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Tempo di aratura
di Raffaele Bonomi

Storia di braccianti nella Romagna degli anni cinquanta

 

Ancora pochi solchi e poi avrebbe finito. L'uomo si girò e dall'alto del trattore contemplò il lavoro eseguito: i solchi si allineavano diritti, tirati a filo; il sole ormai al tramonto stendeva lunghe ombre violacee sui campi appena arati, il calore della giornata cominciava stemperarsi un poco.

«Bene, Giaruul» si disse l'uomo «bene! Abbiamo fatto un buon lavoro, la settimana è finita, stasera si fa un po' di bisboccia e domani riposo.»

Giaruul. Veramente sulle carte c'era scritto: «Nanni Antonio, fu Francesco, nato a Gambettola (FO) il 15 marzo 1913», ma tutti lo chiamavano Giaruul.

Il soprannome gli era stato affibbiato quando, ragazzino, andava al fiume col padre a scavare la ghiaia per fare il calcestruzzo, che era poi un mestiere proprio da morti di fame. Il nomignolo gli era rimasto e gli piaceva anche, perché dava l'idea di qualcosa di duro, di forte; e lui era forte e duro che poteva piegare il ferro con le mani, così quando qualcuno gli chiedeva come si chiamava rispondeva senza esitare: Giaruul.

Il trattore sferragliando i cingoli sul terreno reso duro dalla siccità e dal Sole aveva terminata la sua fatica. Giaruul sollevò i vomeri dai solchi, cambiò marcia e lo condusse sull'aia del podere.

Giaruul ringhiò. Non poteva vederla, quella, anche se gli lanciava l'uncino, era belloccia e prosperosa, ma gli dava maledettamente sui nervi con le sue battute sceme.

Che ne sapeva del suo lavoro? Tutto il giorno comodo sì, ma con un motore bollente sotto il sedere e il sole a picco sulla testa, c'era da fare la fine del povero Bubani che, rintronato dal caldo e dal rumore, era scivolato ed era rimasto stritolato dai cingoli.

Sempre mugugnando coprì il trattore con un telo, che non lo sporcassero le galline, poi inforcò la sua vecchia moto e si avviò verso casa.

Una cena come tante. In mezzo alla cucina, appesa ad una trave, la lampada ad acetilene illuminava la stanza con un sibilo sottile, sul tagliere ancora aperto il matterello e la mestola della farina giacevano di traverso.

L'Elvira aveva servito il marito e i ragazzi, poi si era accoccolata al focolare sbocconcellando un pezzo di piadina. Giaruul centellinava l'ultimo bicchiere di vino e osservava la sera d'estate attraverso la finestra spalancata sulla pianura. Si sentiva frinire di grilli, dall'orto entrava odore di pollaio e di terra bagnata, innaffiata di fresco, più oltre cominciò a gracidare una rana. Dalla parte del mare, oltre la siepe, oltre il pioppo grande, stava sorgendo la Luna , infuocata, enorme e pesante che pareva facesse fatica a guadagnare il cielo.

Giaruul non rispose. Pensò: «Chissà che diavolerio staranno facendo giù al mare adesso; balli, bar, divertimenti. Furbi quelli della città: lavorano quando fa brutto, poi vengono a divertirsi al mare in estate col caldo e il bel tempo, non come noi che lavoriamo tutto l'anno e ci riposiamo quando c'è 1a nebbia e il gelo».

Si voltò verso la moglie. Era ancora una bella donna l'Elvira; le sue forme erano divenute piene, mature, ma il portamento era eretto, i capelli folti, lo sguardo vivo come quando era una ragazza. Solo che nascondeva tutto sotto quei vestitacci neri, sotto quei fazzolettoni stinti che lui non aveva mai potuto sopportare. Gli pareva che lei lo derubasse di qualcosa, di qualcosa di suo, che gli apparteneva. Non l'aveva mica sposata per i soldi, che, si sa, in casa di lei non sarebbero riusciti a mettere l'uno sull'altro due bajocchi, ma perché gli era piaciuta, perché quando camminava gli pareva una regina. Ed ora che quattro lire gli giravano in saccoccia, vederla avvilita dentro quei panni da suora proprio non poteva mandarlo giù.

Giaruul prese la moto. Al caffé i tavoli erano tutti occupati; lo salutarono ma nessuno smise di giocare. Ordinò una birra e andò al biliardo: anche lì i giocatori erano così intenti che a stento lo guardarono. Osservò per un po' gli scatti delle stecche e le bilie che correvano impazzite fra le sponde del piano verde, poi uscì.

Lasciò vagolare la moto senza una meta precisa Passò vicino al fossone della tenuta, scavalcò il ponticello e si fermò sotto un filare di pioppi. Dalla terra gli saliva un canto di grilli e di rane; di quando in quando si inframmezzava il verso più profondo e rauco di un rospo. Osservò le mille e mille traiettorie dei moscerini che solcavano il nero del cielo, mentre abbagliati dal faro, gli correvano incontro i ranocchi. Quanta vita nei campi della pianura, di notte!

La moto riprese a vagabondare finché si fermò presso una tettoia con una pergola, luci e tanta musica: la balera di Bulgarnò.


