Un arco perfetto e luminosissimo nel blu della notte e la cometa si posò sulla cima dello scoglio. Era una cometa piccolina, molto graziosa, un po' civettuola, con una gran chioma fosforescente in continuo movimento. Si guardò attorno con gli occhioni sgranati, ma non vide nessuno : «Forse sono arrivata troppo presto ... » pensò e iniziò a pettinare con gran cura i suoi bellissimi capelli.
"Come sei bella!"
La cometa si voltò e vide che dal nero dell'acqua stava uscendo strisciando una grossa stella marina rossa che la guardava incantata.
"Come sei bella! "- ripeté la stella marina - "E come ti chiami? Chi sei?"
"Sono una stella cometa. Andavo in giro per il cielo quando ho sentito dire che c'era un raduno di stelle ed allora mi sono diretta qui, ma vedo che non c'è nessuno."
"E' ancora un po' presto, ma arriveranno, non temere. Ecco vedi c'è già qui la mia cugina, la stella marina bianca, poi sta arrivando una stella a sei punte, fatta di latta che dev'essere quella di uno sceriffo."
Le stelle ormai stavano giungendo alla spicciolata. Arrivarono due stellette militari che camminavano ritmicamente e si sedevano ed alzavano con perfetto sincronismo; arrivarono le stelline dell'albero di Natale che si accendevano e si spegnevano con tanti colori diversi; giunse anche una stella a sei punte che pareva fatta col filo di ferro: una stella di David. Una delle stelle marine chiese alla cometa:
"Verranno le stelle dell'Orsa Maggiore? E la stella Polare?"
"Ma no, figurati! Sono stelle fisse, ancorate al cielo, come quelle di Orione o della Croce del Sud, mica si possono muovere. E poi pensa cosa succederebbe se si spostasse la Polare : tutto il mondo perderebbe la trebisonda. E non verranno nemmeno le stelle cadenti perché si sfracellerebbero al suolo."
Ormai giungevano in massa. La stella di Natale con le sue foglie tutte rosse, poi fu tutto un allegro intrecciarsi di nastri multicolori: erano le stelle filanti di carnevale. Arrivò anche la stella dell'Armata Rossa, fiera del suo passato glorioso, mentre una stella alpina imbacuccata nella sua pelliccetta bianca scalava la parete dello scoglio. Cominciavano tutte a fraternizzare e il chiacchiericcio si infittiva. Le due stelle marine si stavano agitando e scrutavano preoccupate l'acqua cupa del mare:
"Per favore, parlate piano, perché Nettuno non ama il fracasso e potrebbe innervosirsi, e allora sarebbero guai grossi!"
Il cicaleccio si smorzò in un mormorio che poi si spense: stava arrivando una bellissima donna molto elegante, vistosa, che fece un largo sorriso circolare e con aria indolente si sedette accavallando le gambe e mettendole bene in mostra. La cometa le chiese gentilmente di presentarsi:
"Ma come? Io presentarmi? Tutti sanno chi sono. Sono Star, una diva, non ho bisogno di presentazioni, sono molto famosa, io! Ho girato tanti film! Sono venuta solo per dare lustro a questo convegno ma penso che ben presto dovrò lasciarvi: sono oberata da tanti, troppi impegni."
Rimasero tutte a guardarla a bocca aperta con soggezione. Tutte, tranne la cometa che mormorò:
"Di stelle vere, a dire la verità, finora ci sono solo io."
Il convegno parve essere giunto al completo e le stelline avevano ricominciato a chiacchierare della più bella, quando tacquero di colpo e il silenzio fu rotto solo dallo sciabordio del mare.
Tutte erano attratte da una figurina delicata, fragile, che avanzava leggera di sasso in sasso, con una grazia soave come se fosse senza peso. Sfiorava appena il terreno e pur senza essere un elfo o una silfide pareva volare piuttosto che camminare e muovendosi faceva ondeggiare lievemente un vestitino semplice che ne sottolineava una naturale eleganza portata senza ostentazione. L'attenzione di tutte era polarizzata da quella piccola figura che, arrivata presso la cima dello scoglio si era immobilizzata in una posa molto plastica, ritta sulle punte dei piedi con le braccia alzate a ghirlanda, poi si era sciolta in un inchino ed ora se ne stava in silenzio seduta su un macigno. Tutti gli occhi la fissavano affascinati e anche la cometa aveva smesso di far svolazzare la sua bella chioma fosforescente.
