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Favola di Pasqua
di Raffaele Bonomi

Carletto "salta passaggi" alimenta il mostro "divora svarioni"

X e Y ridevano sguaíatamente.

Il vocione era risuonato alle loro spalle.

X e Y si girarono di scatto: era un grosso Omega maiuscolo che le aveva apostrofate ed ora le osservava con aria severa. Le due ammutolirono guardando Omega con deferenza.

Omega, infatti, incuteva sempre soggezione per via dell'enorme testone e dei piedoni all'infuori e tutti provavano per lui il più profondo rispetto.

Omega aveva ragione. Avevano un passato illustre, loro. Avevano conosciuto Cicerone e Sallustio, loro. Avevano declamato con Plauto, filosofato con Seneca, cantato con Virgilio.

I Cesari ed i Papi le avevano pronunciate. Poi si erano trasferite nell'alfabeto volgare, ma si erano subito trovate a disagio. Finché un giorno nell'alfabeto scoppiò la guerra delle lettere.

Come tutte le guerre civili fu incivile ed orribile: vocali contro consonanti scagliate le une e le altre ad azzuffarsi barbaramente all'ultimo sangue. La lotta fu lunga e cruenta: l'H divenne muta dallo spavento, la C , la Q e la K smarrirono il senno e si misero tutte a fare lo stesso verso. Alla vista di tutto quello scompiglio, X e Y disgustate fuggirono e si rifugiarono nei libri d'algebra e qui dopo aver conquistato il rango ambito e misterioso d'incognite si misero, triste divertimento, a terrorizzare i ragazzini delle scuole.

Sì, Omega aveva ragione. Erano due nobili decadute che si stavano comportando come due teppistelle di periferia.

Però X e Y non stettero ad angustiarsi troppo.

Sgattaiolarono destramente tra una radice quadrata e l'altra, si fecero largo in mezzo ad una selva di parentesi, scavalcarono un logaritmo e furono fuori del libro, all'aperto. X saltellava agilissima di libro in libro e di scaffale in scaffale e con i suoi quattro arti in continuo movimento sembrava proprio una scimmietta: Y, più lenta, appesantita dalla coda arrancava seguendo l'amica distanziata di qualche lunghezza.

Di salto in salto giunsero sul piano di un piccolo tavolo in cima ad una piletta di quaderni. Si guardarono attorno. Era la tipica cameretta di un ragazzo: un tavolo per scrivere, un armadio a scaffali, un letto.

Su una parete c'era un poster con una moto in corsa, per terra una mazza da baseball ed una maglia con scritto «Diamond Club»

L'attenzione di X e Y si concentrò sul ragazzo che dormiva nel letto. X diede di gomito all'amica e mormorò:

Il ragazzino, tredici o quattordici anni, capelli neri, smaniava.

Il suo era un sonno terribilmente agitato, forse turbato da incubi: sotto le coperte si dibatteva ed emetteva lamenti e di quando in quando agitava una mano come per scacciare qualcosa.

X e Y osservavano con grande attenzione la scena:

Mentre facevano questi commenti erano apparsi degli strani esserini piccoli e simili a vermetti di colore blu e rosso che strisciavano sulle coperte del ragazzo in tutte le direzioni. Sembravano animaletti repellenti che si avvoltolavano su loro stessi in un unico formicolio ripugnate al solo guardarlo.

... apparve un mostro orrendo ... Oltre i gemiti di Carletto, si poteva udire un rumore più basso, profondo, una specie di rantolo, d'ansito sibilante e, dì sotto il letto, apparve, lentissimo e stri-sciante, un mostro orren-do: una specie d'enorme ameba verdastra e viscida ricoperta da una bava ripugnante, come una lumaca.

Questo essere immondo che cambiava continuamente forma allungando e ritraendo i suoi tentacoli, saliva lentamente e, a poco a poco, avvolse il letto del ragazzo che si dibatteva, preda ormai di un terrore incontenibile. Man mano che avanzava il mostro catturava i vermetti e pareva divorarli, fagocitarli, dato che essi sparivano in quella massa gelatinosa che sembrava avesse il potere di digerirli.

Una macchia biancastra che era nel mezzo di quell'essere informe, cominciò un lento moto di rotazione ed infine si fissò sulle due amiche, come fosse un grosso occhio liquido.

Allora il mostro cominciò a sussultare, come uno stomaco in preda al singhiozzo e su quel corpaccio molle ed appiccicoso si produsse una piccola crepa che pian piano divenne uno squarcio da cui usciva un rumore odioso, come uno stridio di lima.

Il corpo sussultò più forte e dallo squarcio uscì un biascichio:

L'ameba ritrasse i suoi tentacoli, si gonfiò e con gorgoglio catarrale spiegò:

Così dicendo iniziò a scendere dal letto scivolando nell'ombra ed in breve sparì.

Omega ascoltò il tutto in silenzio scrollando ogni tanto il testone:

Si erano tutti radunati attorno alla figura imponente di Omega. Oltre alle incognite c'erano i parametri, gli algoritmi, c'erano le costanti, gli esponenti, le variabili; la tribù dei logaritmi avendo subodorato che c'era qualche novità aveva inviato una delegazione, lo stesso avevano fatto quelle precisine schizzinose di funzioni trigonometriche.

Omega, dopo aver a lungo ponzato, rialzò la testa e sentenziò:

La mattina del compito in classe il sole splendeva nel cielo luminoso, la primavera effondeva il suo tepore sulle nuove tenerissime foglie del giardino, i gatti della scuola si scaldavano sul muretto di cinta; ma l'aula era fredda e scura e tutto lì dentro, dai banchi alla lavagna, alla cattedra, tendeva a confondersi in grigiume uniforme.

Quando entrò l'insegnante fu tutto un tramestio di quaderni e fruscio di foglietti che venivano riposti.

Fra i banchi fu tutto un intrecciarsi di sguardi preoccupati.

I ragazzi scrivevano attenti in un silenzio di piombo. Omega passò in rivista le sue truppe.

I risultati furono consegnati dopo pochi giorni. I ragazzi videro entrare l'insegnante con i fogli dei compiti e si sentirono attanagliare la bocca dello stomaco.

Ad uno ad uno i ragazzi uscivano dal proprio banco e ritiravano il compito che esaminavano con attenzione scuotendo la testa.

Carletto si alzò e fissò con ansia un punto indefinito sulla lavagna,

Mormorio di ammirazione ed invidia, scalpiccio fra i banchi. Consegnando il compito, l'insegnante mise una mano sulla spalla di Carletto sorridendo:

E mentre Carletto tornava al suo posto e non era ancora convinto di non sognare, il professore mormorò fra sé come se leggesse: «Un punto Omega, di coordinate X e Y. Bello! Mi piace; sì, mi piace proprio!»

Fuori i gatti si stiracchiavano beati al sole d'aprile.


 


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