Bonomi Raffaele , classe 1929,
Giunto al 7° Rgt. Alpini li 23 giugno 1956,
Inviato in congedo per ultimato servizio di prima nomina li 8 febbraio 1957.
Questo è in sintesi quanto sta scritto sulle scartoffie del distretto militare. Nella realtà il mio arruolamento nel corpo degli alpini era già avvenuto molto, ma molto tempo prima.
L’anno 1939 stava per terminare e nuvole nere stavano addensandosi sul nostro popolo. Mio padre era stato richiamato col grado di capitano e assegnato al Btg. Val Cismon del 7° Rgt. in quel periodo di stanza nella valle dell’Orco, in Piemonte. Quando il battaglione faceva delle marce di addestramento, il che capitava tre volte alla settimana, mio padre mi affidava all’attendente e via in coda al reparto.
A quel tempo un battaglione in marcia era un piccolo esercito che si spostava: le compagnie fucilieri avevano ognuna più di trecento fucilieri ed inoltre ottanta muli con relativi conducenti: gli “sconci”; poi c’erano le carrette trainate da muli o anche da cavalli, la compagnia comando, le salmerie di battaglione, gli ufficiali, i sottufficiali. I Vibram non esistevano: tutti con gli scarponi chiodati, soldati e ufficiali; si immagini il rumore di tremila piedi chiodati e circa milletrecento zoccoli ferrati. Altro che camminare in silenzio! Gli alpini infatti continuavano a bacchaiare smoccolando contro quel maledetto destino e a ridere e scherzare fra loro, invano redarguiti dai rimbrotti degli ufficiali. Erano quasi tutti richiamati alle armi e molti avevano lasciato a casa moglie e figli e cercavano di farsi passare le malinconie buttando tutto dietro le spalle. Alcuni, i mitraglieri tutti quanti, portavano il cappello al contrario con la penna in avanti e la tesa dietro dicendo che scaldava meglio il coppino, altri si avvolgevano il collo col fazzolettone, alla paesana e quando passava un ufficiale tutto tornava a posto per un attimo; i conducenti il moschetto lo infilavano di traverso nello zaino.
In fondo al gruppone arrancavo io con l’attendente Zanchetta di Montebelluna. Quando c’era l’alt per il rancio i soldati mi chiamavano:
“ Questo è il figlio del capitano della 265.”
“ Ehi, bocia! Sei stanco? E’ lunga la strada, vero? ”
Figuriamoci se un ragazzino di dieci anni in mezzo a tutti quei soldati ammette di essere stanco! Piuttosto crolla sfinito in bordo alla strada:
“ Stanco? No, io non sono stanco!”
E Zanchetta a sostegno:
“ Davvero, non è ancora stanco il ragazzino!”
“ Bravo bocia! Vuol dire che sei un alpino anche tu.”
E chi mi dava un pezzetto di polenta, chi un po’ di formaggio.
Fu quello il mio vero arruolamento al corpo, senza tanti timbri, visti o firme. E poiché “alpino un giorno, alpino sempre” capii che il mio destino sarebbe stato quello di andare in giro per i monti con uno zaino sulle spalle. Così al capitano che faceva la selezione e chiedeva quali fossero i miei desideri risposi:
“ 1° desiderio: Alpini, 2°: Artiglieria da montagna, 3°: Genio alpino.”
“ Tu se cocciuto come un mulo!” e rificcò il naso fra le sue carte.
“ Appunto” – risposi - “ è il mio ambiente.”
Fu per questo che quando giunsi al reparto sapevo già quasi tutto di naja alpina e quanto a tiri al bersaglio e cannonate ne avevo già viste a sufficienza durante la guerra, sulla linea Gotica. Nonostante questa esperienza, la prima volta che la compagnia si mise in marcia e vidi snodarsi quella lunga fila di giovani che salivano lenti per il sentiero con in testa il cappello e la penna, mi venne una commozione ed un groppo da non poter dire perché mi vennero in mente tutti quegli altri, i “veci”, tanti dei quali, tra cui Zanchetta, non erano più tornati.