"Ma chi è? Chi è?" - chiese qualcuna delle stelline.
"Etoile"- sibilò Star - "E' Etoile, la più brava ballerina del teatro.""E perché non dice nulla, non parla? E' muta?"
"Perché non parlano, loro: si esprimono solo coi gesti. Beati loro che non devono curare l'intonazione della voce, l'espressione del viso, imparare un copione. Mi fanno una rabbia!"
Seduta composta sul suo macigno Etoile osservava le sue nuove compagne e sorrideva facendo anche qualche cenno col capo; Star guardava ostentatamente l'infinità buia del mare, quando improvvisamente si udì un grande strepito sostenuto anche da un piccola fanfara e cinquanta stelline fracassone irruppero sullo scoglio tutte assieme.
"States! We are the states! Abbiamo lasciato sulla bandiera le strisce e siamo tutte venute al raduno. Siamo molto contente di essere qui con voi e vogliamo presentarci: Alabama! Minnesota! Kentucki! New York! California! Virginia! Alaska!..."
Il chiacchiericcio si era trasformato in un vociare allegro da festa campestre, da rimpatriata di vecchi commilitoni. Le due stelle marine erano allarmatissime:
"Attente! Tacete per carità! Nettuno non potrà tollerare a lungo tutto questo chiasso; se perde la pazienza succede la fine del mondo. Per favore! Per favore!"
Ma erano parole buttate e il chiasso continuava sempre più allegro e sempre più fracassone. Si udì un agitarsi di onde, sbattere di marosi contro lo scoglio e le stelle marine gridarono:
"Arriva! Arriva! Sta arrivando Nettuno! Aiuto! Aiuto! Mettiamoci al riparo, la sua ira è tremenda! Scappiamo!"
Ma c'era ben poco da scappare: ci fu un gran turbinio di schiuma, poi dalle onde sorse la figura di un uomo grandissimo che grondava acqua ed aveva un aspetto autoritario e terribile. Stava ritto su di una enorme conchiglia trainata da otto delfini e col tridente colpiva lo scoglio sollevando nuvole di scintille. La sua voce sembrò l'urlo della tempesta:
"Cosa succede qui, su questo scoglio? Che putiferio è mai questo? E col permesso di chi? Questo è il mio regno e non tollero simili confusioni! Senza il mio volere non si muove un'onda né si apre una conchiglia, figuriamoci se permetto baraonde di questo tipo!"
Tutte le stelline erano appiattite, tremanti. Si guardò attorno e viste le due stelle marine: "Voi due, giù in acqua!" - e quelle sparirono all'istante - "E quanto a voialtre, via! Fuori da qui, fuori dal mio regno!"
Urlava, Nettuno, urlava, e fu l'uragano. La stella cometa con uno scatto rapido, si salvò e riprese il suo viaggio fra le costellazioni; tutte le altre stelline furono risucchiate in un turbine che le strappò dallo scoglio e come un vortice di foglie secche sparirono nel nero della notte in mezzo ad un diluvio di acque e di schiume. Star, discinta, dilavata dagli spruzzi e con tutta la sua acconciatura ridotta a un cencio sfilacciato, tenendosi stretta alle rocce, era riuscita pian piano a scendere dallo scoglio e a ripararsi in un anfratto. Etoile si aggrappava disperatamente ad uno spuntone di roccia e veniva sbattuta dal vento come il drappo di una bandiera e stava per cedere, per abbandonarsi alla forza degli elementi, quando una mano gigantesca l'afferrò alla vita e la strappò dallo scoglio.
"No, tu no!"- La voce di Nettuno si era alquanto placata, ma era ancora imperiosa - "Tu verrai con me!"
L'ordine era ritornato sullo scoglio e la forza del vento e delle onde stava scemando; Nettuno tenendo sempre stretta. Etoile con una mano e con l'altra il tridente, spronò i delfini e si inabissò nelle acque per raggiungere la sua reggia.
Etoile si guardò attorno smarrita e sgomenta. Una luce verde azzurrognola ravvivata qua e là da guizzi più vividi, illuminava un mondo silenzioso e strano, a lei del tutto sconosciuto, fatto di rocce e di sabbie e popolato da strane creature che le si avvicinavano con circospezione scrutandola con occhi fissi e manifestando un estremo interesse.