°°°

 

L'uomo si volse a guardare sorpreso la ragazza che lo interpellava. Una ragazza al banco del bar da sola? La osservò ben, bene. La madosca! Proprio niente male, la giovanotta, niente da dire: alta quanto basta, ben fatta, con tutte le curve al loro posto giusto, una gran massa di capelli castani e due occhi brillanti in cui si riflettevano tutte le luci della sala

"Famoso? Io?"

La ragazza sorrideva, provocante. Giaruul sorseggiò in goccio del suo mistrà, poi:

Gíaruul sbarrò gli occhi.

La Cincia rise di gusto:

Giaruul scolò il suo mistrà, poggiò il bicchiere sul banco e si buttò:

Arrivarono sulla pista quando l'orchestrina stava attaccando un tango:"Paloma". Fecero un paio di giri al piccolo trotto, poi si lanciarono in una serie di figure via via più estrose mentre lo spazio a loro disposizione si faceva man mano sempre più ampio. La Cincia danzava a testa alta, guardando fisso negli occhi il suo cavaliere mentre lui la guidava nei vortici che la sua fantasia gli suggeriva. Alla fine tutti guardavano ammirati i due ballerini che erano rimasti soli in pista ad inseguire le languide note della fisarmonica; qualcuno mormorò:

La musica fini, i due ballerini tirarono il fiato e Giaruul si guardò attorno:"Ma che facciamo? Diamo spettacolo adesso? Via, via! Aria!"Tornarono al banco del bar.

Non riusciva a prendere sonno. Nella stanza ristagnavano l'afa ed il caldo della bassa, ma non era per questo che non dormiva, bensì riandava con la mente alla serata appena trascorsa. Non che fosse successo alcunché di straordinario, ma quando l'Elvira già mezzo assopita gli aveva chiesto cosa avesse fatto, aveva risposto:

Riandava alla girata in moto, alla balera, alla Cincia. La vedeva mentre lo guardava in faccia, la ricordava mentre danzava, ne risentiva il corpo stretto al suo sul sellino della moto. All'uscita dalla balera l'aveva invitata a fare una corsa fino a Cesenatico:

Le aveva prestato quello che portava al collo. Sulla moto la ragazza si teneva stretta a lui che ora ne ricordava la pressione morbida ma tenace e ad un certo momento per ripararsi dal vento della corsa aveva appoggiato la testa contro la sua schiena e lui ne aveva tratto una strana sensazione dì forza e di orgoglio maschile.

Le aveva offerto un gelato, in piedi, ad uno di quei tricicli a pedali che usavano allora, poi si erano mescolati alla folla che passeggiava sulle rive del porto e lui notò che i giovani si voltavano a guardarli, o meglio guardavano lei e facevano viste di alto apprezzamento. Erano giovani di città, gente elegante e disinvolta, gente che aveva girato per ristoranti ed alberghi e ancora si era sentito pervadere da quella sensazione di orgoglio. L'aveva riportata presto a casa perché allora non si potevano fare le ore piccole, specie in campagna. Quando fu nei pressi di casa la Cincia era scesa dalla moto, e gli aveva chiesto se non gli desse un bacio.

"Un bacio?"

I ragazzi? E che ne sapeva lui cosa fanno i ragazzi la sera. Aveva passato gli anni più acerbi a scavare la ghiaia al fiume col padre, poi l'avevano chiamato di leva nei soldati e quando l'avevano congedato non l'avevano nemmeno fatto rifiatare che l'avevano richiamato e mandato in Africa a sparare agli abissini; poi congedato e di nuovo richiamato e sbattuto in Grecia.

Poi, dopo un paio d'anni erano arrivati i tedeschi che l'avevano impacchettato e spedito in Germania in un campo di lavoro e quando finalmente era tornato a casa era troppo maturo per queste cose: s'era sposato e aveva lavorato duro, così a furia di sudore e cambiali s'era comprato il trattore e un buco di casa Che ne sapeva cosa fanno i ragazzi! Non era mai stato un ragazzo, lui!

Stava lavorando al campo grande del Macerone, quello che si stende a ridosso dell'argine del Pisciatello. Erano trascorsi tre o quattro giorni dalla serata della balera e il suo ricordo andava via via sfumando; stava attento al suo lavoro: ascoltava il rumore del motore per giudicare se lo sforzo della macchina fosse quello corretto, guardava diritto ai solchi, badava alla profondità dei vomeri.

Lei apparve all'improvviso, come dal nulla, sulla stradetta in cima all'argine, pedalando su una bicicletta sgangherata.

La Cincia si era fermata e richiamava l'attenzione dell'uomo facendo grandi gesti col fazzolettone che si era tolto dal collo. Giaruul fermò il trattore e si girò sul sedile.

La madosca, che gambe! Due gambe così lui le aveva viste una volta sola nella vita quando al cinema proiettarono"Riso amaro"con la Mangano , ma queste erano li, erano vere, mica pitturate sullo schermo. E poi perché s'era fermata a quel modo, seduta sul sellino con un piede su ed uno a terra che sembrava volesse mettersi proprio in mostra?

