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Favola di Ferragosto
di Raffaele Bonomi

Il risveglio di Evaristo

Nella penombra silenziosa della grande parrocchiale, Evaristo sonnecchiava. Era da tanti e tanti anni che trascorreva le sue giornate inerti, piene di vuoto e di polvere, addossato alla parete della chiesa senza che nessuno andasse a trovarlo, nessuno che cercasse di farlo cantare. Click to enlarge

Di quando in quando il rimbombo di un camion che correva lontano, per la provinciale, turbava la quiete profumata d'incenso; qualche canna di stagno entrava in risonanza e allora pareva che dall'antico strumento uscisse una nota. Evaristo si riscuoteva e riprendeva il filo degli antichi ricordi.

Riviveva il giorno dell'inaugurazione. La piazza era gremita di gente arrivata dalle valli e dai paesi vicini: c'erano i saltimbanchi, il mangiafuoco, il domatore che faceva ballare l'orso e vendeva grasso di marmotta; c'erano signorotti di varie contrade, ragazzini che correvano, frati, accattoni sbrindellati, accomunati in una confusione fracassona, sollevando una nuvola di polvere dorata.

Il mastro organaro impartiva gli ultimi ordini. Era venuto dalla pianura con una carovana di muli su per stradette e mulattiere fino a quella valle stretta fra le montagne ed aveva lavorato per mesi a montare canne, accordare ance e linguette, regolare registri e tiranti. Ora il grande organo era pronto e lui, il vecchio artigiano si sentiva orgoglioso e trepidante per la sua nuova creatura.

Era arrivato il gran momento, il debutto. L'organista sedette alle tastiere, fece un cenno ai due tiramantici, poi poggiò le dita sui tasti e come per incanto una musica dolce avvolse le grandi navate barocche.

Oooh!- Fece la folla e il mastro organaro tirò un sospiro di soddisfazione: la sua creatura aveva passato l'esame a pieni voti, mentre un monsignore, inviato apposta dal vescovo pronunciò un magnifico discorso a conclusione del quale:

Poi l'organaro, prima di rientrare alla sua città, inchiodò sul coperchio della tastiera una targhetta d'ottone:

«A.D. 1724 EVARISTUS F.»

Così da allora l'organo fu da tutti chiamato Evaristo.

Quelli furono tempi! Quante mani si applicarono alle tastiere, quanti piedi sfiorarono i pedali, quante braccia si affaticarono ai mantici!

Poi arrivò la decadenza. Fu installato un elettroventilatore perché nessuno voleva più fare il tiramantici, e fu il minore dei mali, perché poi fu sempre più difficile trovare organisti disposti a faticare su quei pesanti tasti meccanici e così un giorno Evaristo udì un'altra voce effondersi nella chiesa: quella di un piccolo organo elettronico che per le sue minuscole dimensioni fu subito battezzato Finferlo.

Ultimamente poi anche Finferlo era stato messo un po' da parte da un gruppetto di giovani che cantavano e suonavano la chitarra. Bravi ragazzi, nulla da eccepire, ma ci voleva ben altro per riempire di musica la casa del Signore.

Evaristo passava così le sue vuote giornate piene di malinconia e di polvere. Non si arrabbiava più nemmeno con le donne che si fermavano a parlare sulla porta della chiesa facendo entrare correnti d'aria che gli arrochivano la voce; non si dava pensiero nemmeno per i topi che avevano messo su casa fra le sue canne maggiori e gli facevano il solletico, quando passeggiavano.

Tanto che importava ormai? Era rassegnato: non serviva più a nulla ed era già una fortuna che non lo demolissero per ricuperare lo stagno delle canne. Ma, ogni tanto, la solitudine e la malinconia erano tali che gli si gonfiava il mantice maggiore in un sospirane pieno di tristezza ed un rauco gemito usciva dalle canne di facciata.

 

 

Fu in uno di quegli interminabili pomeriggi tediosi che Evaristo udì un passo risuonare tra le navate. Era un passo forestiero, leggero, non certamente uno del paese, altrimenti lo avrebbe riconosciuto. Lo straniero si diresse verso Toni, lo scaccino, domandando qualcosa sottovoce.

Entrarono in uno studiolo semplice, con degli scaffali pieni di libri. Il gatto acciambellato su una poltroncina aprì un occhio, sbadigliò, fece un bell'archetto con la schiena e si dispose ad osservare con occhi attenti il nuovo arrivato.

Toni fu spedito di corsa a dare una spolverata in fretta, poi don Mario fece strada a J.H. su per le strette scalette che portavano alla cantoria.

Non so in quale stato troverà l'organo. Sa, sono molti anni che non è più utilizzato.- Il parroco pareva scusarsi.

Fu messo in moto l'elettroventilatore e un nuvola di polvere investì i visitatori. J.H. starnutì, poi esaminò le tastiere, la pedaliera, i registri ed Evaristo si sentì il brivido, «Che cosa stava succedendo?»

E J.H. premette un tasto: una nota grave risuonò nella chiesa e fu tutto un brusio di passettini rapidi e concitati.