Di fronte a lei un gigante in forma umana la osservava dall'alto. Etoile sollevò lo sguardo: pareva una enorme statua di bronzo con delle mani che avrebbero potuto stritolarla come una nocciolina e i lunghi capelli e la barba, una grande barba, erano fatti di alghe verdastre. Etoile gli arrivava sì e no a mezza coscia e di fronte a tanta possanza si sentì come non mai debole e fragile.
"Etoile" - la voce del gigante era piana e calma, ma sempre abbastanza forte per scompigliarle i capelli - "Sì, il tuo nome è Etoile, perché ho udito che ti chiamavano così, là sullo scoglio; io sono Nettuno, re del mare, delle isole e degli scogli, e tutto ciò che sta nel mio impero mi appartiene e posso fame ciò che voglio."
Etoile andava sempre più angosciandosi e Nettuno la osservava quando a un tratto urlò: Cete! Oh Cete, qui subito!"
Un capodoglio nero, immane, comparve immediatamente. Aveva la coda più grande del timone dì una nave e due file di denti bianchi e luccicanti che parevano coltelli da macellaio. Etoile pensò che la sua fine fosse imminente, si sentì mancare e si raccomandò a Tersicore, sua protettrice, poi si accasciò sulla sabbia. Il grande re continuava a fissarla dall'alto perplesso e stupito quindi sbraitò:
"Allora che succede? Cos'è che non va? Dicevano che sei la migliore ballerina ed invece non ti reggi nemmeno in piedi!"
Ma poi, un poco alla volta, comprese quel suo turbamento, il suo sguardo aggrottato si sciolse, piegò un ginocchio a terra e con una della sue enormi dita cominciò ad accarezzare una guancia di Etoile. Tutti arretrarono di un passo: Nettuno in ginocchio? Nettuno chino su una piccola creatura che avrebbe potuto spazzare via con un mignolo? Quale cataclisma incombeva? Quali strani avvenimenti stavano per accadere?
"Etoile, tu hai paura" - andava dicendo il grande re sfiorandola appena con la mano - "No, piccola Etoile, no, non devi avere paura. Qui nessuno vuol farti del male. Certo, capisco, tu sei così piccola e Cete è così enorme, ma non devi temere. Vedi, ha un aspetto terribile, ed in effetti è il più poderoso capodoglio di tutti i mari, ma è docile come un cagnone. Non oserebbe nemmeno toccarti. Giù a cuccia, Cete!"
E mentre il grosso cetaceo si sdraiava per terra, convinse Etoile ad accarezzare il bestione che agitò la coda in segno di amicizia.
Etoile alzò il capo e osò guardare in faccia Nettuno. Aveva lineamenti forti, rudi, come i marinai che sono avvezzi alla lotta contro il vento ed l'oceano, ma aveva due grandi occhi azzurri come il mare quando splende sotto il sole, e non vi vide traccia di crudeltà o di ferocia così a poco a poco, timidamente, la sua disperazione cedette alla fiducia.
"Io ti ho salvata dall'uragano perché non parli, ma danzi. Tu conosci il valore del silenzio e non lo rompi con tante parole, con tanto berciare volgare; tu conosci il valore del rumore delle onde, del brusio del vento, del lamento di un gabbiano, del tuffo di un delfino e non osi disturbarli con chiacchiere o suoni inutili. Sarai trattata come una principessa, qui da noi: Cete sarà la tua guardia del corpo e nessuno oserà sfiorarti nemmeno un capello."
Poi con un cenno chiamò a sé sei delfini:
"Voi sarete i paggi di Etoile: ogni suo pur minimo desiderio sarà per voi un ordine tassativo."
I sei delfini annuirono col movimento della testa, poi tutti assieme eseguirono una elegantissima capriola.