Il rumore del motore copriva la voci. Giaruul lo spense, saltò giù dalla macchina e risalì lentamente la scarpata dell'argine; così, pensò, non avrebbe più avuto sotto gli occhi tutta quella graziadiddio che gli cavava il fiato, o forse l'avrebbe vista più da vicino: non sapeva neanche lui cosa stesse pensando.
Cincia apparve su una bici sgangherata

"Sto portando da mangiare a mio babbo che sta vangando la vigna dello Spungone. Pane, formaggio e pomodori. E un bel fiasco di acqua fresca con l'aceto."

Portava un cappellaccio di paglia tutto sbiadito dal Sole e col fazzolettone si asciugava il sudore che le scendeva per il viso e il collo, poi scese anche un pochino più in giù e Giaruul sentì un che ai ginocchi, perché le bellezze che intravedeva da sopra erano ancora più ammalianti di quelle che aveva visto dal basso.

"No, grazie. Anch'io ho dietro un po' di roba, grazie."- disse Giaruul che faceva una gran fatica a guardarla in faccia.

Si salutarono e lei riprese a pedalare, gorgheggiando a pieni polmoni. Lui rimontò sul trattore: «Non volete servirvi? E di cosa avrebbe dovuto servirsi? Di pane e formaggio o di una bella bistecca cruda?» Giaruul era furibondo e pestava coi pugni sulle lamiere del trattore. Si sentiva debole e fiacco e capiva che lei era forte, molto più forte di lui.

Tirò avanti a lavorare ma non era più come prima; non pensava all'aratura ma ad altre cose.

I ragazzini erano già usciti, lei aveva finito di rigovernare i piatti e li stava riponendo nella vetrina, la cucina era stata rassettata e Giaruul se ne stava ancora lì taciturno e tetro a rimirare i riflessi del vino nel fondo del bicchiere. Ogni poco se ne versava un goccio, poi seguiva col dito i disegni sulla tovaglia di tela cerata. Era già da un paio di giorni che si comportava così: mangiava con la faccia nel piatto senza dire una parola, poi si prendeva la testa fra le mani grugnendo se gli si diceva qualcosa.

L'Elvira aveva chiuso le ante della vetrina e aveva dato un'occhiata alle foto infilzate negli stipiti. Indicò una vecchia foto di Giaruul vestito da soldato:

E cosa avrebbe dovuto risponderle? Che la Cincia gli ronzava nel cranio come una vespa in un bicchiere? Se l'Elvira avesse potuto fargli una radiografia alla testa avrebbe visto una confusione che neanche alla fiera di Cesena ce n'era mai stata una compagna

Gli sembrava di vederla in tutti i cantoni, la Cincia , con tutte quelle curve ben sistemate, con quel suo fare spigliato, la testa alta, lo sguardo diritto, franco. Mentre lavorava coi trattore in quegli sterminati campi della bassa, se vedeva in lontananza una qualche figura in bicicletta sobbalzava e sentiva il caldo e il freddo corrergli per tutto il corpo e se per caso gli veniva in mente che nello stesso istante quella potesse fare la smorfiosa con qualcun altro, magari più giovane, stringeva i denti finché non gli facevano male le mascelle.

Poteva dire all'Elvira che di notte dormiva poco e male? Riudiva la risata aperta della Cincia, il suo canto allegro e spensierato; la rivedeva sulla bicicletta, alla balera, sul lungomare. La sognava persino, che lo prendeva in giro, che gli faceva le moine e gli sberleffi sotto il naso, che lo prendeva per mano, che non lo lasciava in pace. Ma possibile mai che dovesse capitare proprio a lui un tormento simile? A lui che fino ad allora non aveva pensato altro che a lavorare per tirare a casa un po' di quattrini per la famiglia? Ma che cos'era quella Cincia, un calabrone o un tarlo che gli stava rodendo il cervello?

Aveva cominciato a lavorare a notte fonda, aiutandosi con la luce dei fari; l'aria era frizzante e il calore del motore faceva quasi piacere. Oltre quei pochi metri di terra. illuminati, tutto era buio e una sottile falce di luna non riusciva a rischiarare le case e gli alberi che si intuivano in lontananza. Ogni tanto nel silenzio un cane abbaiava, un paio di volte, lontanissimo, si udì il fischio di un treno.

Giaruul si svagava osservando di quando in quando il cielo e le stelle. Non che si intendesse di astronomia, ma sapeva che quel nastro biancastro si chiamava Via Lattea e che quelle sette grosse stelle erano l'Orsa Maggiore, e sapeva individuare anche la stella Polare. Ecco, ora stava procedendo verso nord, da dove viene la tramontana poi finito il solco avrebbe girato verso sud, da dove arriva il garbino. Nella sua solitudine rimuginava strane idee. Il mondo è ben grande, pensava, e lui da militare un po' lo aveva girato; poi gira e gira aveva chiuso il cerchio ed era tornato al punto di partenza ed aveva incontrato la figlia di un suo vecchio compagno di naia, una ragazza impetuosa che lo stava frastornando. Perché il punto era sempre quella, che la Cincia gli ronzava sempre nella testa, anche se i giorni passavano.

