Ancora pochi solchi e poi avrebbe finito. L'uomo si girò e dall'alto del trattore contemplò il lavoro eseguito: i solchi si allineavano diritti, tirati a filo; il sole ormai al tramonto stendeva lunghe ombre violacee sui campi appena arati, il calore della giornata cominciava stemperarsi un poco.
«Bene, Giaruul» si disse l'uomo «bene! Abbiamo fatto un buon lavoro, la settimana è finita, stasera si fa un po' di bisboccia e domani riposo.»
Giaruul. Veramente sulle carte c'era scritto: «Nanni Antonio, fu Francesco, nato a Gambettola (FO) il 15 marzo 1913», ma tutti lo chiamavano Giaruul.
Il soprannome gli era stato affibbiato quando, ragazzino, andava al fiume col padre a scavare la ghiaia per fare il calcestruzzo, che era poi un mestiere proprio da morti di fame. Il nomignolo gli era rimasto e gli piaceva anche, perché dava l'idea di qualcosa di duro, di forte; e lui era forte e duro che poteva piegare il ferro con le mani, così quando qualcuno gli chiedeva come si chiamava rispondeva senza esitare: Giaruul.
Il trattore sferragliando i cingoli sul terreno reso duro dalla siccità e dal Sole aveva terminata la sua fatica. Giaruul sollevò i vomeri dai solchi, cambiò marcia e lo condusse sull'aia del podere.
"Avete già finito?"- La contadina si era affacciata alla porta del casale con un marmocchio in braccio.
"Non sarete mica stanco? Voi così grande e forte? Che poi tutto il giorno state seduto comodo, senza lavorare né di falce né di zappa!"
Giaruul ringhiò. Non poteva vederla, quella, anche se gli lanciava l'uncino, era belloccia e prosperosa, ma gli dava maledettamente sui nervi con le sue battute sceme.
Che ne sapeva del suo lavoro? Tutto il giorno comodo sì, ma con un motore bollente sotto il sedere e il sole a picco sulla testa, c'era da fare la fine del povero Bubani che, rintronato dal caldo e dal rumore, era scivolato ed era rimasto stritolato dai cingoli.
Sempre mugugnando coprì il trattore con un telo, che non lo sporcassero le galline, poi inforcò la sua vecchia moto e si avviò verso casa.
Una cena come tante. In mezzo alla cucina, appesa ad una trave, la lampada ad acetilene illuminava la stanza con un sibilo sottile, sul tagliere ancora aperto il matterello e la mestola della farina giacevano di traverso.
L'Elvira aveva servito il marito e i ragazzi, poi si era accoccolata al focolare sbocconcellando un pezzo di piadina. Giaruul centellinava l'ultimo bicchiere di vino e osservava la sera d'estate attraverso la finestra spalancata sulla pianura. Si sentiva frinire di grilli, dall'orto entrava odore di pollaio e di terra bagnata, innaffiata di fresco, più oltre cominciò a gracidare una rana. Dalla parte del mare, oltre la siepe, oltre il pioppo grande, stava sorgendo la Luna , infuocata, enorme e pesante che pareva facesse fatica a guadagnare il cielo.
"Guarda la Luna com'è rossa! Sembra che abbia caldo anche lei, sembra che sudi!"
"La Luna che suda.! Ma che idee! Ma si può? Ragioni ancora come un bambino,"ragioni, ma cosa vuoi che sudi la Luna!"
Giaruul non rispose. Pensò: «Chissà che diavolerio staranno facendo giù al mare adesso; balli, bar, divertimenti. Furbi quelli della città: lavorano quando fa brutto, poi vengono a divertirsi al mare in estate col caldo e il bel tempo, non come noi che lavoriamo tutto l'anno e ci riposiamo quando c'è 1a nebbia e il gelo».