Il reparto era la 116° Comp. Mortai del Btg Belluno che avevamo raggiunto in Val Fiorentina durante il campo estivo. Prima, d’accordo, c’era stato il 16° corso AUC ad Ascoli Piceno, poi ( la SMALP era in via di ricostituzione e riservata ai soli allievi sottufficiali) la scuola di fanteria di Cesano, la cui disciplina era tristemente famosa, ma la vera naja cominciava adesso.
Il comandante della compagnia era il Ten. Luciano Vittone, ora generale a riposo. Piemontese, sempre calmo e imperturbabile era un vero trattore umano: mai stanco, sulle prime metteva anche un po’ di soggezione. Mi aveva assegnato il posto di ufficiale di coda e dopo una delle primissime marce poiché gli ultimi erano arrivati con un paio di minuti di ritardo, mi chiamò:
“ Perché si sono sbrancati? Lei è l’ufficiale di coda, suo compito è di mandarli su anche a calci nel sedere!”
A parte il fatto che anch’io avevo il mio bel daffare a portare su uno zaino grosso come una casa, quel fatto di prendere a pedate dei soldati affaticati proprio non riuscivo a inghiottirlo, così molto rispettosamente ma fermamente chiesi:
“ Mi scusi signor tenente, ma perché non provvede lei personalmente a prenderli a calci nel sedere?”
“ Io non potrei mai” – rispose calmo calmo - “ Ho il cuore troppo tenero, io.”
Il ghiaccio era rotto ed iniziò un rapporto di stima e di amicizia che dura ancora adesso.
Il vice era Giuseppe Bertano, sottotenente sul finire della suo servizio militare. Raramente ho conosciuto un uomo più buono e più affabile di lui: piemontese anch’egli, aveva sempre una buona parola e un consiglio per tutti. Durante le marce andava su e giù per la colonna incoraggiando gli affaticati e a volte caricandosi lo zaino dei più stanchi. Ultimamente è passato decisamente in testa a tutti ed è andato avanti per esplorare il cammino ancora da fare.
Il terzo “vecio” era il sergente Luigi Callegari di Nervesa. Era incaricato di provvedere a tutti i rifornimenti ed i servizi logistici della compagnia ed era sempre indaffaratissimo ad acquistare viveri, sovrintendere le cucine, utilizzare i nostri diciotto muli, dirottare la Campagnola e il Lancino. I servizi funzionavano benissimo ed efficiente com’è, ancora adesso è lui che organizza le nostre trasferte per l’adunata nazionale.
Erano questi tre, Vittone, Bertano e Callegari i “soci fondatori” della 116° C. Mortai. Era infatti l’epoca in cui, dopo la stasi del primo dopoguerra, i reparti alpini venivano ricostituiti. Avevano preso dei graduati e dei soldati mortaisti del Feltre e con questi avevano costituito il primo nucleo della compagnia. Gli alpini erano semplicemente magnifici: semplici e schietti. Più della metà erano veneti e cadorini, un’altra bella fetta emiliani di Reggio e Modena, per il resto qualche piemontese, ligure, un paio di friulani.
I “cappelloni” eravamo Paolo Pellegrini ed io, arrivati freschi freschi con i nostri galloni bei lucidi e il cappello senza una pacca. Pellegrini era di Belluno e respirava aria di casa, io venivo da Milano e purtroppo non sapevo di preciso nemmeno dove fosse Cortina. Dopo qualche giorno dal nostro arrivo era in programma l’ascensione al M. Pelmo con l’intento di portare in vetta un mortaio. Allo scopo, pienamente raggiunto, furono selezionati gli elementi migliori della compagnia tra cui Pellegrini che era un alpinista da 5° grado superiore, mentre io che a fatica raggiungevo il 1° inferiore fui lasciato all’accampamento a sovrintendere tutti i piedi piatti.
Mi rifeci con l’ascensione dell’Antelao, dove oltre a qualche roccetta c’era anche qualche nevaietto. Il corpo degli alpini è bello soprattutto perché impasta assieme ed appiattisce i gradi: la severa maestà della montagna non fa molte distinzioni fra un caporale e un colonnello; il soldato e il capitano patiscono lo stesso freddo, si scaldano allo stesso fuoco, sono esposti agli stessi rischi. Perciò quando venne il momento di legarci in cordata, di buon grado diedi il capo della corda a Pierobon, un caporalmaggiore bellunese forte come un larice e molto più esperto di me in montagna. La vetta fu conseguita e quella volta furono portati su non un mortaio bensì i pezzi di un bivacco in legno.