Iniziò così per Etoile la sua vita alla corte del grande re del marea Nettuno aveva promesso che sarebbe stata trattata come una principessa e come una vera principessa fu trattata
Le venne assegnato un bellissimo appartamento costituito da varie grotte intercomunicanti che avevano per terra tappeti di sabbia finissima ed erano illuminate da grandi e meravigliose meduse fosforescenti che fluttuavano in alto e' spandevano una luce un po' fredda ma delicata. Grandi conchiglie di madreperla e cortine di bisso arredavano gli ambienti mentre fuori dalle grotte si stendeva un grande giardino ricco di anemoni, di spugne, di attinie fra cui pesciolini di colori vivacissimi nuotavano con guizzi rapidi ed improvvisi. Sulla. soglia i sei delfini se ne stavano accucciati in attesa di ordini mentre Cete incrociava nei pressi facendo buona guardia.
Quando voleva fare un giretto per visitare i dintorni, Etoile, sempre col suo seguito appresso, montava a cavallo di Frack, una piccola graziosa orca che aveva una bellissima livrea nera e bianca. Esplorò così fondali ed anfratti, vide le murene; le rane pescatrici, orate e denticí . Incontrò branchi di sardine, fece amicizia con dei tonni, giocò con dei piccoli polipi e dei granchi giganti. Ammirò la luce del sole e quella della luna che guizzavano seguendo il moto delle onde, conobbe le maree, il grande respiro del mare, saltò alta sulle onde.
Nettuno aveva incitato le ostriche ad intensificare la produzione di perle e tutti i giorni, tramite i delfini le faceva arrivare conchiglie piene di perle, di rami di corallo, di monete d'oro e gemme ottenute aprendo i forzieri di antichi galeoni spagnoli che giacevano in fondo al mare.
La vita di Etoile non era per nulla monotona: aveva tante cose nuove da vedere, da imparare, da insegnare. Aveva insegnato qualche passo a delle aragoste e a dei gamberi, ma si dimostrarono subito piuttosto refrattari alla danza. Aveva avuto invece molto miglior successo organizzando un corpo di ballo con delle seppie e dei calamari che avevano imparato a danzare al ritmo delle onde muovendo con eleganza i loro tentacoli e i loro pancioni e che alla fine della loro esibizione scomparivano avvolti da una nube di inchiostro nero.
Nettuno si divertiva molto e seguiva con benevola attenzione i piccoli cambiamenti che avvenivano alla sua corte, ma ciò che aspettava sempre con impazienza era il momento in cui si presentava lei, la regina della danza, che riempiva i suoi occhi e il suo cuore di grazia e di bellezza. La sera, quando le ombre si stendevano sul mare e il buio calava anche sulla reggia, le grandi meduse si illuminavano e riempivano le sale della loro luce irreale e fantastica. Allora Etoile saliva alla sala del trono, si inchinava di fronte al re ed iniziava a danzare. Nettuno la seguiva in ogni suo movimento, guardava ogni suo passo, ogni suo gesto, era rapito, estatico e pareva volesse appropriarsi, succhiare tutta quella bellezza, quell'arte. Ma anche le creature inferiori erano turbate: i pesci smettevano di boccheggiare e restavano a guardare con gli occhi fissi e la bocca aperta mentre le conchiglie spalancavano le valve e i polipi attorcigliavano i loro tentacoli.
Nettuno era talmente preso dal fascino di Etoile che trascurava persino le cure del regno. Le onde senza più una direttiva cozzavano le une contro le altre seminando il terrore fra i naviganti, le maree non seguivano più i loro ritmi naturali, le correnti poi erano cadute nell'anarchia più completa: la corrente del Labrador sfiorava l'Europa, quella del Golfo girava a casaccia per l'Atlantico producendo fortunali e cicloni. Lo stato di confusione era tale che se ne interessò Giove in persona e mandò a dire al fratellone che facesse un po' d'ordine perché così non si poteva andare avanti. Nettuno allora si riscosse, si erse e a furia di colpi di tridente rimise le cose a posto come prima.
O meglio, quasi come prima. Perché tutti erano soddisfatti e felici tranne le Nereidi. Queste bellissime ragazze infatti, si rodevano ed odiavano Etoile dal profondo, con tutto l'animo, perché Nettuno le trascurava, non le vedeva nemmeno più, come se fossero improvvisamente divenute trasparenti e pensava solo a quella antipatica e presuntuosa ballerina che chissà mai come aveva fatto a capitare sul quel maledetto scoglio. Così si misero a tramare ai danni di Etoile: distraevano i delfini dai loro compiti, agitavano le sabbie durante le danze, cercarono persino di corrompere Cete, ma questi si mise a digrignare i denti e quelle furono costrette a fuggire. Allora passarono direttamente all'attacco di Nettuno gironzolandogli sempre attorno, arrampicandosi sui gradini del trono, sdraiandosi ai suoi piedi, sempre più discinte, sempre più provocanti. Ma Nettuno non si lasciò distrarre e le cacciò come si fa con un branco di gallinelle importune e schiamazzanti.
