Ho ben visto come te la stringi quando vai su e giù per il corso Buenos Aires.”
“ Quella? Ma è solo una compagna, una amica.”
“ E tu le compagne le baci in quella maniera lì? Taci, brutto schifoso, tu mi hai tradita e umiliata e il tradimento potevo forse dimenticarlo e perdonarlo, ma l’umiliazione no. Ricordati che la Carla non pretendeva grande amore romantico o passione travolgente, ma un po’ di affetto sì e anche rispetto, tanto rispetto, e invece tu sei venuto qui non perché mi volevi bene, ma solo per far funzionare la tua macchinetta, e questo è rivoltante.”
Alla Carla si era incrinata un po’ la voce, ma si riprese:
“ Vai a farti dare la carne fresca dalla tua stimoscetta, e se non apre il lucchetto puoi sempre andare a vuotare i secchielli qui in fondo a via Padova, dove c’è tutto un assortimento, per soddisfare tutti i gusti, ma vedrai cosa ti ritroverai: solo carne bollita, non credere che ti diano l’anima. Capito mio bel signorino?”
Giorgio stava lì muto, a testa bassa.
“ E adesso sparisci, non farti più vedere, che è anche meglio per te, se no qui in cortile te ne danno un sacco e ti riducono a una polpetta. Torna dalla morosetta, vai dove vuoi, va all’inferno ma non farti più vedere.”
Fuori dalla porta, sul ballatoio, Giorgio trovò l’Anna e il marito che lo aspettavano:
“ Hai sentito cosa ha detto la Carla? Aria! Non farti più vedere, altrimenti te ne diamo tante che il tuo paparino ci mette due mesi a tirarti insieme. Fuori dai piedi!”
La Carla aveva richiuso la porta e ci si era appoggiata contro. Era troppo tesa e furente per poter piangere, le mancava il fiato, le dolevano la dita da quanto aveva stretto i pugni, sentiva le orecchie che zufolavano.
Stette immobile per qualche minuto, poi, prima che le cedessero le forze andò alla specchiera a guardare la fotografie infilate nella cornice.
<<Camaiore. Ti amo da impazzire>> Porco! Zac,zac la strappò e la gettò sul pavimento.
<<Viareggio. Ho perso il sonno>> Lurido! Zac, zac, via anche quella.
<<Cortina>> via! <<Canazei>> via! Il pavimento era costellato da pezzetti di cartoncino.
<<Premeno. Con la quale la vengo a salutare… a ritrovarla…>> Carla fu presa da un riso irrefrenabile, quasi convulso. Che maniera di scrivere, di esprimersi, ma si poteva? Continuò a ridere sino a che il riso non divenne una convulsione che alla fine si trasformò in un pianto dirotto. Si gettò sul letto, bocconi e si premette il cuscino sulla testa in modo che i vicini non sentissero i suoi lamenti, pianse tutte le lacrime che aveva, gemette, si lamentò finché adagio adagio i singhiozzi non si smorzarono e non ci fu che il silenzio.

Si svegliò che era quasi l’alba. Accese la luce e si guardò attorno. I pezzetti delle cartoline giacevano per terra come tante farfalle morte. Vide anche una cartolina che era ancora intatta e la raccattò: era piuttosto stinta dalle lacrime, ma si poteva leggere ancora qualcosa: <<… la vengo a salutare…>>; sorrise scuotendo la testa e immaginò Gino curvo su un tavolo della pensione mentre la scriveva con quelle manone che parevano guantoni da pugile. No, quella non l’avrebbe strappata, l’avrebbe rimessa con cura sotto la cornice della specchiera: in fondo mancava ancora tanto tempo prima che arrivassero i nebbioni. Prese la scopa e si mise a ramazzare tutti quei ritagli, quindi li raccolse nella paletta ed uscì per gettarli nella canna delle immondizie.
La vecchia casa di ringhiera si stava risvegliando, una finestra era già accesa: era il Becchi che si stava preparando per andare a fare il primo turno a Rogoredo; poco dopo anche quella del Pesenti si aprì. Fra una mezz’ora la Rosa ciabattando avrebbe spalancato il portone e sarebbe passato il primo tram da Crescenzago diretto verso Loreto, i ciclisti sarebbero usciti dai loro androni ed avrebbero invaso le strade. Carla guardò in alto, oltre i tetti: in fondo a via Padova il cielo cominciava appena appena a schiarirsi, ma là verso il centro era ancora tutto scuro e si riusciva a vedere la Madonnina che era illuminata e brillava come una stella d’oro.

 


<<--- Il palloncino
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