Il percorso del campo si snodava attraverso tutto il Cadore, da occidente a oriente. Furono fatti tiri con i mortai : con tre colpi centrammo perfettamente il bersaglio, risultato molto apprezzato dal colonnello in quanto si erano risparmiate munizioni molto costose. Furono fatte marce e allarmi notturni, esercitazioni e guadi di torrenti, ma fortunatamente non mancò il tempo per farci qualche sana bevuta.
Una sera chiamai Pierobon che era il mio braccio destro e gli dissi che era il mio compleanno e che avrei volentieri offerto un buon bicchiere a chi l’avesse gradito; ritrovo giù in paese alle sette, ma che assolutamente non volevo forzare nessuno anche perché dopo una giornata di esercitazioni c’era da fare una bella oretta di strada. Alle sette davanti all’osteria c’era tutto il plotone: mancavano solo i muli che notoriamente sono astemi. Quella sera a spingere l’uno e tirare quell’altro, tutto nel buio, fu parecchio dura ritornare all’accampamento.
Passo dopo passo, sentiero dopo sentiero arrivammo fino a Sappada e a San Pietro di Cadore e qui terminò il campo estivo con le manovre congiunte del Belluno e del Feltre. Era arrivato finalmente il momento di coprirsi di gloria, pensai, e di emulare Cesare e Carlo Magno. Basta con quello sterile girare per le montagne, con quei tiri su bersagli finti, era ora di passare concretamente all’azione e se i superiori comandi non si risolvevano, ci avrei provveduto io. E così senza tergiversare tanto dichiarai guerra all’Austria.
Le manovre si svolgevano nell’alta valle del Piave simulando la resistenza ad un attacco proveniente dalla Carnia. Mentre il grosso dei reparti stazionava a fondo valle, io con mezzo plotone ed un mortaio, senza muli, fui mandato una decina di chilometri più a nord a costituire l’estrema ala sinistra dello schieramento per scongiurare un eventuale aggiramento; ordini: attestarsi proprio a ridosso del confine con l’Austria, presidiare l’accesso al passo dell’Oregone, collegamento via radio. Risalimmo tutta la bellissima val Visdende fino a raggiungere il confine e pernottammo; il giorno dopo aggirammo il M.Peralba, teatro di furiosi combattimenti durante la Grande Guerra, scavalcammo il passo dell’Oregone e cercammo un luogo ove attestarci. Il confine correva lungo una crestina piuttosto scoscesa sulla quale si intravedeva una traccia di sentiero e ogni cento metri circa c’era un piccolo pilastrino con una riga nel mezzo e sulla faccia a sud c’era scritto I , su quella nord O: erano le pietre confinarie. Il panorama era bellissimo: alla nostra destra si ergeva il massiccio del Peralba, sulla sinistra la vista si apriva su una valle amplissima e ridente: la Lesachtal. Dove eravamo noi il terreno era talmente tormentato e scosceso che non si sapeva materialmente dove piazzare il mortaio. Avanzammo per qualche centinaio di metri e scoprimmo un praticello verde, triangolare, grande quel tanto per piazzare il mortaio e sistemare i serventi. Detto fatto, piazzato il mortaio, sistemate le cassette delle munizioni, serventi al loro posto, due vedette a scrutare che non arrivasse il nemico, cioè qualche superiore a rompere, tutto a posto in attesa di ordini radio, quando notai che in fondo al praticello s’era una pietra troppo regolare per essere un sasso. Mandai un alpino a controllare:
“ E’ una pietra di confine!” fu la risposta.
“ Ma come è possibile a cento metri dalla cresta sul versante italiano? Forse una frana?”
