Il campanile aveva battuto il tocco. Le ultime vibrazioni si
erano appena spente sui tetti imbottiti di neve. Gluck, dall'alto
della sua pedana di ghiaccio, mosse lentamente gli occhi: nella
quiete totale della valle il villaggio dormiva; il silenzio era
rotto solo dal mormorio della fontanella della piazza, l'insegna
del bar era spenta e le imposte chiuse, ed era chiusa anche la
finestra del professore, quello che abitava di fronte alla chiesa
e che di solito spegneva la luce più tardi di tutti.
"Pin" - Sussurrò Gluck - "Pin,
Pinocchio, scuotiti, è l'ora, dobbiamo andare, sbrighiamoci, è tardi!"
"Calma, calma" - Rispose Pin sottovoce -
"A furia di stare immobile mi si sono anchilosate tutte le giunture
e faccio fatica. a muovermi."
"Coraggio Pin, mettimi una mano sulla spalla e fai un passo dopo l'altro; quando sei sceso dalla pedana il più è fatto."
Prima incerti poi sempre più sciolti e saltellanti i due si avviarono verso la campagna; attraversarono la piazza, passarono davanti alla chiesa e quando furono davanti alla scuola la Luna li illuminò in pieno e le loro ombre si stagliarono nettissime sul muro bianco. Davanti a quella di Gluck, bassotta, grassoccia con un accenno di gobba, poco più indietro quella di Pin, magra, allampanata e un po' esitante nel camminare.
I due amici procedevano ormai spediti quando, passando davanti a una villa:
"Psst, psst!" - Udirono e si bloccarono interdetti.
- "Psst, psst, dico a voi."
Si guardarono intorno e videro un buffo pupazzo di neve, di quelli tondi, malfatti, con la pipa in bocca, gli occhi fissi e la scopa in mano.
"Sei tu che chiami?"
"Sì, sono io, aspettate un momento. Dove andate? Fece quello con la faccia da tonto. "
"Dove andiamo? Oh bella! Andiamo al raduno annuale! Ma tu, per
caso, sei nuovo? Non t'abbiamo mai visto."- I due compari lo squadravano
da capo a piedi.
"E, dite, dov'è questo raduno?"
"Beh! A solito posto, alla cascata."
"E pensate che io possa venire con voi?"
"Ma certo - rispose Gluck - Tutti quelli
fatti di neve possono venire! Lascia giù la scopa e la pipa
che non servono e vieni dietro a noi. Però sbrighiamoci
che si è fatto veramente tardi."
"Si rimisero in cammino: Gluck, Pin e il pupazzo che li seguiva con un buffo passo da pinguino."
Erano in aperta campagna e ad ogni crocicchio si aggregava qualcuno.
C'erano tipi d'ogni sorta: uomini, animali, un lumacone gigantesco; c'era persino un grosso fungo che arrancava saltellando sull'unica gamba e ad ogni passo faceva tremolare l'enorme cappellone. Erano ormai un gruppetto nutrito e stavano per addentrarsi nel bosco, quando incontrarono Biancaneve che arrivava con i sette nanetti al seguito.
Il bosco nella notte chiara e freddissima era pervaso da una magia incantata. Gli alberi erano quasi tutti in letargo e i nostri eroi potevano sentirne il respiro lento e profondo: un vecchio faggio russava, un larice sbadigliò; solo gli abeti, che non dormono mai, si accorgevano del passaggio delle forme di neve che procedevano facendo scricchiolare il suolo gelato tra i noccioli inchiodati dal freddo e ricoperti da una peluria di cristalli di ghiaccio.
"Salve!"- Il vocione cavernoso era uscito da un grande abete rosso -"Bentornati! Fate una buona riunione e non litigate come al solito."
La voce si spense in un borbottio sempre più basso mentre dai rami scendeva leggero uno sfarinio di neve.
Avevano ormai percorso un buon tratto quando cominciarono ad udire un mormorio di acqua. Erano arrivati. Il bosco faceva luogo ad una bella radura tutta battuta dalla Luna; in fondo, da una roccia scendeva una cascata quasi completamente ghiacciata. Una piccola folla salutò Gluck e compagni.
"Forza che siete gli ultimi!"