Sbuffò e riprese a guardare il cielo. A oriente, dalla parte del mare, le stelle cominciavano ad illanguidirsi e il nero del cielo trascolorava a poco a poco in celeste mentre tutte le cose riprendevano corpo, infine il chiarore di quell'alba passò man mano al dorato e all'arancio. Giaruul si stropicciò le braccia e le spalle che una leggera brezza fresca gli aveva intirizzito, poi spense i fari: ormai ci si vedeva distintamente, così osservò il lavoro fatto e concluse che non aveva sprecato le sue tre o quattro ore di sonno.

In lontananza si udì un gallo cantare, un altro rispose; da dietro un frutteto lo colpì un primo, vivissimo guizzo di luce poi il Sole cominciò a sollevarsi e a riscaldare gli uomini, le piante e le cose. Si guardò attorno: una fascia di foschia dorata abbracciava l'orizzonte, in alto non c'era l'ombra di una nuvola e la giornata si annunciava come al solito rovente. Tolse da una bisaccia un fiaschetto pieno di caffé freddo e ne bevve due buone sorsate: doveva rimanere ben sveglio se non voleva fare la fine di Bubani.

La Cincia arrivò un paio d'ore più tardi con la solita bicicletta e la solita aria spavalda. Giaruul si irrigidì e senti che il cuore gli batteva più forte. «Cosa voleva quella?». Aveva desiderato ma anche temuto il momento di incontrarla ed ora eccola lì in mezzo ai solchi a fermare il trattore.

L'uomo capì che la partita era praticamente persa e si decise a scendere dal trattore. La ragazza si era seduta in terra e mentre tirava fuori dalla sporta le vettovaglie guardò Giaruul da sotto in su con un sorriso:

`Beh, non vi sedete? Volete mangiare in piedi?"

L'uomo la contemplava da sopra, lei e tutte quelle grazie, quegli occhi smaglianti, quella massa di capelli castani. «Si, altro che cetrioli e aceto!» pensò e si sedette pure lui.

Si era avvicinata a lui, gli aveva toccato il mento costringendolo a guardarla in faccia.

Giaruul era sulla linea del Piave e tentò l'ultima, disperata difesa.

Gli aveva preso la mano e se la passava leggera sulla guancia. La mano scese sul collo, sulla spalla; a Giaruul parve di soffocare e non vide altro che gli occhi di lei che lo fissavano, vicinissimi, intensi, poi si accorse che con mani che tremavano s'era messo a slacciarle i bottoncini del vestito. Il seno di lei gli sbocciò fra le mani come un fiore candido, e lui vi affondò il viso inebriandosi dell'odore forte di quel giovane corpo, poi tutto si confuse e si strinsero in un abbraccio che scioglieva le tensioni di quelle lunghe giornate.

Si incontravano di frequente, quasi tutti i giorni: solo qualche rara corsa in moto, perché di solito la Cincia lo raggiungeva in piena campagna, accanto a1 trattore e si infiascavano in un campo di granturco o sotto un filare di viti o anche semplicemente nell'umida cavità di un solco appena arato.

Quegli incontri a Giaruul lo lasciavano vuoto ed amareggiato. Un po' perché guardava la Cincia andarsene via e non la sentiva completamente sua e poi perché pensava che non fosse una cosa ben fatta. La relazione stava mettendo delle radici; non era stata un gioco per lui e capiva che ormai non lo era nemmeno per la donna.

Pensava che bisognava troncarla in fretta, ma lui non ne aveva la forza e questo lo avviliva e lo imbestialiva perché sapeva che così non poteva andare avanti. Non che fosse un peccato, pensava; lui in chiesa a sentire le chiacchiere del prete non andava mai, piuttosto andava dai socialisti, alla sezione Kuliscioff, e poi c'era pure il proverbio che lo diceva: «Peccati di braghette, anche Dio li permette». No, non era per questo, piuttosto perché pensava che alla fine qualcuno si sarebbe bruciato, e tanto.

Poi c'era l'Elvira. Non ne sapeva ancora niente, ne era sicuro, altrimenti sarebbe divenuta una gatta inferocita; restava il fatto che loro due si stavano allontanando, che i loro rapporti si erano raffreddati. Di giorno lui non parlava, grugniva, e di notte quando l'Elvira gli si avvicinava, si scostava:

Macchè stanco! Non era stanco affatto, lui; aveva superato da un bel po' la quarantina ma si sentiva ancora forte come un toro; forte in tutti i sensi perché se avesse voluto avrebbe potuto accontentare la Cincia , l'Elvira e tutte le donne di Gambettola messe assieme.

Se avesse voluto. Ecco, questo era il punto, che lui non voleva. Non che l'Elvira non gli piacesse più, tutt'altro, solo che toccarla, baciarla, dopo che si era abbracciato con la Cincia gli pareva un qualcosa, insomma aveva un ritegno che glielo impediva. Un po' come andare in chiesa dopo essere stato al casotto.

Doveva farla finita.. Questo andazzo doveva finire, ma cosa gli sarebbe rimasto poi? Gli sarebbero rimasti i giorni tutti uguali, a rivoltare la terra, zolla dopo zolla, solco dopo solco, un campo dopo l'altro. E senza nessuno con cui scambiare una parola, che quasi quasi invidiava quei contadini che lavoravano ancora con le bestie, perché per incitare buoi e vacche quattro urla loro almeno potevano farle.