Corsi a consultare la carta IGM e con orrore constatai che il triangolino era segnato. Piccolo, piccolissimo, ma c’era. Eravamo in pieno territorio austriaco. A quell’epoca di Unione Europea non se ne parlava nemmeno e i rapporti tra Italia ed Austria non erano molto buoni, non cattivi come con la Jugoslavia, ma comunque erano tesi per via del contenzioso dell’Alto Adige.
“ Ragazzi, gambe in spalla che ci ritiriamo di duecento metri!”
Mentre i soldati smontavano il mortaio, io scrutavo per vedere se per caso arrivasse una pattuglia della gendarmeria austriaca in perlustrazione, che c’era da farsi sbattere sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa: << Proditorio attacco dell’Italia che invade il territorio austriaco.>> L’operazione fu effettuata con velocità da primato, il mortaio piazzato un po’ alla meglio fra i macigni e finalmente ci facemmo quattro grosse risate.
Il campo era terminato, le manovre pure e i reparti tornarono alle loro rispettive sedi. Noi del Belluno alla caserma Salsa nel cui cortile c’è un bellissimo monumento in bronzo con un “vecio” della Grande Guerra che indica ad un “bocia”: <<Lassù le montagne dove noi combattemmo >>. Bertano andò in congedo e con lui tutto il secondo scaglione ’32. Per inciso ricorderò che questi ragazzi del ’32 mugugnavano:
“ L’inno degli alpini fa: Trentatré, trentatré. E noi del ’32 non ci ricordano nemmeno! ”
Il tempo di stendere la relazione sul campo estivo, di accogliere delle reclute che giungevano dal CAR, le prime esperienze come ufficiali di picchetto, poi ci rispedirono in montagna a fare i lavori. Questa volta al seguito di Vittone andai io, mentre Pellegrini restava nella sua Belluno a presiedere i pochi che erano rimasti in caserma. Io fui felicissimo di questa scelta perché dava l’opportunità a me, milanese, di restare più a lungo a contatto con le montagne, tra l’altro fra le più belle del mondo. Callegari ricominciò il suo andirivieni per i rifornimenti.
I lavori consistevano nel riattare una vecchia strada militare costruita dal genio durante la Grande Guerra, circa quarant’anni prima. Collegava il paese di Zoppè di Cadore al rifugio Alba Maria De Luca al Pelmo, chiamato brevemente rifugio Venezia poiché era di proprietà della sezione Venezia del CAI. La strada era lunga circa cinque chilometri con un dislivello di cinquecento metri e tranne il primo pezzo era ridotta ad una mulattiera sconnessa. Dopo una quarantina di giorni riuscimmo a renderla percorribile alle automobili e non solo alle fuoristrada militari, tant’è vero che due anni dopo al volante di una vecchia 600 portai su al rifugio mio padre e mia madre.
Furono riempite le buche, eliminate le sporgenze, puliti gli scoli, sistemate le ripe. Furono fatti dei muri a secco di sostegno, dei graticciati di larice e mughi per consolidare dei punti franosi, si imbrigliarono dei rivi che allagavano la strada e Vittone riuscì persino a procurarsi del ghiaino per sistemare il fondo. Picconi ce n’erano pochi, badili pochissimi, carriole nemmeno una. Il motto era il solito: arrangiarsi. Per fortuna che i “najoni” si arrangiavano benissimo: al posto dei picconi usavano dei paletti di ferro da rete metallica, le carriole furono surrogate da barelle di rami di abete, come badili usavano le mani.
Sovrastava tutto e tutti la mole maestosa del Pelmo, superba massa di dolomia completamente isolata dalle altre montagne. A volte splendente nel sole, altre volte corrucciata di nuvole, dopo i temporali scintillava ornata di mille cascate.
Il cosiddetto tempo libero, a parte il meraviglioso panorama, non offriva gran ché. Dopo il rancio si poteva scendere a Zoppè dove c’era un’unica osteria con annesse due o tre camere e con la pomposa insegna : “Albergo”. La luce elettrica c’era, ma mi sembra che la televisione non fosse ancora arrivata; si poteva bere però un buon bicchiere di vino o un grappino, fare quattro chiacchiere o una partita a scopa.