Si voltò verso la moglie. Era ancora una bella donna l'Elvira; le sue forme erano divenute piene, mature, ma il portamento era eretto, i capelli folti, lo sguardo vivo come quando era una ragazza. Solo che nascondeva tutto sotto quei vestitacci neri, sotto quei fazzolettoni stinti che lui non aveva mai potuto sopportare. Gli pareva che lei lo derubasse di qualcosa, di qualcosa di suo, che gli apparteneva. Non l'aveva mica sposata per i soldi, che, si sa, in casa di lei non sarebbero riusciti a mettere l'uno sull'altro due bajocchi, ma perché gli era piaciuta, perché quando camminava gli pareva una regina. Ed ora che quattro lire gli giravano in saccoccia, vederla avvilita dentro quei panni da suora proprio non poteva mandarlo giù.
"Suda sì, suda no, lo dicevo che qui dentro fa un caldo che sì crepa e si potrebbe ben fare una bella girata. Ti vesti su un po', si prende la moto e si va da qualche parte."
"Da qualche parte! Da qualche parte, dove? E a fare cosa?"
"Da qualche parte! Che ne so? A bere una birra fresca!"
"Ma che birra e birra! Ma va! Ho troppo da fare. Domani i ragazzi giocano la partita, quella contro l'oratorio, e non si può fare brutta figura. Mica possono andare malmessi. Vai tu; vai tu che lavori sempre come un bue; ti fai una partitina a carte con gli amici e ti diverti un po'. Vai!"
Giaruul prese la moto. Al caffé i tavoli erano tutti occupati; lo salutarono ma nessuno smise di giocare. Ordinò una birra e andò al biliardo: anche lì i giocatori erano così intenti che a stento lo guardarono. Osservò per un po' gli scatti delle stecche e le bilie che correvano impazzite fra le sponde del piano verde, poi uscì.
Lasciò vagolare la moto senza una meta precisa Passò vicino al fossone della tenuta, scavalcò il ponticello e si fermò sotto un filare di pioppi. Dalla terra gli saliva un canto di grilli e di rane; di quando in quando si inframmezzava il verso più profondo e rauco di un rospo. Osservò le mille e mille traiettorie dei moscerini che solcavano il nero del cielo, mentre abbagliati dal faro, gli correvano incontro i ranocchi. Quanta vita nei campi della pianura, di notte!
La moto riprese a vagabondare finché si fermò presso una tettoia con una pergola, luci e tanta musica: la balera di Bulgarnò.
°°°
"Voi siete Giaruul, vero?"
L'uomo si volse a guardare sorpreso la ragazza che lo interpellava. Una ragazza al banco del bar da sola? La osservò ben, bene. La madosca! Proprio niente male, la giovanotta, niente da dire: alta quanto basta, ben fatta, con tutte le curve al loro posto giusto, una gran massa di capelli castani e due occhi brillanti in cui si riflettevano tutte le luci della sala
"Siete Giaruul, non è vero?"- ripeté la ragazza.
"Si, sono proprio io, ma tu come fai a conoscermi?"- Vista la differenza d'età poteva ben darle del tu.
"Vi conosco perché siete quello che ha quel trattore rosso, grande, e poi perché vi"conoscono tutti. Siete famoso, voi!"
"Famoso? Io?"
"Voi, certo! Per via di quella volta della fiera di Forlimpopoli, dove avete ammazzato un toro con un pugno. Ero una bambina quando passò un tale da casa nostra e disse a mio padre: «Hai sentito di quel matto di Giaruul? Ha accoppato un toro! Con un pugno». E non l'ho più dimenticato."
"Esagerazioni!"- Giaruul ridacchiava tutto lusingato. -"Tutta esagerazione. Il toro non era mica un toro, era un bue. E poi non l'ho ammazzato; s'era infuriata, la bestia, e minacciava d'incornare un contadino. Allora con una mano l'ho preso per un corno e con l'altra gli ho sparato un cazzotto in fronte, fra gli occhi, che quello è rimasto intronato ed è caduto sui ginocchi. Ma non è morto."
"E' lo stesso. Avevate una bella forza, una volta".
La ragazza sorrideva, provocante. Giaruul sorseggiò in goccio del suo mistrà, poi:
"Se è per questo mi difendo ancora abbastanza bene. Un quintale con una mano, se"voglio, lo tiro ancora su. Ma piuttosto tu come ti chiami, non mi sembra di"conoscerti. Di dove sei?"