Un'ombra scura stava passando sopra di loro come un grande mantello di velluto nero ed Etoile si chinò per ripararsi, ma Octopus la tranquillizzò:
"Non temere, è una manta: è grandissima e dall'aspetto tenebroso ma non farebbe male nemmeno a una sardina, poiché mangia solo piccoli gamberetti e null'altro. In compenso nuota. con un'eleganza che pochi altri pesci possiedono."
Stavano navigando per l'oceano da settimane. Era stato Nettuno a programmare quel viaggio, perché, stanco delle continue noie che gli recavano le Nereidi e timoroso che non combinassero qualche fattaccio, aveva voluto allontanare per un po' Etoile dal palazzo e così, sebbene a malincuore l'aveva chiamata:
"Cara, piccola Etoile, tu ormai conosci tutto della reggia e dei suoi dintorni, ma è ora che tu vada a fare un viaggio per il mio impero: è grande più della metà di tutto il mondo e contiene delle meraviglie che tu nemmeno immagini. Quindi è giusto che tu prenda una bella vacanza per fare questa esperienza che troverai istruttiva e soprattutto molto bella."
Lui stesso si era occupato personalmente dei particolari. Frack fu sostituita da Orcky, un maschio di orca della California certamente meno elegante ma molto più robusto ed adatto alle grandi traversate. La scorta di delfini fu raddoppiata e a Cete furono impartiti ordini severissimi: doveva difendere Etoile a costo della vita; quindi organizzò una avanguardia di tonni che doveva andare in avanscoperta per sincerarsi che lungo il percorso non ci fossero pericoli di alcun genere e questo anche a rischio di finire sott'olio. A capo di tutta la carovana fu posto Octopus, la piovra vecchissima e sapiente che conosceva ogni segreto del mare e che emergeva su tutti per la sua saggezza.
Visitarono tutte le coste ed Etoile vide scogliere e faraglioni, spiagge, pinete e porti, ammirò fiumi immensi che rifornivano il mare di sempre nuova acqua. Infine venne il giorno in cui Octopus disse che era ora di visitare il mare aperto. La carovana varcò allora gli stretti e si trovò nelle immense distese dell'oceano. Etoile poté ammirare nuove meraviglie e nuove creature; fu circondata da uno sciame iridescente di aringhe inseguite da un branco di merluzzi famelici , poi incrociò dei muggini, ma ad un tratto i tonni dell'avanguardia tornarono indietro a precipizio annunciando che stavano per essere travolti da una immensa macchia d'olio. Octopus spiegò che da un po' di tempo gli uomini inquinavano e sporcavano tutto con il loro petrolio e i loro scarichi mefitici e si diede a rimpiangere i bei tempi passati, quando le navi andavano a vela, non c'erano i sonar che disturbano l'orientamento e tutto andava molto meglio senza tutte quelle moderne diavolerie.
Puntarono verso nord e si trovarono via via in acque sempre più fredde. Si udì ad un certo momento un suono d'organo, una nota grave che proveniva da lontano.
"Sono le balene" - affermò Octopus - "Non bisogna lasciarsele sfuggire, perché sono molto interessanti da osservare. Sono enormi, anche il doppio di Cete, ma tu, Etoile, non devi avere paura perché sono completamente inoffensive, basta stare lontani dalle loro code."
Forzarono l'andatura e raggiunsero il branco. Corpi giganteschi, bluastri, passavano silenziosamente davanti a loro: di quando in quando il capo emetteva quella nota cupa, potente, che pareva il fischio di un piroscafo. Una delle balene era seguita da un cucciolo ed Etoile volle andare ad accarezzarlo ma il cucciolo non stava fermo così Octopus lo abbrancò con i suoi tentacoli. Era un cuccioletto nato da poco, piccolino, dato che pesava solo quattro o cinque tonnellate ed era scosso da un tremito di terrore: Etoile allora si ricordò delle angosce provate quando era stretta nella mano di Nettuno e fece un cenno a Octopus che liberò il marmocchio e quello in un lampo tornò a strofinarsi al fianco della madre.