Poi gli sarebbe rimasto anche il greco. Prima di conoscere la Cincia , nelle sue solitarie giornate di lavoro riandava spesso alla sua vita militare e gli venivano in mente tante vicende. Dell'Africa no; non c'erano stati episodi di rilievo; aveva camminato e camminato in quelle terre lontane ma con gli abissini non era mai arrivato a contatto diretto.

In Grecia era stato diverso. Erano stati in prima linea lui e Gigiola e i greci li avevano avuti proprio di fronte; Gigiola era di qualche anno più anziano e lo avevano nominato caporale.

Un giorno li avevano mandati di pattuglia: Gigiola, lui ed altri due agli ordini di un sergente; erano andati in avanscoperta per coprire l'avanzata della compagnia e si erano trovati proprio faccia a faccia con una pattuglia greca.

Giaruul sentì una pallottola zufolargli vicino alle orecchie e vide un greco che mirava al sergente, puntò a sua volta, sparò per primo e il greco si portò una mano alla spalla. Poi con cautela avanzarono: i greci non c'erano più, anche il ferito si era ritirato ma Giaruul notò una piccola macchia di sangue su un sasso.

Giaruul la faccia di quel greca non l'aveva mai dimenticata. Chissà se ce l'aveva fatta o se era morto dissanguato in bordo a un sentiero. Forse era un pastore o un contadino che come lui era stato mandato a sparare senza sapere nemmeno perché. Ecco, se si fosse liberato il pensiero della Cincia, gli sarebbe rimasto in testa il greco, quell'uomo che non avrebbe mai saputo se l'avesse ucciso o se si fosse salvato.

D'estate, dice Guareschi, là nella bassa il caldo è una cosa che si vede e si sente. Quel pomeriggio d'agosto Giaruul il caldo se lo sentiva addosso che lo avvolgeva da tutte le parti, come un animale che gli alitasse sopra prima di assalirlo. Sotto il cappello di paglia gli sembrava che il cervello si sciogliesse e ad ogni poco si slacciava il fazzolettone e si asciugava il sudore che gli colava per il viso ed il collo.

Ad un tratto scorse un ciclista che si era fermato sul sentierino in fondo al campo. Fissò lo sguardo ma nel tremolio dell'aria arroventata non riusciva a capire chi potesse essere, anzi nemmeno se fosse un uomo o una donna, ma dava proprio l'aria che lo stesse aspettando, là in cima al solco. Lasciò procedere il trattore e man mano che avanzava i contorni si fecero più precisi. No, non era una donna, era un uomo, un uomo maturo, era... «Cristo! E' Gigiola! E cosa diavolo vorrà mai adesso?»

L'uomo era seduto a cavalcioni su una bicicletta vecchia e un po' scrostata ed aveva una grossa zappa legata al canotto con uno spago. Stava immobile nel sole e nel caldo aspettando che il trattore gli portasse in bocca l'amico.

Giaruul aveva la faccia stravolta e si stava accartocciando artigliandosi la pancia con le mani. Sapeva che le parole di Gigiola erano giuste e se le sentiva rimbombare dentro come in guerra le cannonate che te le senti nella pancia prima ancora che nelle orecchie.

Man mano che urlava Giaruul s'era andato sempre più rannicchiando finché era caduto in ginocchio:

E per dare forza ai suoi giuramenti Giaruul aveva sputato per terra e pestava con la mano aperta sullo sputo.

Gigiola si era rimesso in sella ed aveva ricominciato a pedalare. Giaruul lo vide allontanarsi e rimpicciolire nella calura finché quello sparì dietro una fila di pioppi; allora si rialzò con una fatica che sembrava avesse il mondo addosso, poi si appoggiò al trattore che continuava il suo brontolio monotono, chinò la testa e gli parve che quello stupido bestione di ferro fosse il suo unico vero amico.

Giaruul aveva giurato, ma non ebbe la forza di mantenere il giuramento. La prima volta che si incontrarono tutto tornò come prima.

La Cincia gli sorrideva, poi cominciò a slacciarsi i bottoncini del vestito. Giaruul dimenticò i giuramenti e mandò al diavolo Gigiola, le sue minacce, le chiacchiere della gente, il mondo tutto.

I grandi caldi stavano stemperandosi, qualche acquazzone aveva finalmente inumidita la terra, i contadini raccoglievano il granoturco e si accingevano alla vendemmia. I lavori pesanti di aratura erano terminati e Giaruul trovò da eseguire uno scasso per una nuova vigna. Cambiò i vomeri e si trasferì col suo trattore in collina, dove tutto è su e giù e il panorama è immenso, ma i campi non hanno certo il respiro di quelli della bassa.

La gente di campagna segue da vicino il ciclo delle stagioni e gli incontri tra Giaruul e Cincia si diradarono molto. Ci furono le semine, l'aria divenne umida e fredda e si videro le prime nebbie. Giaruul smise di incontrare la Cincia , ritirò il trattore e si mise a farne la manutenzione. Smontò i vari pezzi, li pulì, li lucidò, li ingrassò con l'amore di un padre.