"Sto di casa a S.Angelo di Gatteo. Di cognome faccio Bronzetti, Anna Bronzetti,"ma tutti mi chiamano Cincia, perché rido e canto sempre come una cincia. Sì,"Cincia figlia di Gigiola."
Gíaruul sbarrò gli occhi.
"La figlia di Gigiola? Possibile? Sono stato nei soldati con Gigiola, là in Grecia, quando c'era la guerra. E' tanto che non lo vedo, non pensavo che avesse una"figlia così grande, e anche così bella ..."
La Cincia rise di gusto:
"I bambini crescono! Ma voi, voglio dire, parlate e parlate, ma non fate mica il"vostro dovere di ballerino."
"Cioè?"
"Cioè? Non vedete quante ragazze sole da far ballare? Le lasciate a bocca"asciutta?"
"Ah! Saranno cent'anni che non ballo più; roba da giovani, non fa più per me."
"Ma se siete un giovanotto!"
Giaruul scolò il suo mistrà, poggiò il bicchiere sul banco e si buttò:
"Va be', quello che viene, viene, vediamo un po' cosa succede".
Arrivarono sulla pista quando l'orchestrina stava attaccando un tango:"Paloma". Fecero un paio di giri al piccolo trotto, poi si lanciarono in una serie di figure via via più estrose mentre lo spazio a loro disposizione si faceva man mano sempre più ampio. La Cincia danzava a testa alta, guardando fisso negli occhi il suo cavaliere mentre lui la guidava nei vortici che la sua fantasia gli suggeriva. Alla fine tutti guardavano ammirati i due ballerini che erano rimasti soli in pista ad inseguire le languide note della fisarmonica; qualcuno mormorò:
"Come sono lanciati, quei due! Ma non è Giaruul lui? Quello del trattore?"
"Proprio lui. Quando si scatena si fa largo come un toro. Vedrai che ce l'ha il manico, quello!"
La musica fini, i due ballerini tirarono il fiato e Giaruul si guardò attorno:"Ma che facciamo? Diamo spettacolo adesso? Via, via! Aria!"Tornarono al banco del bar.
Non riusciva a prendere sonno. Nella stanza ristagnavano l'afa ed il caldo della bassa, ma non era per questo che non dormiva, bensì riandava con la mente alla serata appena trascorsa. Non che fosse successo alcunché di straordinario, ma quando l'Elvira già mezzo assopita gli aveva chiesto cosa avesse fatto, aveva risposto:
"Oh! Le solite facce, le solite chiacchiere".
Riandava alla girata in moto, alla balera, alla Cincia. La vedeva mentre lo guardava in faccia, la ricordava mentre danzava, ne risentiva il corpo stretto al suo sul sellino della moto. All'uscita dalla balera l'aveva invitata a fare una corsa fino a Cesenatico:
"Si va al mare a Cesenatico a prendere un po' di frescura""Fino a Cesenatico?'
"Guarda che con questa in cinque minuti ci siamo. Non devi mica pedalare! Ce l'hai un fazzoletto da mettere in testa? Sai, per i moschini."
Le aveva prestato quello che portava al collo. Sulla moto la ragazza si teneva stretta a lui che ora ne ricordava la pressione morbida ma tenace e ad un certo momento per ripararsi dal vento della corsa aveva appoggiato la testa contro la sua schiena e lui ne aveva tratto una strana sensazione dì forza e di orgoglio maschile.
Le aveva offerto un gelato, in piedi, ad uno di quei tricicli a pedali che usavano allora, poi si erano mescolati alla folla che passeggiava sulle rive del porto e lui notò che i giovani si voltavano a guardarli, o meglio guardavano lei e facevano viste di alto apprezzamento. Erano giovani di città, gente elegante e disinvolta, gente che aveva girato per ristoranti ed alberghi e ancora si era sentito pervadere da quella sensazione di orgoglio. L'aveva riportata presto a casa perché allora non si potevano fare le ore piccole, specie in campagna. Quando fu nei pressi di casa la Cincia era scesa dalla moto, e gli aveva chiesto se non gli desse un bacio.