"Fiacconi, ultimi come sempre! L'importante è arrivare!"
Frizzi e saluti s'intrecciavano; ridevano e parlavano tutti assieme. C'era un boscaiolo, un pezzo di marcantonio che metteva soggezione; un arrotino con tanto di mola; un cacciatore coi cani, un orso bianco colossale, una vecchia strega con la scopa e poi contadine, montanari e persino un delfino elegantissimo e una foca giocoliera che ben poco avevano a che fare con quell'ambiente alpestre.
L'arrotino levò una mano ed impose un po' di silenzio; il fracasso si trasformò gradatamente in brusio.
"Come tipico rappresentante di questa valle apro la seduta."
"Bene! Bravo!"
"Discorso, discorso! Svelto, concludere!"
L'arrotino stava per riprendere la parola, quando il mormorio della folla fu coperto da un tintinnare di campanellini.
"Questo è certamente Babbo Natale!"- Esclamò il boscaiolo.
"Esatto! Proprio io!" gridò allegramente
Babbo Natale frenando un magnifico tiro di otto renne che era piombato
chissà da dove in mezzo alla folla. -"Proprio io, amici."
"Ancora in giro?"- fece il boscaiolo.
"Lo vedi? Ancora in giro a fare consegne.
Stanco distrutto; non ce la faccio più gente! Una vita da
galera." - E intanto rideva allegramente col suo faccione
rubicondo - Regali sempre più grossi e sempre di più!
Una volta bastava una gerla adesso sono sacchi e sacchi cosicché anche
le renne, povere bestie sono stanche morte. Non è più vita,
questa ragazzi miei. Fortunatamente ormai ho finito, ancora due
o tre consegne e poi passo la palla alla Befana. Che faccia qualcosa
anche lei! Quella con la scusa che è vecchia e piena
d'acciacchi fa ormai poco o niente."
"Come ti permetti di parlare male di mia
cugina?- sbraitò la strega."
"Silenzio! Calma!" urlò l'arrotino
-"E' Natale, cerchiamo di andare un po' d'accordo."
"Giusto, buon Natale a tutti e anche a te,
strega!" Babbo Natale ridendo incitò le renne schioccando
la frusta e Pin s'incantò a guardare perché la frusta
ad ogni schiocco spargeva una manciata di stelline che si smorzavano
sfrigolando come piccoli fuochi d'artificio e il tintinnio delle
sonagliere si raggrumava in perle fosforescenti che cadevano a
terra come tante gocce d'oro.
"Come tutti gli anni sono costretto a ripetere
le solite raccomandazioni!" - Riprese l'arrotino, mentre tutti
sbuffavano - "Dunque, libera uscita da mezzanotte alle cinque di
mattina, nelle altre ore tutti al loro posto sulle pedane dove
li hanno collocati gli Artefici. Inutile dirlo, è essenziale
l'immobilità assoluta.
Domani, notte di Natale, niente libera uscita perché gli
umani vanno nelle chiese, e così pure per la notte di Capodanno,
data la strana abitudine che in quella notte hanno gli umani di
gironzolare schiamazzando per tutto il paese."
"Uffa! Basta! Lo sappiamo. Lo sappiamo!"
"Concludo, le riunioni si terranno alternativamente qui alla cascata e alla piana del lago Ghiacciato. Auguri e buona permanenza a tutti."
La riunione si sciolse in tanti capannelli. C'era in giro l'allegria festosa degli amici che si ritrovano dopo tanto tempo: ai lazzi e ai frizzi successero allegre conversazioni e giochi da scampagnata.
Gluck, Pin e il pupazzo chiacchieravano con Biancaneve, mentre Cucciolo si era messo a giocare a palla con la foca. Dopo un po' i discorsi si spostarono com'era naturale sul tempo e sulla salute.
"Che bella stagione!"- fece il boscaiolo -"Un bel freddo secco che consolida, proprio quello che ci vuole per star bene."
"Davvero, fa proprio piacere questo gelo."- Rispose qualcuno -"Non mi sono mai sentito così in forze."
"Certo, certo! Godete e state allegri finché siete in tempo"- Gracchiò la strega -"Perché poi ci pensa il Favonio a sistemarci tutti!"
Un silenzio di piombo cadde di colpo sui personaggi di neve.