Ma la vera attrazione erano le partite di morra dei trevigiani. Zoppè, come tutti i paesi della valle di Zoldo era la patria dei gelatai che durante l’estate andavano in giro per l’Europa a fare la stagione cosicché a casa rimanevano quasi solo donne e bambini. Per non far non marcire inutilmente il foraggio nei prati questo veniva venduto in piedi a dei trevigiani che lo falciavano, lo affienavano e, caricato sui camion, lo portavano agli allevamenti della pianura. Erano costoro che la sera davano spettacolo: dopo aver ben mangiato, sparecchiata la tavola, la coprivano con un mollettone e lì iniziavano interminabili partite di morra a quattro. Era straordinario come, già tutti oltre la cinquantina, dopo una intera giornata passata con la falce in mano, avessero ancora una tale prontezza di riflessi che non si riusciva a contare quant’erano le dita.
Grazie al reclutamento rigorosamente territoriale delle truppe alpine di allora, conobbi diversi “veci” che avevano fatto il servizio militare con mio padre durante la guerra:
“ Come fa di cognome lei, Bonomi? Ho avuto il capitano che si chiamava Bonomi.”
“ Era mio padre!”
“ Brava persona! Un po’ troppo severo, un po’ duro ma era una brava persona e non faceva preferenze. Certo che ne abbiamo viste e passate là in Jugoslavia! La vostra non è naja, è villeggiatura.”
Penso che avessero proprio ragione. Comunque ero contento che all’esame dei sottoposti mio padre fosse stato promosso. Faceva piacere e glielo scrissi.
Grazie sempre al reclutamento territoriale diversi alpini erano di quei luoghi: Zoldo, Longarone (ahimè), Valle del Boite e il sabato pomeriggio sparivano per tornare il lunedì mattina all’alba. D'altronde in accampamento non era rispettata la ritirata né il silenzio. Vittone diceva che andava bene così, bastava che fossero presenti al mattino per la sveglia e che fossero ben svegli, perché negli alpini la disciplina formale non serve, che l’importante era la disciplina sostanziale e quella ce l’avevano nel sangue.
Man mano i lavori proseguivano verso la parte alta della strada cosicché spostammo l’accampamento in una conca servita da un torrentello poco lontano dal rifugio. Qui si andava a passare la serata accalcati gli uni sugli altri nel fumo e nel chiasso. Un giorno, in visita non ufficiale, arrivò il colonnello con al seguito la moglie, una signora sulla quarantina ottima camminatrice: gli alpini issarono la signora su un tavolo, le ficcarono un bicchiere di vino in mano obbligandola a brindare con loro al battaglione e al reggimento, mentre il colonnello se la rideva sotto i baffi.
Cominciava a rinfrescare. Sulle cime cominciavano le prime spolverate ma duravano pochi giorni; la mattina i teli delle tende era rigidi per il ghiaccino formatosi durante la notte; i corvi stavano scendendo a valle; il gestore del rifugio non aspettava che la nostra partenza per chiudere. La compagnia aveva terminato il suo compito: al rifugio si arrivava in macchina!
Spiantammo le tende e tornammo a valle passando per Zoppè in mezzo ai saluti della gente che aveva apprezzato il lavoro fatto. Ma prima di partire gli alpini vollero firmare la loro opera: in fianco alla strada lisciarono un macigno di dolomia con un intonaco di cemento e vi incisero un’aquila con su 7° e sotto - Btg Belluno – 116° Comp. Mortai- 1956. Dove avessero trovato il cemento e la cazzuola Dio solo lo sa, ma i “najoni” hanno delle risorse incredibili. Forse la scritta resiste ancora, almeno lo spero. Una ventina d’anni dopo infatti ripassai di lì con le mie figlie bambine e la “lapide” era ancora perfetta e mi rallegrai tutto. Rabbrividii di sgomento invece quando rividi la conca nella quale eravamo accampati: era stata completamente arata da un monolite di dolomia che ora giaceva lì sul posto dove erano state le tende, un parallelepipedo che ad occhio, viste le dimensioni, superava di un bel po’ le duemila tonnellate. Guardai in alto e scorsi un duecento metri più in su la macchia chiara che aveva lasciato staccandosi.