"Un bacio?"
"Si, il bacio della buona notte. Tutti i ragazzi lo danno quando ti riaccompagnano a casa."
I ragazzi? E che ne sapeva lui cosa fanno i ragazzi la sera. Aveva passato gli anni più acerbi a scavare la ghiaia al fiume col padre, poi l'avevano chiamato di leva nei soldati e quando l'avevano congedato non l'avevano nemmeno fatto rifiatare che l'avevano richiamato e mandato in Africa a sparare agli abissini; poi congedato e di nuovo richiamato e sbattuto in Grecia.
Poi, dopo un paio d'anni erano arrivati i tedeschi che l'avevano impacchettato e spedito in Germania in un campo di lavoro e quando finalmente era tornato a casa era troppo maturo per queste cose: s'era sposato e aveva lavorato duro, così a furia di sudore e cambiali s'era comprato il trattore e un buco di casa Che ne sapeva cosa fanno i ragazzi! Non era mai stato un ragazzo, lui!
Stava lavorando al campo grande del Macerone, quello che si stende a ridosso dell'argine del Pisciatello. Erano trascorsi tre o quattro giorni dalla serata della balera e il suo ricordo andava via via sfumando; stava attento al suo lavoro: ascoltava il rumore del motore per giudicare se lo sforzo della macchina fosse quello corretto, guardava diritto ai solchi, badava alla profondità dei vomeri.
Lei apparve all'improvviso, come dal nulla, sulla stradetta in cima all'argine, pedalando su una bicicletta sgangherata.
"Giaruul! Oh Giaruul!"
La Cincia si era fermata e richiamava l'attenzione dell'uomo facendo grandi gesti col fazzolettone che si era tolto dal collo. Giaruul fermò il trattore e si girò sul sedile.
La madosca, che gambe! Due gambe così lui le aveva viste una volta sola nella vita quando al cinema proiettarono"Riso amaro"con la Mangano , ma queste erano li, erano vere, mica pitturate sullo schermo. E poi perché s'era fermata a quel modo, seduta sul sellino con un piede su ed uno a terra che sembrava volesse mettersi proprio in mostra?
"Come? Cos'hai detto?"
Il rumore del motore copriva la voci. Giaruul lo spense, saltò giù dalla macchina e risalì lentamente la scarpata dell'argine; così, pensò, non avrebbe più avuto sotto gli occhi tutta quella graziadiddio che gli cavava il fiato, o forse l'avrebbe vista più da vicino: non sapeva neanche lui cosa stesse pensando.
"Sto portando da mangiare a mio babbo che sta vangando la vigna dello Spungone. Pane, formaggio e pomodori. E un bel fiasco di acqua fresca con l'aceto."
Portava un cappellaccio di paglia tutto sbiadito dal Sole e col fazzolettone si asciugava il sudore che le scendeva per il viso e il collo, poi scese anche un pochino più in giù e Giaruul sentì un che ai ginocchi, perché le bellezze che intravedeva da sopra erano ancora più ammalianti di quelle che aveva visto dal basso.
"Volete favorire un po' di colazione?"
"No, grazie. Anch'io ho dietro un po' di roba, grazie."- disse Giaruul che faceva una gran fatica a guardarla in faccia.
"Rinfrescatevi allora con un poco d'acqua fresca"- ed estrasse un fiasco dalla sporta che portava agganciata al manubrio. Lui bevve delle belle sorsate a canna, poi ripulì la bocca del fiasco con la mano:
"Buona! Proprio fresca come ci vuole con questo caldo".
"Bene"- disse Cincia guardandolo fisso in faccia -"Visto che vi siete rinfrescato"ma che non volete servirvi, andrò su a mangiare col mio babbo."
Si salutarono e lei riprese a pedalare, gorgheggiando a pieni polmoni. Lui rimontò sul trattore: «Non volete servirvi? E di cosa avrebbe dovuto servirsi? Di pane e formaggio o di una bella bistecca cruda?» Giaruul era furibondo e pestava coi pugni sulle lamiere del trattore. Si sentiva debole e fiacco e capiva che lei era forte, molto più forte di lui.