"Che cos'è il Favonio?" - Chiese Cucciolo.
"E' il vento che uccide." - Rispose la strega.
Tutti si guardarono ed un brivido caldo li percorse da capo a piedi perché tutti sapevano per esperienza cosa fosse il Favonio.
"Ecco, Cucciolo" - Cominciò a
spiegare con voce grave il boscaiolo -"Di là dei monti
lo chiamano Foen ed è un vento caldo...."
La strega non lo lasciò finire:
"E' un mostro dagli occhi celesti come quelli
di una bambola e il fiato come quello del drago e soffia, soffia"
- La vecchia fissava Cucciolo con occhi maligni - "E continua
a soffiare e tu goccioli acqua da ogni parte e ti senti ammollare
dentro, ti mancano le forze, cerchi di resistere ma non puoi perché lui è più forte
e alla fine crolli a terra tutto spappolato, ti trasformi in acqua
sporca e vieni risucchiato nel tombino di una fogna nera e puzzolente!"
Cucciolo, gli occhi sbarrati dal terrore, tremava
come una foglia.
"Lasciatelo stare!"- Implorò Biancaneve -"Per favore non spaventatelo in questo modo: è ancora così piccolo!"
"Tacete brutta vecchia!"- Urlò l'arrotino.
Poi rivolto a Cucciolo con dolcezza disse:
"Le cose non vanno proprio così male. Vedi la fogna non è tanto puzzolente perché quando si sciolgono le nevi è piena d'acqua limpida e poi dopo poco ti scarica nel rio, all'aria aperta."
"E poi?"- fece Cucciolo che aveva i lacrimoni.
"Poi dal rio vai a finire al torrente e di
qui nel lago."
"E poi?"
"E poi, e poi! E poi resti nel lago!"
"E poi non mettiamola così tragica!"- Era il gigantesco orso bianco che parlava e la sua voce pareva uscisse da una caverna -"Non è così tragica. Da quando esiste il mondo, c'è la neve! Poi la neve col caldo si scioglie e l'anno dopo si ricomincia da capo."
"Facile per te" - sbraitò ancora
la strega che voleva avere sempre l'ultima parola - "Certo
per te è facile: grande e grosso come sei, te ne vai sempre
per ultimo!"
Ormai l'allegria era finita. La riunione si sciolse e a gruppetti
tutti ritornarono lemmi lemmi ai loro posti di lavoro.
Fu invece proprio l'orso ad andarsene per primo. Successe la notte di Capodanno. L'orso stava immobile sul suo piedistallo nello slargo vicino alla chiesa; non c'era in giro più nessuno, dopo feste e schiamazzi le luci si erano spente ad una ad una, il silenzio e il buio erano calati sul villaggio e gli ultimi nottambuli si erano rifugiati nel bar, unico locale ancora aperto.
L'orso vide lampeggiare i fari e subito dopo scorse la macchina che, entrando in paese, aveva imboccato male il curvone ed ora sbandava, sfiorava la fontana di granito e, ormai senza alcun controllo, stava per piombargli addosso. Poteva ben salvarsi, l'orso, bastava un balzo, anche solo spostarsi di lato, ne aveva ancora il tempo, ancora una frazione di secondo, ma la consegna era immobilità assoluta. All'ultimo istante vide il bagliore sinistro dei fari sui vetri di una casa, poi fu lo sfarfallio della neve che volava dappertutto.
Al rumore sordo dell'urto uscirono gli avventori del bar e fu tutto un vociare:
"Una bella botta davvero!"
"Guarda che roba, com'è conciata l'auto! Chi c'è dentro? Apriamo!"
Forzarono le portiere, tutte ammaccate.
"E' Mino, il figlio del sindaco, con una
ragazza, una villeggiante."
"Tornavano dalla discoteca; un po' di
grappa, che si rinfranchino."
"Certo che hanno avuto una bella fortuna!
Se non c'era quell'orso si sarebbero sfracellati contro il muro
della chiesa."
"Non ne sarebbero usciti vivi! "
Una bella fortuna davvero cavarsela così, con un po' d'ammaccature.
Tutto bene quel che finisce bene, certo, ma l'orso non c'era più.