Ogni tanto mentre toccava quei pezzi di ferro, quelle pulegge, si incantava e gli pareva di accarezzare altre rotondità, più dolci, più morbide e la Cincia gli tornava in mente come un piccolo folletto tentatore, con un rimpianto tenero e nostalgico. Giaruul questo pensiero lo scacciava con violenza: «Acqua passata! Dimenticare! Fregarsene! Tanto era solo una piccola puttana!».

«Eh no! No, che non era una puttana! Prima di tutto nessuno lo andava dicendo, poi non gli aveva chiesto mai niente. Anzi, quella volta che l'aveva portata a Cesena, alla fiera, ad una bancarella le aveva comperato un braccialettino, un orpello da nulla di ottone e plastica, ed allora lei si era sbiancata guardandolo e aveva mormorato:

No, non era una puttana. Per esempio quel giorno sul finire di settembre che si erano infiascati in pineta e lei s'era appoggiata sul gomito e rosicchiava l'ago di un pino. Lui aveva scorto un bruco che si stava avvicinando alla gamba di lei e con una manata l'aveva sparato via:

La Cincia allora lo aveva guardato con dolcezza, una dolcezza. che non le aveva mai visto negli occhi:

Non gli aveva mai chiesto nulla la Cincia ; no, non era certo una puttana.

Smonta, rimonta, pulisci e lubrifica alla fine terminò anche il lavoro di manutenzione e allora Giaruul prese ad andare tutti i giorni in città ad aiutare un cugino che aveva l'officina per le auto. L'inverno spogliò i pioppi, i peschi, le viti; il gelo raggrinzì i campi; la tramontana fece rintanare la gente e gli animali. La vide un giorno per caso, che usciva da una bottega con una sporta di paglia in mano. Era tutta infagottata in un grosso maglione con uno scialle di lana che la imbacuccava dalla testa a metà vita; ai piedi aveva delle pantofolacce di feltro tutte sdrucite. La riconobbe a stento, lei non lo salutò nemmeno e tirò via.

Giaruul pensò che la grande sbronza fosse passata, svanita via per tutti e due e si disse: «Meglio così. Finalmente. Era ora, se no andava a finire male per l'uno o per l'altra. E' passata, ora finirà anche l'inverno, si tornerà a lavorare e tutto tornerà come una volta.»

Il gelo si allentò, la tramontana smise di soffiare, le giornate si stiepidirono; finalmente fiorirono i frutteti e le campagne si trasformarono in giardini. Come tutte le altre donne l'Elvira spalancò le finestre, cambiò aria e mise lenzuola e coperte a prendere il sole. Cantava anche, l'Elvira; cantava perché aveva ritrovato il suo uomo.

Giaruul dalla rimessa la sentiva cantare ed era come una brezza che gli entrava dentro, che portava via la nebbia, che gli ridava vita. Controllò ancora tutto per bene, poi rimise in moto il trattore: c'erano delle sarchiature ed altri lavori che lo attendevano e poi via via altro lavoro sarebbe arrivato. La Cincia ormai era solo un ricordo, un ricordo del passato che non lo turbava minimamente e questo gli dava una sensazione di libertà, di indipendenza che forse non aveva mai provato: come se per la prima volta si sentisse veramente padrone di se stesso.

La ruota delle stagioni continuò a girare, impassibile circa le vicende ed i moti degli animi umani. I foraggi crebbero e furono falciati ed affienati, il grano imbiondì, maturò, fu mietuto ed accatastato in covoni, pronto per essere trebbiato. Giaruul aveva fatto un contratto con la cooperativa trebbiatori e girava le campagne portandosi appresso una grossa trebbiatrice da diciotto quintali l'ora. A quel tempo la trebbiatura del grano, la battitura come si diceva allora, durava un mese circa, tutto luglio, e le macchine lavoravano giorno e notte, passando da un podere all'altro ed erano seguite da un nugolo di braccianti che si alternavano al loro servizio.

Era metà luglio quando trebbiarono al Podere Grande, quello che già allora insaccava anche trecento quintali di grano e una quarantina di orzo. Avevano cominciato a notte fonda, ben prima di mezzanotte e Giaruul ci mise un po' di tempo per sistemare la macchina ed il trattore. Il raccolto era tale che il mezzadro lo aveva diviso in due grossi mucchi: due banchi, come si diceva una volta; Giaruul sistemò la macchina lì in mezzo poi allineò il trattore e mise in tiro la grande cinghia dì cuoio che dava il movimento, infine illuminò l'aia ed i pagliai con due fari orientabili; il caposquadra dispose la sua gente ai vari posti di lavoro poi annunciò che anche loro erano pronti; il fattore allora diede il via e la trebbiatura incominciò. Giaruul stette un po' a vedere se tutto funzionava a puntino, regolò la velocità del motore, poi andò dietro un pagliaio a farsi un sonno. Nel buio della notte tutti lavoravano in silenzio, i sacchi uno dopo l'altro venivano accatastati mentre il fattore li andava segnando su un taccuino.

Sul far del giorno il mezzadro che era alla pesa esclamò:

Ci fu una certa agitazione. E caposquadra si mise a berciare:

Giaruul si riscosse, afferrò la sirena e ne appoggiò la rotella sulla puleggia del motore traendone un suono prolungato, potente e lamentoso.