Tirò avanti a lavorare ma non era più come prima; non pensava all'aratura ma ad altre cose.
"Si può sapere cosa c'hai?" - L'Elvira aveva apostrofato l'uomo quasi urlando.
I ragazzini erano già usciti, lei aveva finito di rigovernare i piatti e li stava riponendo nella vetrina, la cucina era stata rassettata e Giaruul se ne stava ancora lì taciturno e tetro a rimirare i riflessi del vino nel fondo del bicchiere. Ogni poco se ne versava un goccio, poi seguiva col dito i disegni sulla tovaglia di tela cerata. Era già da un paio di giorni che si comportava così: mangiava con la faccia nel piatto senza dire una parola, poi si prendeva la testa fra le mani grugnendo se gli si diceva qualcosa.
"Si può sapere cosa c'è?"
L'Elvira aveva chiuso le ante della vetrina e aveva dato un'occhiata alle foto infilzate negli stipiti. Indicò una vecchia foto di Giaruul vestito da soldato:
"Qui stavi per partire per la Grecia , che non sapevi manco se tornavi, ma sorridevi, non eri così ingrugnato. E qui invece è quando ci siamo sposati: io m'ero fatta prestare le scarpe dalla Gina, che un paio decenti non le avevo; e tu, a te non ti ballava un bajocco in tasca, ma eravamo molto più contenti che non ora. Adesso invece è un momento che non si campa più! Hai firmato qualche"cambiale? T'è andato male qualche affare? Parla, per la miseria! Magari fra tutti e due si riesce a risolverla la faccenda."
"Non ho niente, cribbio!" Urlò Giaruul. "Ho solo che ho fatto un contratto di aratura con la tenuta, un contratto un po' troppo grosso e non so se riesco a rispettarlo. Cosa vuoi che ci sia! Così rispose Giaruul.
E cosa avrebbe dovuto risponderle? Che la Cincia gli ronzava nel cranio come una vespa in un bicchiere? Se l'Elvira avesse potuto fargli una radiografia alla testa avrebbe visto una confusione che neanche alla fiera di Cesena ce n'era mai stata una compagna
Gli sembrava di vederla in tutti i cantoni, la Cincia , con tutte quelle curve ben sistemate, con quel suo fare spigliato, la testa alta, lo sguardo diritto, franco. Mentre lavorava coi trattore in quegli sterminati campi della bassa, se vedeva in lontananza una qualche figura in bicicletta sobbalzava e sentiva il caldo e il freddo corrergli per tutto il corpo e se per caso gli veniva in mente che nello stesso istante quella potesse fare la smorfiosa con qualcun altro, magari più giovane, stringeva i denti finché non gli facevano male le mascelle.
Poteva dire all'Elvira che di notte dormiva poco e male? Riudiva la risata aperta della Cincia, il suo canto allegro e spensierato; la rivedeva sulla bicicletta, alla balera, sul lungomare. La sognava persino, che lo prendeva in giro, che gli faceva le moine e gli sberleffi sotto il naso, che lo prendeva per mano, che non lo lasciava in pace. Ma possibile mai che dovesse capitare proprio a lui un tormento simile? A lui che fino ad allora non aveva pensato altro che a lavorare per tirare a casa un po' di quattrini per la famiglia? Ma che cos'era quella Cincia, un calabrone o un tarlo che gli stava rodendo il cervello?
"Dovrò lavorare anche di notte", riprese a dire, "sì, anche di notte, solo così potrò far fronte all'impegno. Tanto con questo caldo si dorme poco."
"Stai attento" - disse l'Elvira che era già rabbonita -"Stai attento, per l'amor di Dio! Ricordati di Bubani."
"Me lo ricordo, me lo ricordo, non aver paura."
Aveva cominciato a lavorare a notte fonda, aiutandosi con la luce dei fari; l'aria era frizzante e il calore del motore faceva quasi piacere. Oltre quei pochi metri di terra. illuminati, tutto era buio e una sottile falce di luna non riusciva a rischiarare le case e gli alberi che si intuivano in lontananza. Ogni tanto nel silenzio un cane abbaiava, un paio di volte, lontanissimo, si udì il fischio di un treno.