Al suo posto era rimasto un mucchione informe di neve. Il giorno
appresso venne la ruspa che spazzò via tutta quella neve
e la gettò nel rio.
In paese però si volle ricordare l'accaduto e cosi da allora
lo slargo fu chiamato piazzetta dell'orso bianco.
°°°
Era una notte di gennaio. Il freddo per gli umani era atroce, ma per i nostri eroi era tutta salute. Gluck, Pin e l'ormai inseparabile fantoccio buffo stavano tornando da uno dei periodici raduni. Attraversato il bosco sbucarono all'aperto: nel cielo senza luna le stelle splendevano come pietre preziose; Pin si fermò incantato col naso in aria. Stette a lungo a rimirare il firmamento, poi con fare trasognato chiese:
"Gluck, posso domandarti una cosa?"
"E cioè?"
"Volevo chiederti, ecco, sì, insomma secondo te a cosa serviamo noi? Cioè, ecco, perché gli Artefici ci fanno? A quale scopo?"
Gluck, prima di rispondere rifletté a lungo
pensando che era una bella disgrazia avere un amico che si poneva
delle domande simili, tuttavia dopo un bel po' si decise a parlare.
"In effetti, ci ho pensato anch'io delle volte. Molte volte, e sono arrivato sempre alla medesima conclusione."
"Quale conclusione?"
"Ecco, secondo me, ma è solo una mia opinione personale, gli Artefici ci fanno solo per divertirsi."
"Per divertirsi?"
"Già, per divertirsi, loro e gli umani!"
"Certo ha ragione Gluck"- Intervenne
il pupazzo buffo - "Ho sentito ben io il padrone
di casa che diceva alla moglie: «Ho fatto un fantoccio di
neve così i bambini si divertono a guardarlo» e la
moglie che replicava; «Va là, va là che il
primo a divertirsi sei stato tu a farlo!»"
"Sentito Pin? Del resto perché non adoperano della pietra o del bronzo ma della neve che poi si scioglie? Per divertirsi. Sono tutti lì attorno all'Artefice a guardare e a ridere: «Che bello! Che buffo!» Poi danno i voti e il più bravo prende il premio. Tutto per divertirsi."
"Farci solo per divertirsi e ridere di noi! Ma non capiscono che anche noi abbiamo dei sentimenti e che amiamo e soffriamo?"
"No, non possono capirlo" - rispose Gluck
- "la storia di Gilda è esemplare."
"Gilda?"
"Sì Gilda. Era una bellissima ragazza, tanto bella che il suo Artefice prese il primo premio. L'aveva copiata da un cartellone del cinema che rappresentava una donna con i capelli rossi che si sfilava un guanto. Il fato volle che Gilda s'innamorasse perdutamente del fornaio, il quale invece non si accorgeva nemmeno di lei. Alla fine Gilda capì che un muro impenetrabile la divideva dagli umani e che il suo amore era impossibile. Così, disperata, scese a terra e si gettò nel forno del pane che era rovente. "
"Si suicidò!"
"Una fine orrenda. Non solo si sciolse, ma evaporò quasi immediatamente, cosicché non poté neppure godere d'un meritato riposo nel lago."
"L'ho detto io che gli umani sono in realtà disumani e crudeli."
"Non puoi giudicare Pin, non puoi giudicare chi ti ha fatto, del resto se il nostro destino è quello di far ridere la gente, ebbene secondo me è un bellissimo destino, molto migliore di quelli che la gente la fanno piangere. Le nostre vite saranno brevi ma utili."
"E com'è che noi capiamo loro e loro non capiscono noi?"
"Non è esatto, Pin!" - Continuò Gluck
-" Quando sono molto piccini capiscono benissimo il nostro
linguaggio, come pure quello di fiori, degli animali, degli alberi,
poi crescendo dimenticano perché gli adulti si sforzano
di cancellare loro la memoria. Ma quando sono piccoli, come Luisella;
capiscono benissimo."
"Già, Luisella, quella mocciosa che ti fa rammollire come un vecchio nonno."
"Beh! Che c'è di strano?"- Gluck
non arrossì, perché materialmente non poteva farlo! "Luisella è così graziosa
ed innocente e poi con noi è così gentile e ci comprende
così bene..."
Luisella aveva scoperto Gluck una bella mattina
poco dopo Natale.