Riprendemmo la vita di caserma. Occorreva nominare dei graduati; Vittone chiese anche il nostro parere, di Pellegrini e mio: a poco a poco ci stavano promuovendo alla categoria dei “veci”. Callegari andò in congedo e salutandomi mi disse:
“ Pensa che magari ci rivedremo con moglie e figli.”
Io mi misi a ridere:
“ Ma cosa vai pensando!”
Invece aveva perfettamente ragione; adesso infatti ci rivediamo e abbiamo moglie, figli e nipoti. Arrivarono degli allievi sottufficiali da Aosta, arrivò un nuovo scaglione dal CAR: era la ruota che girava. Poi Vittone si prese quindici giorni di licenza: il tempo più che sufficiente per ricevere una bella risciacquata dal colonnello.
Per me questa vita tranquilla e un po’ monotona finì presto. Occorreva ricostituire il Btg. Pieve di Cadore sciolto il 12 settembre 1943 assieme a tutti i reparti della Div. Pusteria, pertanto a fine novembre fui spedito a Pieve assieme ad una ventina di soldati; un’altra ventina giunsero dal Feltre accompagnati dal S.ten. Cappellari, un po’ di reclute e la compagnia era fatta. Il comando fu affidato al Ten. Preti uscito fresco fresco dall’accademia. Comandante del battaglione fu nominato il maggiore Arnold.
La caserma era piccola piccola e molto vecchia, forse risalente ancora ai tempi delle prime compagnie alpine istituite da Perucchetti proprio a Pieve, ed era stata riattata con pochi mezzi ma molto entusiasmo dal Cap. Laurentino, che con l’aiuto di un sergente e di una squadretta di soldati l’aveva sistemata e resa abitabile.
Quell’inverno ci fu un freddo siberiano: a Pieve superammo i venti gradi sotto zero e il ghiaccio la faceva da padrone. Il maggiore scelse un prato in declivio che un ruscelletto aveva inondato e coperto di un crostone di ghiaccio spesso una spanna.
“Bonomi, tu andrai su quel pratone ghiacciato e farai istruzione alla truppa su come si usano i ramponi, la piccozza, la corda.”
“ Io? Proprio io? Ma non ci sarebbe un istruttore un po’ più valido? Che ne so, una guida alpina per esempio!”
“ Una guida alpina? Brillante idea, ma chi me li dà i quattrini per pagarla? Guarda, al massimo come supporto ti posso dare questo manualetto.”
In Italia allora di soldi ne giravano pochini, ma la voglia di fare e l’entusiasmo erano grandi, così, libricino in mano, ramponi ai piedi, passammo un bel po’ di mattine su per quel ghiaccione, su e giù, avanti e indietro.
Anche i servizi di caserma erano piuttosto pesanti: noi sottotenenti eravamo talmente pochi che, sebbene aiutati da due marescialli, eravamo di picchetto un paio di volte alla settimana. Molto più duro però era il servizio per i graduati e i soldati che andavano a presidiare la polveriera, situata in cima ad un cucuzzolo ad una decina di chilometri dal paese. Il turno durava quindici giorni filati e se ne stavano lassù tutti soli in un metro di neve senza vedere mai nessuno salvo qualche sporadica ispezione. Gli ordini erano severissimi ed eseguiti scrupolosamente: un giorno un ufficiale superiore aveva pensato di sorprendere una sentinella di guardia e si senti subito frullare una fucilata vicino alle orecchie.
D'altronde se Belluno era una cittadina di provincia molto tranquilla, Pieve era poco più di un grazioso paesetto che a parte le partite di hochey contro l’Auronzo e il Cortina, offriva ben poche distrazioni e perciò passavamo praticamente tutto il nostro tempo in caserma. Scoprii che molti soldati si erano iscritti a dei corsi professionali per corrispondenza e la sera invece di andare in libera uscita si rintanavano nelle camerate a leggere manuali ed opuscoli. Si sentiva nell’aria che doveva arrivare una ripresa economica e molti volevano riscattarsi dalla loro condizione di braccianti e di avventizi agricoli e si preparavano ad un mestiere di muratore o di elettricista. Procurai un tavolone da mettere in fureria e misi a loro disposizione le nozioni che avevo acquisito al Politecnico per rispondere a domande, impartire qualche concetto, insomma insegnare qualcosa: raramente ho avuto ascoltatori più attenti ed interessati e passavamo le sere a fare scuoletta.