Giaruul si svagava osservando di quando in quando il cielo e le stelle. Non che si intendesse di astronomia, ma sapeva che quel nastro biancastro si chiamava Via Lattea e che quelle sette grosse stelle erano l'Orsa Maggiore, e sapeva individuare anche la stella Polare. Ecco, ora stava procedendo verso nord, da dove viene la tramontana poi finito il solco avrebbe girato verso sud, da dove arriva il garbino. Nella sua solitudine rimuginava strane idee. Il mondo è ben grande, pensava, e lui da militare un po' lo aveva girato; poi gira e gira aveva chiuso il cerchio ed era tornato al punto di partenza ed aveva incontrato la figlia di un suo vecchio compagno di naia, una ragazza impetuosa che lo stava frastornando. Perché il punto era sempre quella, che la Cincia gli ronzava sempre nella testa, anche se i giorni passavano.
Sbuffò e riprese a guardare il cielo. A oriente, dalla parte del mare, le stelle cominciavano ad illanguidirsi e il nero del cielo trascolorava a poco a poco in celeste mentre tutte le cose riprendevano corpo, infine il chiarore di quell'alba passò man mano al dorato e all'arancio. Giaruul si stropicciò le braccia e le spalle che una leggera brezza fresca gli aveva intirizzito, poi spense i fari: ormai ci si vedeva distintamente, così osservò il lavoro fatto e concluse che non aveva sprecato le sue tre o quattro ore di sonno.
In lontananza si udì un gallo cantare, un altro rispose; da dietro un frutteto lo colpì un primo, vivissimo guizzo di luce poi il Sole cominciò a sollevarsi e a riscaldare gli uomini, le piante e le cose. Si guardò attorno: una fascia di foschia dorata abbracciava l'orizzonte, in alto non c'era l'ombra di una nuvola e la giornata si annunciava come al solito rovente. Tolse da una bisaccia un fiaschetto pieno di caffé freddo e ne bevve due buone sorsate: doveva rimanere ben sveglio se non voleva fare la fine di Bubani.
La Cincia arrivò un paio d'ore più tardi con la solita bicicletta e la solita aria spavalda. Giaruul si irrigidì e senti che il cuore gli batteva più forte. «Cosa voleva quella?». Aveva desiderato ma anche temuto il momento di incontrarla ed ora eccola lì in mezzo ai solchi a fermare il trattore.
"Scendete, che vi ho portato un po' di colazione."
"Colazione?"- Giaruul spense il motore ma restò seduto alla guida. Sapeva che se fosse sceso sarebbe stata la fine.
"Pane, ravanelli e cetrioli, e tant'acqua con l'aceto da cavare la sete ad un bue! Allora scendete, o devo salire su io, che in due là in cima si sta scomodi?"
L'uomo capì che la partita era praticamente persa e si decise a scendere dal trattore. La ragazza si era seduta in terra e mentre tirava fuori dalla sporta le vettovaglie guardò Giaruul da sotto in su con un sorriso:
`Beh, non vi sedete? Volete mangiare in piedi?"
L'uomo la contemplava da sopra, lei e tutte quelle grazie, quegli occhi smaglianti, quella massa di capelli castani. «Si, altro che cetrioli e aceto!» pensò e si sedette pure lui.
"Ti ringrazio, mangerò un cetriolo coi sale, di fretta perché devo continuare a lavorare".
"Lavorare, lavorare! Ma non pensate ad altro, voi?"
Si era avvicinata a lui, gli aveva toccato il mento costringendolo a guardarla in faccia.
"Qui ci stanno un uomo e una donna, soli, in un campo che non se ne vede la fine e voi pensate solo a lavorare?"
Giaruul era sulla linea del Piave e tentò l'ultima, disperata difesa.
"Ma potrei essere tuo padre!"
"Giusto. Solo che non siete mio padre. E non volete capire che una donna ogni"tanto ha bisogno di un complimento, di una carezza.."