"Che bel gobbetto!" - Esclamò,
e volle subito toccare il pupazzo con le sue piccole manine."
"Non toccare quella neve che è troppo fredda."
Ma la bimba continuò ad accarezzare e a dare pacche a Gluck.
Fu così che iniziò, improvvisa, l'amicizia tra Gluck
e la piccola. La bambina s'incantava ad ascoltare le storie che
le raccontavano il gobbetto, storie del popolo di neve, del lago
ghiacciato, dei boschi che dormivano, delle notti piene di stelle.
Luisella invece raccontava della torta della nonna, del lettino,
l'orso di pezza.
E poi a casa c'è il gatto, un bel gattone
grasso, bianco e rosso che sta tutto il giorno vicino al termosifone
perché lì fa in bel caldo."
"Gluck, attento!"- Diceva Pin. -"Questa bambina è un mostro! Senti come parla di quell'orrenda cosa calda?"
"Ma via Pin! Per lei una cosa calda è naturale
come per noi un pezzo di ghiaccio."
Un nonno! Sei diventato proprio
un vecchio nonno."
Quell'anno l'inverno fu lungo e freddo. In alto le piste erano assalite da torme di sciatori e gli albergatori facevano quattrini a palate. Giù nei villaggi i pupazzi di neve resistevano impavidi e prolungavano oltre l'usato la loro effimera vita.
Ma alla fine giunse il Favonio. E cominciò a soffiare il suo alito caldo: il cielo divenne celeste come gli occhi della bambole e l'aria calda come il fiato di un drago.
Le piste furono chiuse: «Pericolo di valanghe » stava scritto su grandi cartelli.
Dai tetti venne giù uno stillicidio che pareva piovesse ed ogni tanto uno slavinio faceva crollare in strada grossi blocchi di neve marcia. In terra fu un pantano che sfacendosi veniva man mano inghiottito dalle fogne. I pupazzi di neve cominciarono a trasudare acqua e rammolliti in ogni fibra cominciarono ad incurvarsi su loro stessi. In breve tempo qualcuno crollò.
Esile com'era Pin cedette fra i primi.
"Addio Gluck- Fece con un filo di voce - Il nostro tempo è finito, è ora di lasciarsi."
"Sì, Pin. Il tempo è finito, ci riposeremo nel lago. E poi Pin, forse ci ritroveremo anche l'anno venturo, chissà, forse l'Artefice...."
"Sì Gluck, addio vecchio amico, addio!"
Pin crollò a terra e ai suo posto rimase un piccolo mucchietto di neve molle ed insignificante.
"Addio Pin, addio amico caro...."
Anche la voce di Gluck era divenuta fioca e rauca. Girò lentamente gli occhi per la piazza finché dal fondo vide arrivare Luisella con la mamma.
"Oh, gobbetto! Come sei brutto oggi, brutto e storto!"
"Sono così, Luisella, perché mi preparo ad andare via, a fare una lungo viaggio."
"No, gobbetto, no! Non andare via, non andare! Dove vuoi andare?"- La bimba aveva afferrato Gluck -" Come sei molle oggi, Gluck, resta, non andar via!"
"Lascia stare quella neve sporca, Luisella, e andiamo."- Disse la mamma.
"Non è neve sporca, mamma, è Gluck. E' Gluck che vuole andar via!"
"Obbedisci alla mamma!"- Disse Gluck con la voce che andava spegnendosi -"Devo andare, Luisella, devo andare anch'io nel lago, assieme a tutti gli altri. Forse l'anno prossimo tornerò, ma forse allora sarai già troppo cresciuta."
"No! No! Resta qui."
"Addio Luisella."- La voce di Gluck si era affievolita fino a trasformarsi nel gorgoglio leggero dell'acqua che correva verso il tombino.
"Smetti di piangere Luisella!"- Disse
la mamma -"E smetti di pastrocchiare con le mani in quel pantano.
Non è più il tempo di giocare con la neve; è primavera,
ti porto per i prati: c'è già qualche fiore."
In alto il sole brillava; a valle, lungo il torrente in piena, i salici cominciavano a gonfiare le prime gemme. Qualcuno passando disse:
"Anche quest'anno l'inverno è finito."
|