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Favola di Natale
di Raffaele Bonomi

La mamma non percepisce ciò che Luisella "vede".

Il campanile aveva battuto il tocco. Le ultime vibrazioni si erano appena spente sui tetti imbottiti di neve. Gluck, dall'alto della sua pedana di ghiaccio, mosse lentamente gli occhi: nella quiete totale della valle il villaggio dormiva; il silenzio era rotto solo dal mormorio della fontanella della piazza, l'insegna del bar era spenta e le imposte chiuse, ed era chiusa anche la finestra del professore, quello che abitava di fronte alla chiesa e che di solito spegneva la luce più tardi di tutti.

Prima incerti poi sempre più sciolti e saltellanti i due si avviarono verso la campagna; attraversarono la piazza, passarono davanti alla chiesa e quando furono davanti alla scuola la Luna li illuminò in pieno e le loro ombre si stagliarono nettissime sul muro bianco. Davanti a quella di Gluck, bassotta, grassoccia con un accenno di gobba, poco più indietro quella di Pin, magra, allampanata e un po' esitante nel camminare.

I due amici procedevano ormai spediti quando, passando davanti a una villa:

Si guardarono intorno e videro un buffo pupazzo di neve, di quelli tondi, malfatti, con la pipa in bocca, gli occhi fissi e la scopa in mano.

"Dove andiamo? Oh bella! Andiamo al raduno annuale! Ma tu, per caso, sei nuovo? Non t'abbiamo mai visto."- I due compari lo squadravano da capo a piedi.

Erano in aperta campagna e ad ogni crocicchio si aggregava qualcuno.

C'erano tipi d'ogni sorta: uomini, animali, un lumacone gigantesco; c'era persino un grosso fungo che arrancava saltellando sull'unica gamba e ad ogni passo faceva tremolare l'enorme cappellone. Erano ormai un gruppetto nutrito e stavano per addentrarsi nel bosco, quando incontrarono Biancaneve che arrivava con i sette nanetti al seguito.
... due ombre ...

Il bosco nella notte chiara e freddissima era pervaso da una magia incantata. Gli alberi erano quasi tutti in letargo e i nostri eroi potevano sentirne il respiro lento e profondo: un vecchio faggio russava, un larice sbadigliò; solo gli abeti, che non dormono mai, si accorgevano del passaggio delle forme di neve che procedevano facendo scricchiolare il suolo gelato tra i noccioli inchiodati dal freddo e ricoperti da una peluria di cristalli di ghiaccio.

La voce si spense in un borbottio sempre più basso mentre dai rami scendeva leggero uno sfarinio di neve.

Avevano ormai percorso un buon tratto quando cominciarono ad udire un mormorio di acqua. Erano arrivati. Il bosco faceva luogo ad una bella radura tutta battuta dalla Luna; in fondo, da una roccia scendeva una cascata quasi completamente ghiacciata. Una piccola folla salutò Gluck e compagni.

Frizzi e saluti s'intrecciavano; ridevano e parlavano tutti assieme. C'era un boscaiolo, un pezzo di marcantonio che metteva soggezione; un arrotino con tanto di mola; un cacciatore coi cani, un orso bianco colossale, una vecchia strega con la scopa e poi contadine, montanari e persino un delfino elegantissimo e una foca giocoliera che ben poco avevano a che fare con quell'ambiente alpestre.

 

 

L'arrotino levò una mano ed impose un po' di silenzio; il fracasso si trasformò gradatamente in brusio.

L'arrotino stava per riprendere la parola, quando il mormorio della folla fu coperto da un tintinnare di campanellini.

La riunione si sciolse in tanti capannelli. C'era in giro l'allegria festosa degli amici che si ritrovano dopo tanto tempo: ai lazzi e ai frizzi successero allegre conversazioni e giochi da scampagnata.

Gluck, Pin e il pupazzo chiacchieravano con Biancaneve, mentre Cucciolo si era messo a giocare a palla con la foca. Dopo un po' i discorsi si spostarono com'era naturale sul tempo e sulla salute.

Un silenzio di piombo cadde di colpo sui personaggi di neve.

Tutti si guardarono ed un brivido caldo li percorse da capo a piedi perché tutti sapevano per esperienza cosa fosse il Favonio.

La strega non lo lasciò finire:

Cucciolo, gli occhi sbarrati dal terrore, tremava come una foglia.