Gli aveva preso la mano e se la passava leggera sulla guancia. La mano scese sul collo, sulla spalla; a Giaruul parve di soffocare e non vide altro che gli occhi di lei che lo fissavano, vicinissimi, intensi, poi si accorse che con mani che tremavano s'era messo a slacciarle i bottoncini del vestito. Il seno di lei gli sbocciò fra le mani come un fiore candido, e lui vi affondò il viso inebriandosi dell'odore forte di quel giovane corpo, poi tutto si confuse e si strinsero in un abbraccio che scioglieva le tensioni di quelle lunghe giornate.
Si incontravano di frequente, quasi tutti i giorni: solo qualche rara corsa in moto, perché di solito la Cincia lo raggiungeva in piena campagna, accanto a1 trattore e si infiascavano in un campo di granturco o sotto un filare di viti o anche semplicemente nell'umida cavità di un solco appena arato.
Quegli incontri a Giaruul lo lasciavano vuoto ed amareggiato. Un po' perché guardava la Cincia andarsene via e non la sentiva completamente sua e poi perché pensava che non fosse una cosa ben fatta. La relazione stava mettendo delle radici; non era stata un gioco per lui e capiva che ormai non lo era nemmeno per la donna.
Pensava che bisognava troncarla in fretta, ma lui non ne aveva la forza e questo lo avviliva e lo imbestialiva perché sapeva che così non poteva andare avanti. Non che fosse un peccato, pensava; lui in chiesa a sentire le chiacchiere del prete non andava mai, piuttosto andava dai socialisti, alla sezione Kuliscioff, e poi c'era pure il proverbio che lo diceva: «Peccati di braghette, anche Dio li permette». No, non era per questo, piuttosto perché pensava che alla fine qualcuno si sarebbe bruciato, e tanto.
Poi c'era l'Elvira. Non ne sapeva ancora niente, ne era sicuro, altrimenti sarebbe divenuta una gatta inferocita; restava il fatto che loro due si stavano allontanando, che i loro rapporti si erano raffreddati. Di giorno lui non parlava, grugniva, e di notte quando l'Elvira gli si avvicinava, si scostava:
"Sono stanco io, lo sai che lavoro tutto il giorno come un somaro!"
Macchè stanco! Non era stanco affatto, lui; aveva superato da un bel po' la quarantina ma si sentiva ancora forte come un toro; forte in tutti i sensi perché se avesse voluto avrebbe potuto accontentare la Cincia , l'Elvira e tutte le donne di Gambettola messe assieme.
Se avesse voluto. Ecco, questo era il punto, che lui non voleva. Non che l'Elvira non gli piacesse più, tutt'altro, solo che toccarla, baciarla, dopo che si era abbracciato con la Cincia gli pareva un qualcosa, insomma aveva un ritegno che glielo impediva. Un po' come andare in chiesa dopo essere stato al casotto.
Doveva farla finita.. Questo andazzo doveva finire, ma cosa gli sarebbe rimasto poi? Gli sarebbero rimasti i giorni tutti uguali, a rivoltare la terra, zolla dopo zolla, solco dopo solco, un campo dopo l'altro. E senza nessuno con cui scambiare una parola, che quasi quasi invidiava quei contadini che lavoravano ancora con le bestie, perché per incitare buoi e vacche quattro urla loro almeno potevano farle.
Poi gli sarebbe rimasto anche il greco. Prima di conoscere la Cincia , nelle sue solitarie giornate di lavoro riandava spesso alla sua vita militare e gli venivano in mente tante vicende. Dell'Africa no; non c'erano stati episodi di rilievo; aveva camminato e camminato in quelle terre lontane ma con gli abissini non era mai arrivato a contatto diretto.
In Grecia era stato diverso. Erano stati in prima linea lui e Gigiola e i greci li avevano avuti proprio di fronte; Gigiola era di qualche anno più anziano e lo avevano nominato caporale.
Un giorno li avevano mandati di pattuglia: Gigiola, lui ed altri due agli ordini di un sergente; erano andati in avanscoperta per coprire l'avanzata della compagnia e si erano trovati proprio faccia a faccia con una pattuglia greca.