I primi raggi del Sole illuminarono l'aia immersa in una nuvola dorata. Da dentro la cortina di polvere e di pula emergevano ì braccianti della squadra che smontava:

Qualcuno s'era già trovato il posticino comodo sui sacchi del grano. Avevano già insaccato più di cento quintali e il primo banco sembrava ancora poco più che a metà. Il mezzadro e il fattore guardavano con occhio da intenditori:

Da tutte le parti era un gran vociare: saluti, pacche, uno attaccò:

Raganaz scivolò giù prontamente con un gran balzo, ma la Cincia esitava e strillava.

Era tutto un allegro ridere e schiamazzare per tutta quanta l'aia. Anche il caposquadra e il fattore ridevano e le donne della casa avevano smesso di fare piadine e affacciate alle finestre si divertivano un mondo. Alla fine Cincia chiuse gli occhi e si buttò con tutte le gonne al vento. Uno dei giovani l'abbrancò al volo e prima di mollarla se la tenne bene stretta, il fortunato.

La Cincia si guardò attorno, poi attraversò l'aia a testa alta e passando davanti a Giaruul lo fissò dritto negli occhi. E Giaruul sentì i cani che lo mordevano dentro.

La battitura dei grani terminò, lo strame fu falciato e raccolto, le aie ridondavano di pagliai, Giaruul riprese il suo solitario lavoro d'aratura, solco dopo solco, come sempre.

La vide arrivare da lontano col suo cappello di paglia e la bicicletta scalcagnata e gli venne il tuffo al cuore ed il brivido nella schiena. Lei posò la bicicletta e gli andò incontro attraverso il campo saltando agile sulle zolle appena rivoltate. Lui proseguì senza fermare il trattore e senza nemmeno guardarla: sentiva la tempesta dentro e sapeva che se si fosse fermato....No, non voleva fermarsi, non voleva pensare a cosa sarebbe successo se si fosse fermato, se le avesse parlato.

Ma al solco successivo dovette fermarsi per forza perché la Cincia era lì in piedi proprio davanti al trattore.

Giaruul commise l'errore di voler prendere il toro per le coma e saltò giù dal trattore.

"Per vedere me? E perché vuoi vedermi?"

La Cincia gli si era avvicinata e parlava con voce dolce, suadente:

No, perdio! No! Era anche più bella di prima, più matura, più donna e soprattutto sapeva di esserlo e sapeva anche che aveva potere, un potere straordinario. Giaruul parlava ma evitava di guardarla per non rimanerne stritolato.

E qui Giaruul commise il secondo errore: si voltò e la guardò faccia. E la voce cominciò a tremargli:

La Cincia lo guardò fisso e gli passò una mano sui capelli; Giaruul si sentì rimescolare dentro:

Gli fece una carezza sui capelli, poi gli diede un bacio, un bacio leggero e Giaruul si attorcigliò, si smollò, si lasciò andare completamente.

Aveva mangiato in silenzio, ruminando un boccone dietro l'altro, sotto lo sguardo attento e severo della moglie: stava ricominciando la stessa solfa di prima, anzi forse era peggio di prima.

A letto l'Elvira gli si accostò e lo toccò, delicatamente, con affetto."Lasciami stare, è stata una giornata faticosa, pesante, sono stanco."L'Elvira si ritrasse lentamente, si lasciò andare sul cuscino, poi con un soffio mormorò:

La voce le era uscita con fatica ed esprimeva una stanchezza. infinita, una sopportazione lunga, come se avesse su di sé tutte le pene del mondo. Più delle parole fu il tono che straziò Giaruul, che lo rivoltò di dentro.

"Ma come, tu sapevi?"

"Certo che sapevo!"

La voce dell'Elvira aveva ripreso forza e gli sibilava vicino alla faccia:

"Certo che lo sapevo! Tutti lo sapevano! Cosa credevi, di farla franca? Non lo sai"che qui da noi si sa tutto di tutti? Già, lui, il signore, pensava di poter fare i suoi comodi e che nessuno si accorgesse di niente!"

Giaruul allungò una mano per farle una carezza, per rabbonirla, ma lei gli si rivoltò contro come una gatta arrabbiata:

Giaruul singhiozzava. Erano lacrime un po' tardive ma erano sincere:

Giaruul continuava a singhiozzare. Si alzò, si infilò una camicia ed un paio di brache e scese nella rimessa. Ecco, si: quello era il suo posto, in mezzo ai ferri e ai barattoli del grasso. Si calmò un poco, poi prese la moto e raggiunse il trattore in mezzo al campo, dove lo aveva lasciato. Ormai era proprio il trattore il suo unico vero amico, il solo tutto suo, quello che lo avrebbe accompagnato nelle sue lunghe giornate solitarie, quello che avrebbe eseguito i suoi comandi, quello che non lo avrebbe tradito.

Lo guardò, lo accarezzò, poi vi montò su e lo mise in moto. Non gli rimaneva che lavorare, avrebbero lavorato assieme, lui e il suo trattore.

Riprese ad arare la terra, tanto neanche pensare di poter dormire. «Aveva detto di andare dalla sua puttana che il suo posto era nel porcile, in mezzo al letame».