Poi rivolto a Cucciolo con dolcezza disse:

Ormai l'allegria era finita. La riunione si sciolse e a gruppetti tutti ritornarono lemmi lemmi ai loro posti di lavoro.

 

 

Fu invece proprio l'orso ad andarsene per primo. Successe la notte di Capodanno. L'orso stava immobile sul suo piedistallo nello slargo vicino alla chiesa; non c'era in giro più nessuno, dopo feste e schiamazzi le luci si erano spente ad una ad una, il silenzio e il buio erano calati sul villaggio e gli ultimi nottambuli si erano rifugiati nel bar, unico locale ancora aperto.

L'orso vide lampeggiare i fari e subito dopo scorse la macchina che, entrando in paese, aveva imboccato male il curvone ed ora sbandava, sfiorava la fontana di granito e, ormai senza alcun controllo, stava per piombargli addosso. Poteva ben salvarsi, l'orso, bastava un balzo, anche solo spostarsi di lato, ne aveva ancora il tempo, ancora una frazione di secondo, ma la consegna era immobilità assoluta. All'ultimo istante vide il bagliore sinistro dei fari sui vetri di una casa, poi fu lo sfarfallio della neve che volava dappertutto.

Al rumore sordo dell'urto uscirono gli avventori del bar e fu tutto un vociare:

Forzarono le portiere, tutte ammaccate.

Una bella fortuna davvero cavarsela così, con un po' d'ammaccature. Tutto bene quel che finisce bene, certo, ma l'orso non c'era più. Al suo posto era rimasto un mucchione informe di neve. Il giorno appresso venne la ruspa che spazzò via tutta quella neve e la gettò nel rio.

In paese però si volle ricordare l'accaduto e cosi da allora lo slargo fu chiamato piazzetta dell'orso bianco.

°°°

Era una notte di gennaio. Il freddo per gli umani era atroce, ma per i nostri eroi era tutta salute. Gluck, Pin e l'ormai inseparabile fantoccio buffo stavano tornando da uno dei periodici raduni. Attraversato il bosco sbucarono all'aperto: nel cielo senza luna le stelle splendevano come pietre preziose; Pin si fermò incantato col naso in aria. Stette a lungo a rimirare il firmamento, poi con fare trasognato chiese:

Gluck, prima di rispondere rifletté a lungo pensando che era una bella disgrazia avere un amico che si poneva delle domande simili, tuttavia dopo un bel po' si decise a parlare.

Luisella aveva scoperto Gluck una bella mattina poco dopo Natale.

Ma la bimba continuò ad accarezzare e a dare pacche a Gluck. Fu così che iniziò, improvvisa, l'amicizia tra Gluck e la piccola. La bambina s'incantava ad ascoltare le storie che le raccontavano il gobbetto, storie del popolo di neve, del lago ghiacciato, dei boschi che dormivano, delle notti piene di stelle. Luisella invece raccontava della torta della nonna, del lettino, l'orso di pezza.

 

Quell'anno l'inverno fu lungo e freddo. In alto le piste erano assalite da torme di sciatori e gli albergatori facevano quattrini a palate. Giù nei villaggi i pupazzi di neve resistevano impavidi e prolungavano oltre l'usato la loro effimera vita.

Ma alla fine giunse il Favonio. E cominciò a soffiare il suo alito caldo: il cielo divenne celeste come gli occhi della bambole e l'aria calda come il fiato di un drago.

Le piste furono chiuse: «Pericolo di valanghe » stava scritto su grandi cartelli.

Dai tetti venne giù uno stillicidio che pareva piovesse ed ogni tanto uno slavinio faceva crollare in strada grossi blocchi di neve marcia. In terra fu un pantano che sfacendosi veniva man mano inghiottito dalle fogne. I pupazzi di neve cominciarono a trasudare acqua e rammolliti in ogni fibra cominciarono ad incurvarsi su loro stessi. In breve tempo qualcuno crollò.

Esile com'era Pin cedette fra i primi.

Pin crollò a terra e ai suo posto rimase un piccolo mucchietto di neve molle ed insignificante.

Anche la voce di Gluck era divenuta fioca e rauca. Girò lentamente gli occhi per la piazza finché dal fondo vide arrivare Luisella con la mamma.

In alto il sole brillava; a valle, lungo il torrente in piena, i salici cominciavano a gonfiare le prime gemme. Qualcuno passando disse:

"Anche quest'anno l'inverno è finito."



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