Faceva freddo, troppo freddo e decisero di raggiungere mari più caldi. Etoile si estasiò alla vista della barriera corallina, piena di madrepore, di ostriche, di coralli, abitata da miriadi di piccoli pesci multicolori che guizzavano agili da tutte le parti, ricca di tante forme di vita e di colori. Fu qui che avevano incontrato la grande manta, ma fu anche qui che improvvisamente la carovana fu attaccata dagli squali: comparsi dal nulla, inattesi, con i loro occhi freddi e le bocche orrende stavano girando loro intorno in cerchi sempre più stretti pronti ad assalirli, quando Cete si buttò in mezzo ai mostri e quelli fuggirono. Ne rimase uno solo, uno squalo bianco enorme, terrificante, che con intenzioni molto aggressive si avvicinò a Cete, ma questi si avventò su di lui, lo addentò a mezzo corpo e con un solo morso lo spaccò in due tronconi.
Mentre la scena si dissolveva in una grande macchia rossa, Etoile, aggrappata ad Octopus, tremava tutta, travolta dal ribrezzo e dall'orrore di tanta violenza. Octopus le circondò le spalle con uno dei suoi tentacoli, quindi disse che Cete era stato molto bravo e coraggioso e che l'avrebbe segnalato a Nettuno per una ricompensa. Era impressionante la violenza che si poteva nascondere nella straordinaria bellezza della barriera, osservò ancora, ma ciò in fondo si verificava dappertutto, in ogni luogo, non solo nei mari, ma anche sulla terra, fra gli uomini. Poi sentenziò che era ora di scendere a visitare gli abissi.
Man mano che la discesa proseguiva, la luce si smorzava sempre più, finché si trovarono circondati dal buio più totale ed Etoile, piuttosto sgomenta, si afferrò con una mano alla pinna di Orcky e con l'altra ad un tentacolo di Octopus. Ben presto però la scena si animò di tante strane creature luminose: erano i pesci degli abissi che ovviavano alla mancanza di luce
producendola essi stessi; le loro forme erano fantastiche, stravaganti, e così pure le macchie luminescenti verdi e gialle che portavano sul corpo. Etoile si divertiva come una. bambina a guardare questa nuova meraviglia della natura, ma ormai si stavano avvicinando al fondo dell'oceano e il buio cominciava ad essere rotto da un debole chiarore rossastro.
Octopus divenne guardingo ed ordinò a tutti di rallentare l'andatura e quindi di fermarsi; procedettero solo lui ed Etoile e con grande cautela si diressero verso la fonte di questa nuova luce mentre l'acqua si faceva prima tiepida, poi calda. Infine si affacciarono ad un crepaccio, una spaccatura del fondale marino entro la quale si scorgeva ribollire la lava incandescente.
"Qui finisce il regno di Nettuno ed inizia quello degli Inferi" - disse Octopus - "Il nostro è il mondo dell'azzurro, questo quello del rosso; da noi abitano tante creature viventi, organizzate, ognuna con un suo ruolo; qui invece ci sono solo forze brute, non ancora domate ed in grandissima parte sconosciute. A noi non è dato entrarvi pena la morte perché saremmo immediatamente bruciati vivi, carbonizzati. Ed ora è meglio tornare indietro, dagli altri."
Ma Etoile non si muoveva, anzi lentissima avanzava verso il baratro, affascinata com'era da quella fornace incandescente, entro la quale si agitava tutto quel magma primordiale che pareva stesse ancora creando il mondo. Era arrivata proprio sul bordo, sul confine dei due imperi, quando un tentacolo, rapido come una frusta., l'afferrò e la trascinò via da quel fuoco.
"Ora basta!" - Octopus aveva una voce
autorevole, e la guardava con occhi grandi, fissi- "Ora basta, è tempo
di lasciare questo posto orrendo e tornare in alto, dove c'è la
luce, quella vera, quella limpida alla quale siamo abituati. Andiamo!"