Era arrivata un po’ tardi, la neve, ma verso Natale cadde abbondante. A quel tempo lo sci non era uno sport molto praticato; troppo costoso, roba da ricchi e anche i valligiani se la cavavano poco e male. C’erano state pochi anni prima le vittorie di Zeno Colò e durante l’inverno precedente le olimpiadi invernali proprio a Cortina ma era ancora una pratica da specialisti, anche fra le truppe alpine. Provammo a cimentarci con quegli strani arnesi che con gli sci di adesso hanno in comune solo il nome: lunghissimi, di frassino massiccio, senza suola e lamine, con attacchi a leva laterale, bastoncini di legno che quelli di bambù erano appannaggio per ricchi eccentrici. A Pieve c’era una pisterella breve e facile che bisognava risalire a scaletta perché non c’era alcun mezzo di risalita, d'altronde era anche l’unico sistema per battere un po’ la neve. Il maggiore Arnold era un ottimo sciatore e gli chiedemmo se la domenica, liberi dal servizio, potevamo andare a sciare a Cortina dove si poteva arrivare con un bellissimo trenino elettrico: la linea Calalzo, Cortina, Dobbiaco che fu in seguito delittuosamente soppressa. Il maggiore ci guardò sconsolato, scosse il capo, aprì le braccia e disse:
“ Andate pure, ma in borghese perché non dobbiamo fare cattive figure!”
Erano intanto arrivati dei sottotenenti giovani che dovevano fare il loro tirocinio. Il maggiore mi mandò a chiamare:
“ E’ arrivato il tuo sostituto, la truppa è già bene addestrata, il tuo lavoro l’hai svolto benissimo, da ora il tuo ultimo incarico sarà addestrare i muli.”
“ I muli? E come sarebbe, i muli?”
“ Non i nostri che sono addestratissimi, ma quelli che dipendono dalla brigata che sono reclute.”
Alla brigata Cadore infatti erano arrivati un’ottantina di muli acquistati freschi, freschi negli allevamenti delle Puglie e non avevano mai visto una montagna né la neve e il comando aveva pensato bene di affidarli a noi. Si trattava di far loro prendere confidenza con mulattiere, sentieri scoscesi, con la neve e il ghiaccio. Il maresciallo maniscalco provvide a ferrarli da ghiaccio, poi io cominciai ad andare a spasso con tutti quei “mussi” dietro. Il maggiore mi aveva congedato dicendomi che ogni mulo valeva duecentomila lire, cioè come quattro mesi del mio stipendio, e che se qualcuno si fosse azzoppato o fosse morto me l’avrebbero trattenuto in busta e questa prospettiva non mi garbava eccessivamente. Il maggiore mi promise anche l’aiuto di un sottotenente veterinario e di due sottufficiali; la promessa in effetti fu mantenuta, ma il mio collega si rivelò veterinario sì ma di Cefalù e anche lui non aveva mai visto né neve né montagne e i sottufficiali erano in realtà due allievi appena arrivati da Aosta che di muli ne capivano tanto quanto me. <<Benone>> - pensai - << qui mi sa che l’esperienza dovremo farcela tutti, bipedi e quadrupedi.>>
Che l’esperienza fosse davvero poca ci pensarono proprio i muli a farcelo capire perché un giorno si piantarono sugli zoccoli e si rifiutarono di proseguire. La mulattiera era diventata un sentiero sempre più stretto e ghiacciato che da una parte era anche molto esposto; il mulo di testa stava lì inchiodato con gli occhi dilatati e le orecchie tirate indietro e si vedeva che aveva una paura terribile. A dire il vero anch’io non mi sentivo molto tranquillo perché pensavo alle famose duecentomila lire per ogni capo: << Sta a vedere che per colpa di queste bestiacce mi toccherà lavorare gratis per tutta la vita>>. Stare fermi a lungo non si poteva dato che con quel gran freddo gli si ghiacciava il sudore addosso; ordinai di tornare indietro, e qui cominciarono veramente i guai a causa di qualche mulo che non voleva saperne di girarsi perché guardava il precipizio che gli si spalancava sotto gli zoccoli. Fortunatamente riuscimmo a risolvere il problema incappucciando loro la testa con le giacche a vento e da quel giorno scelsi percorsi un po’ più agevoli.