La voce di J.H. aveva un tono di rimprovero. Si sedette e tentò qualche accordo: le mote si sparsero dolci per la chiesa facendo vibrare le volte. Evaristo dal tocco delle dita capì subito che con quell'organista c'era ben poco da scherzare. Era fermo e imperioso: un tipo che non ammetteva esitazioni o pigrizie. Una stonatura? Addirittura impensabile! Una mano così non l'aveva mai provata in tutta la sua lunga esistenza. E cominciò un po' a preoccuparsi.

Evaristo si sentì morire. «Bach ? Haendel? Ma siamo matti? Un concerto!» Lui non aveva mai cantato pezzi di quel livello lì. E poi sotto le mani di quel maestro, così volitivo, così esigente, Avrebbe saputo accontentarlo? Non lo avrebbe fatto sfigurare? Al vecchio organo per l'ansia e la preoccupazione stavano per bloccarsi le valvole dei mantici. Passò la notte insonne cercando di fare dei vocalízzi, di schiarirsi la voce, specie delle canne da ottavino, quelle più delicate. E pregò il Signore che per tanti anni aveva servito, che gli desse ancora una volta la forza di superare la prova.

 

 

J.H. tutti i giorni faceva esercizi su esercizi per mantenersi in forma: con le mani agili, l'orecchio intonato, l'animo sensibile, e specie verso sera la chiesa si riempiva di gente che veniva anche dai paesi vicini perché si era sparsa la voce che Evaristo aveva ripreso a cantare e così bene che non se n'era mai sentito l'uguale.

L'antico organo dava il meglio di sé per accontentare il suo nuovo padrone e con gli anni che aveva, tutto quel lavorare lo conduceva a sera che era stanco distrutto. Distrutto ma anche felice.

Man mano che la stagione avanzava i paesi della valle, si riempivano di villeggianti. Furono stampati dei manifesti, Toni fece gli straordinari e lustrò per bene tutta la chiesa e finalmente arrivò la grande serata.

La parrocchiale era piena di gente. Chi non aveva trovato posto a sedere, stava in piedi o sui gradini degli altari. Il nome di J.H. era un grandissimo richiamo e avevano dovuto lasciare aperto il portone grande in modo che quelli che si accalcavano fuori potessero essi pure ascoltare qualcosa.

Evaristo con l'udito finissimo che aveva carpiva i mormorii della gente:

Ascoltando questi discorsi ad Evaristo si strozzavano i condotti dell'aria per la preoccupazione: «Ma io, povero organo di paese, cosa potrò fare, come accontentare questo pubblico così raffinato ed esigente?»

Don Mario salì al presbiterio, pronunciò due parole d'introduzione e presentò al pubblico J.H. che s'inchinò e poi con passo svelto si diresse alla cantoria. La serata incominciava.

Quando il maestro si sedette alle tastiere, Evaristo era così teso ed emozionato che non sarebbe riuscito ad emettere nemmeno un si bemolle che, com'è noto, è la nota più facile da cantare. J.H., con la sensibilità che aveva, comprese tutta quella tensione: accarezzò dolcemente i tasti poi con fermezza ne premette un paio. Le note si sparsero per la navata, la gente si zittì e la tensione d'Evaristo si sciolse un poco.

Il presentatore annunciò il pezzo, il silenzio si fece assoluto e J.H. attaccò.

La musica barocca accarezzò i capitelli dorati, sali alle volte, scese sul pubblico che ascoltava estatico; a poco a poco Evaristo si sentì più sciolto, più libero più sicuro.

Finferlo ascoltava il cuginone maggiore con ammirazione rispettosa; con quell'aria arcigna sul fondo della chiesa lo aveva sempre messo un po' in soggezione, ma ora era rapimento, era comprensione di cosa fosse veramente la musica, mentre i ragazzi della chitarra si guardavano fra loro: erano sbigottiti, non osavano neppure fare commenti.

Arrivò la fine del brano, L'ultima nota si spense fra le arcate, poi ci fu un lungo attimo di silenzio ed Evaristo sentì che stavano per spezzarsi i tiranti dei registri. Infine ci fu l'applauso, lungo, caloroso, sincero e ci fu anche qualcuno che, vinto il naturale riserbo dovuto al luogo, osò gridare:

Bravo! Bravo!

Allora Evaristo si sciolse completamente.

Il presentatore si affacciò nuovamente alla balaustra della cantoria ed annunciò il secondo pezzo. J.H. si concentrò un attimo, poi iniziò ed Evaristo lo seguì, con passione, con tutta la forza che aveva, come quando era giovane, e la sua voce riempì tutta la chiesa, poi tracimò sulla piazza e tutti si sentirono colmare il cuore di armonia.

La musica invase tutto il paese, la valle e salì in alto, là dove ci sono i pascoli e le malghe, e si fermarono i mandriani e le bestie per ascoltare Evaristo che cantava. Ma salì ancora più in alto e si fermarono i camosci e le marmotte, si arrampicò su per le crode lisce ed i nevai ghiacciati, fece vibrare lo specchio dei laghi alpini, raggiunse le guglie e le vette.

Ma salì ancora più su, fino alle nuvole bianche e ancora più su, più su, fin dove è musica soave di angeli che suonano in eterno per l'Eterno. Fece un cenno, l'Eterno, perché voleva sentire bene quel canto che veniva da quel piccolo paese stretto fra le montagne, allora gli angeli tacquero e si udì Evaristo che cantava, con tutta la voce che aveva, per il diletto degli uomini e per la gloria del Signore.

E il Signore sorrise.



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