Erano appena tornati ai piani alti del mare quando l'avanguardia dei tonni scorse arrivare velocissima una pattuglia di pesci spada. Sfiniti e trafelati per la lunga corsa riuscirono a stento ad ansimare:
"Attenti, che al capo stanno girando! E anche forte! Ha detto che è stufo di tutto questo vostro viaggiare e vuole che Etoile torni indietro e subito, altrimenti scatenerà uragani e mareggiate come non se ne sono mai visti e, detto fra noi, ma non è ufficiale, pare che qualcuno l'abbia sentito anche mormorare la parola: maremoto!"
Ritornarono in fretta, più in fretta che poterono e quando arrivarono a corte Nettuno li accolse con una grinta dura che non prometteva nulla di buono. Ma a sera allorché Etoile cominciò a danzare, quella roccia arcigna si ammorbidì, si intenerì, si spappolò e alla fine battè le mani tanto forte che i sudditi quasi si spaventarono.
Tutto tornava come prima, esattamente come prima. Infatti il re era tornato sereno e con lui tutti i suoi sudditi; e le Nereidi avevano ricominciato a rompere con gli stessi intrighi di prima. Questa volta Nettuno perse sul serio la pazienza; le prese e le sparpagliò ai quattro angoli del mondo. Una la mandò a controllare lo stretto di Bering, un'altra la sbattè su un atollo sperduto nell'oceano, un'altra ancora la mise in mezzo al mar dei Sargassi, e così via. «Era ora!» pensò. Ora che si era liberato di quelle noiose intriganti, finalmente poteva godersi la bellezza della sua reggia e l'arte sublime di Etoile. I mari erano calmi come non mai, i pesci prosperavano, le ostriche producevano perle gigantesche e l'abbondanza e la felicità si spandevano per tutto il regno.
Ma un giorno, un brutto giorno per lui, Nettuno la mandò a chiamare. Etoile giunse e lo trovò seduto sul trono, molto serio e pensieroso. Il re la fissò a lungo, poi la prese delicatamente e la fece sedere su un bracciolo, e dopo un lungo silenzio:
"Etoile" - disse, e la voce gli usciva pesante, faticosa - "Piccola Etoile, le tue danze sono sempre meravigliose, perché la tua arte è eccelsa e tu non risparmi certo la tua bravura, ma in esse non vi è più gioia, come non vi è più gioia nei tuoi occhi. No, non esprimi più gioia perché non c'è più gioia nel tuo cuore che è gonfio di nostalgia. Ti abbiamo dato tutto ciò che potevamo darti: agi, ricchezze, onori, affetto; ma tu rimpiangi le prove con i tuoi compagni, le discussioni, la polvere delle quinte, l'odore dei corpi sudati che si sfiorano, si prendono, la trepidazione dei debutti, il brusio delle platee dietro i sipari ancora chiusi e i riflettori che ti inondano di luce e tu non sai più se balli su delle tavole o su un tappeto di luce ed infine e soprattutto gli applausi e il calore del pubblico che avvolgono come un abbraccio."
Nettuno ristette un po' a meditare, poi riprese:
"No, tutto ciò noi non te lo possiamo dare. Gli applausi poi te li posso tributare solo io, perché solo io ho le mani. Tutti gli altri hanno solo pinne o tentacoli, e non possono nemmeno gridare: brava! brava! perché sono muti. No, questo non potremo mai dartelo e tu ne soffriresti."
Etoile fissò Nettuno negli occhi e vide che erano grigi e smorti come il colore del mare sotto la pioggia e capì che, come il suo cuore era pieno di nostalgia, così quello del re era pieno di tristezza.
"Etoile" - la voce di Nettuno era divenuta roca come il rumore delle onde sui ciottoli - "Piccola Etoile, tu non puoi rimanere qui, tu devi ritornare al tuo mondo, tra la tua gente, devi abbandonare il mare, tornare sulla terra, tornare a1 teatro. E' deciso, ho deciso e ho dato tutte le disposizioni che ti riportino sullo scoglio, là dove ti ho trovata. Tornerai là e non ricorderai più il tempo passato qui nel mare, altrimenti ne soffriresti e questo io non lo voglio."
Etoile guardò Nettuno, lo guardò a lungo, poi con la sua piccola mano gli sfiorò la gran barba verde e sentì che sotto quella leggera carezza quella barbaccia ispida tremava.