Le parole gli rimbombavano nella testa più degli scoppi delle granate durante la guerra. «I figli li ho fatti io e non quella troia che ti ci sporchi sopra». Queste frasi lo attanagliavano, lo stordivano, gli toglievano il fiato.

Andò avanti ore ed ore a lavorare senza sentire la stanchezza né la fame «Sei solo un porco e i figli non devono sapere che porco di padre hanno». Cosa aveva fatto! S'era disgustato l'Elvira, la donna che l'aveva preso quando era ancora un morto di fame, quando aveva le pezze al sedere. Cosa avrebbe dato per tornare indietro, per ricominciare tutto da capo! Troppo tardi! «Troppo tardi? Forse no, chissà, se avesse fatto penitenza, se faceva vedere che rigava diritto, forse; forse poteva ancora aggiustarla. In fondo il mondo era pieno di gente che si faceva la corna, eppure continuava a girare lo stesso. Forse si trattava solo di fare il bravo, di aspettare che si ammansisse.»

Erano le prime ore del pomeriggio quando se la vide davanti a fermare il trattore. La guardò torvo e saltò giù deciso ad affrontarla e a farla finita; la Cincia capì subito che l'uomo era duro ed ostile e si preparò alla lotta. Erano l'uno di fronte all'altra e si studiavano come due pugili mentre il trattore, stupido e paziente bestione di ferro continuava il suo monotono brontolio col motore al minimo.

Giaruul ansava, aveva gli occhi fissi, le mani strette a pugno, pareva dovesse affrontare un toro a mani nude.

"Non t'azzardare a parlare così di mia moglie: è la madre dei miei figli, lei! I miei figli sono stati fatti da lei e non da te, non da una puttana come te! E vattene via! Lasciami stare!"

"Sarà la moglie, sarà la madre, ma non sa darti quello che ti do io."

Si era portata la mano ai capelli e li andava ondulando. Giaruul stava perdendo la testa: era a mezzo metro dalla Cincia ed ansimava come un bue sotto sforzo:

La Cincia lo guardava negli occhi; la mano dai capelli era arrivata sulle spalle, poi sull'orlo della scollatura e lentissima scendeva giù verso il primo bottoncino del vestito. Giaruul era affascinato dal moto di quella mano e sapeva che il nodo di tutto era lì, in quel primo bottoncino, che se si fosse slacciato quello, sarebbe stata la fine e urlò:

Era fuori di testa ormai e alzò una mano, una di quelle mani che una volta avevano stordito un bue. Ma la ragazza non si fermava, la mano scendeva, scendeva ed era quasi arrivata al bottoncíno fatale.

La mano di Giaruul si abbatté sulla Cincia che si riversò di traverso sui solchi senza un gemito.

Con un salto era risalito sul trattore, aveva ingranato la marcia ed accelerato. Sferragliando, i cingoli cominciarono ad artigliare il terreno ed il trattore avanzò stupido e potente. Giaruul continuava ad urlare e sbavare:

Ci fu un - piccolo sobbalzo, poi quando i cingoli ebbero finito di straziare quel corpo inerte, si voltò, e visto quello che aveva fatto, d'un balzo saltò giù senza nemmeno fermare il motore e scappò, scappò chinato in due stridendo e facendo versi che non pareva nemmeno più un uomo ma piuttosto un animale.

Quando arrivò il maresciallo dei Carabinieri, attorno al corpo c'era già un folto capannello di gente che commentava inorridita. Una donna singhiozzava, un'altra si segnò, gli uomini se ne stavano muti col cappello in mano; una vecchia con tono acido disse:

Il maresciallo non ebbe bisogno di fare una grande inchiesta: il trattore di Giaruul aveva proseguita la sua corsa senza guida e alla fine era rotolato in un fosso, poi c'era la moto abbandonata, e infine tutti sapevano della tresca fra i due.

Fece scattare qualche foto, quindi coprirono il corpo.

Poi mandò in città a chiedere rinforzi per cercare Giaruul.

Mandarono una squadra con i cani addestrati apposta e lo cercarono così, coi cani, come si fa col selvatico.

E come un selvatico lo scovarono, nascosto in un campo di granoturco: era tutto rannicchiato e mugolava che fece impressione anche ai carabinieri. Dopo che ebbero tolto il corpo di Cincia, sul terreno restò una grossa macchia di sangue e da allora quel campo fu sempre chiamato il "campo della Cincia".

Il padrone del podere volle che, per rispetto, il posto dove era morta: la donna non venisse più tormentato da zappe ed aratri e vi fece porre due macigni venuti apposta dalle cave di Montilgallo così che le macchine e gli uomini dovessero girarci attorno. Ancora adesso dopo tanti anni i due sassi sono là a ricordare la tragedia e talvolta si scorge un mazzetto di fiori che vi appassisce sopra: è qualche giovane di allora, ormai anziano e canuto, che passando da li si ferma, ricorda e porge quell'omaggio postumo.

Tutto attorno ai sassi la terra non lavorata ha generato cespugli di rovi e di erbacce selvatiche, ma a giugno, quando il sole avvampa e il grano imbiondisce, sbocciano dei gran ciuffi scarlatti di papaveri che la brezza della sera fa ondeggiare lievemente.

 


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