Ormai i muli erano la mia principale preoccupazione e volli farmi una conoscenza un po’ più approfondita delle salmerie. Fu così che a furia di rovistare in vecchi armadi scovai in fondo a un cassetto un manuale che spiegava come someggiare un mortaio da 81. Era l’illuminazione! Infatti mi ero sempre chiesto perché i mortaisti si spaccassero la schiena per portare i mortai sulle spalle, mentre i muli se ne andavano via allegri e tranquilli quasi scarichi. La ragione probabilmente stava nel fatto che i reparti della vecchia divisione Pusteria erano stati sciolti il 12 settembre 1943 e i primi reparti del 7° del dopo-guerra erano stati ricostituiti dieci anni dopo e in questo intervallo erano andate perdute diverse nozioni che la truppa si tramanda di scaglione in scaglione. Scelsi un mulo piuttosto mansueto, lo imbastammo e un po’ alla volta, manuale alla mano, tutti i mortaisti impararono a someggiare l’81.
Fu questo l’ultimo servizio che resi alla compagnia: il congedo e la vita civile mi attendevano. Del Pieve di Cadore andammo in congedo solo Cappellari ed io; prima di partire ci fu una bicchierata col maggiore Arnold e con gli ufficiali in servizio permanente, poi prendemmo il treno per Belluno. Qui assistetti all’ultimo ammainabandiera con tutta la 116° schierata, mi congedai dal colonnello, e salutai i vecchi amici. Partimmo di notte, Cappellari ed io, per arrivare a Milano la mattina presto: c’era gioia per il ritorno a casa, ma anche malinconia per un periodo di vita ormai trascorso.
Sul treno che ci riportava a casa osservavo il mio cappello: non era più tutto azzimato e senza pacche come nel viaggio di andata. Era stinto per il sole e la pioggia, macchiato per le sudate che avevo fatto, i fregi avevano perso il loro luccichio: segno che qualcosa l’avevo fatta pure io. Mi lasciai andare ai ricordi. L’ascensione all’Antelao, la fatica delle marce, i servizi di caserma, i tiri. Il telegramma arrivato all’accampamento: <<Nato bambino alpino. Tutto bene. Baci.>> e Piva, l’unico sposato, che saltava e gridava dalla gioia e seduta stante gli fu scritto il permesso per andare a casa a vedere l’erede. Il buio delle valli al mattino e l’improvviso accendersi delle cime ai raggi del sole nascente. La lunga colonna che si inerpicava lenta e costante sul costone della montagna, la fila dei muli che risaltava bruna sul bianco della neve. Gli alpini che di soppiatto mungevano le vacche al pascolo per bere latte fresco. La pioggia che batte sulla tenda e infradicia ogni cosa. La damigiana offerta dai paesani di Zoppè e prosciugata in un batter d’occhio. I reduci della guerra che ci squadravano con occhi critici ma benevoli. Le ragazze incontrate a Sappada; la fisarmonica di Graziosi. La Compagnia schierata per l’Alzabandiera, tutti i reparti inquadrati nel cortile per la Messa la domenica mattina. La mancata invasione dell’Austria; mi venne da ridere: le imprese di Cesare e di Carlo Magno non erano state eguagliate, ma non importava: avevo imparato tante cose, gli alpini mi avevano insegnato tante cose con la loro tenacia, la loro pazienza, la loro bonomia. Mi passarono davanti tanti volti e tanti nomi: Giaretta, Pierobon, Pezzin, Bez, Frezza, Valt, Labati, Pasini, Bogo, Canniparoli, Benassi, Sacco, Da Roit, Gallo, Olivieri, Lovison, Cordiviola, Govi…..
Milano, aprile 2006
( cinquant’anni dopo)
|