"Tornerai là, Etoile, ma ti prego" «Ti prego??» sì, ti prego cara, piccola Etoile danza ancora una volta, che mi rimanga negli occhi e nel cuore il ricordo di tanta arte e tanta bellezza."
Quella sera Etoile danzò con tutta la forza. e con tutta la passione che aveva per esprimere la gioia che aveva ritrovato e per dimostrare la sua gratitudine al grande, al grandissimo re che la lasciava tornare al suo mondo. Danzò e danzò e alla fine sì piegò in un lunghissimo inchino ed attese l'applauso.
Ma l'applauso non venne. Lentamente, stupita, si rialzò e guardò verso il trono ma il trono era vuoto. Agli ultimi passi Nettuno s'era alzato, era sceso silenziosamente e per mascherare ai sudditi la sua commozione s'era inabissato nei più oscuri e profondi recessi del suo regno. Anche le altre creature se n'erano andate.
Octopus aveva attorcigliato i suoi tentacoli fino a farne un nodo poi si era ritirato, i pesci lo avevano seguito, le conchiglie avevano chiuso le loro valve. Era rimasto solo un pesciolino nero e giallo che la guardava con curiosità e che poi con un guizzo improvviso era sparito nell'ombra. Le meduse allora spensero ad una ad una le loro grandi campane ed Etoile restò sola nel buio e nel silenzio.
Si risvegliò, là sullo scoglio tutta intirizzita e torpida. Le pareva di aver fatto un lungo sogno, un sogno in cui dominavano il verde e l'azzurro ma non ricordava gli avvenimenti; solo qualche particolare: un ammasso di alghe e forse una strana cosa rossa, quasi un tentacolo che la teneva stretta alla vita; poi aveva la sensazione che ci fosse stato un gigante, un uomo straordinariamente grande, ma era nulla più di una sensazione. Eppure era certa che quel sogno celasse qualcosa di importante, di straordinario nella sua vita, che l'avesse segnata profondamente ma per quanto si sforzasse, dalla memoria non usciva niente.
Si riscosse, si stropicciò le braccia e le gambe e si guardò attorno: era una mattina fredda e nebbiosa; il mare era calmo ma di un colore opaco, livido; qualche gabbiano volava emettendo il suo rauco richiamo. Etoile lentamente scese dallo scoglio, si avviò verso i luoghi degli uomini, ma ad un certo punto si voltò a guardare quella roccia piantata sul mare, quel luogo solitario dove era successo qualcosa che l'aveva segnata, anche se non sapeva che cosa fosse successo. La guardò a lungo, poi riprese il suo cammino.
Tornò al suo mondo, al teatro, agli applausi. Ma qualcosa in lei è mutato, si sente più matura, più riflessiva, più forte. Quando i suoi compagni le chiedono dove sia stata in tutto quel tempo risponde vagamente, parlando di un paese lontano, strano, evanescente, e il suo pensiero continua a rivolgersi a quel sogno che cerca con tutta la sua forza di ricordare senza però riuscirvi. Il mare in tutti i suoi aspetti l'attrae con una forza. straordinaria: quando vede una foto od un quadro che rappresentano una vela, una scogliera, un orizzonte, la pervade un sentimento profondo, pieno, come un'onda che trabocca e quando sente che il mare è in tempesta, agitato e tormentato dai venti, ne soffre come se si trattasse di un essere vivente che urla e si dispera per qualche dolore a noi sconosciuto.
Spesso Etoile si reca sulla riva del mare, e scende su una piccola spiaggetta dove se ne sta tutta sola a guardare per ore quella distesa infinita che l'affascina e l'attira ed insieme la terrorizza. Non si immerge, non ne avrebbe il coraggio, ma cerca il contatto di quell'immensa creatura a cui vorrebbe carpire un segreto che sempre le sfugge, così entra nell'acqua solo per pochi passi e subito si ritrae. A volte le sembra che una grande ombra scura nuoti sott'acqua proprio davanti a lei: le pare che abbia delle forme umane, ma forse si sbaglia, potrebbe essere solo un grosso cetaceo: forse un capodoglio. Dal largo il mare invia alla spiaggia delle ondine piccole ed appena increspate: arrivano davanti a lei e le accarezzano delicatamente le caviglie, poi si smorzano sulla sabbia come fossero tanti piccoli baci. |