Giaruul sentì una pallottola zufolargli vicino alle orecchie e vide un greco che mirava al sergente, puntò a sua volta, sparò per primo e il greco si portò una mano alla spalla. Poi con cautela avanzarono: i greci non c'erano più, anche il ferito si era ritirato ma Giaruul notò una piccola macchia di sangue su un sasso.
Giaruul la faccia di quel greca non l'aveva mai dimenticata. Chissà se ce l'aveva fatta o se era morto dissanguato in bordo a un sentiero. Forse era un pastore o un contadino che come lui era stato mandato a sparare senza sapere nemmeno perché. Ecco, se si fosse liberato il pensiero della Cincia, gli sarebbe rimasto in testa il greco, quell'uomo che non avrebbe mai saputo se l'avesse ucciso o se si fosse salvato.
D'estate, dice Guareschi, là nella bassa il caldo è una cosa che si vede e si sente. Quel pomeriggio d'agosto Giaruul il caldo se lo sentiva addosso che lo avvolgeva da tutte le parti, come un animale che gli alitasse sopra prima di assalirlo. Sotto il cappello di paglia gli sembrava che il cervello si sciogliesse e ad ogni poco si slacciava il fazzolettone e si asciugava il sudore che gli colava per il viso ed il collo.
Ad un tratto scorse un ciclista che si era fermato sul sentierino in fondo al campo. Fissò lo sguardo ma nel tremolio dell'aria arroventata non riusciva a capire chi potesse essere, anzi nemmeno se fosse un uomo o una donna, ma dava proprio l'aria che lo stesse aspettando, là in cima al solco. Lasciò procedere il trattore e man mano che avanzava i contorni si fecero più precisi. No, non era una donna, era un uomo, un uomo maturo, era... «Cristo! E' Gigiola! E cosa diavolo vorrà mai adesso?»
L'uomo era seduto a cavalcioni su una bicicletta vecchia e un po' scrostata ed aveva una grossa zappa legata al canotto con uno spago. Stava immobile nel sole e nel caldo aspettando che il trattore gli portasse in bocca l'amico.
"Ehilà Giaruul!" - L'uomo aveva alzato una mano in segno di saluto.
"Salve Gigiola!" - Giaruul scese dal trattore e si preparò ad affrontare il vecchio compagno.
"Passavo per di qua e ho visto il trattore, così ho pensato «andiamo a salutare il"vecchio Giaruul»"
"Bravo Gigiola, hai fatto bene." - disse Giaruul senza sbilanciarsi.
"Eh! Ne abbiamo fatte, ti ricordi, vero, là in Grecia... Avanti e indietro con la schioppa in mano, e quella volta che un altro po' non ci bucavano la ghirba!"
"Eh, mi ricordo, mi ricordo. Certo che mi ricordo." - Giaruul rispose sornione senza entusiasmo e senza acredine. «Questo qui gira e rigira intorno e non viene al dunque».
"Eh già! Poi a me diedero la licenza e l'otto settembre mi prese che ero a casa e invece a te ti saltarono addosso i tedeschi e così ti sei fatto pure due anni di"Germania."
"Proprio così. A chi va bene e a chi va male."
"Be' dopo però ti è andata fin troppo bene, che sei quasi diventato un signore. "Ce n'hai tu di roba! E vuoi anche prenderti la roba che non devi!" - Gigiola aveva alzato la voce.
"Cosa?"
"Si, la Cincia. La devi lasciar stare, capito? Non è roba per te" - Gigiola stava quasi urlando.
"Ma io..."
"Ma io, ma io. Non è roba per te e basta. Perché i giovani, si sa, vogliono scapricciarsi un po' prima di piegare la schiena, ma se poi ci scappa il vitello, con un giovanotto si rimedia sempre, ma con uno come te resta che te lo prendi in quel posto e finito lì. E da quando è morta la povera Martina, io alla Cincia devo fare da padre e da madre."
Giaruul aveva la faccia stravolta e si stava accartocciando artigliandosi la pancia con le mani. Sapeva che le parole di Gigiola erano giuste e se le sentiva rimbombare dentro come in guerra le cannonate che te le senti nella pancia prima ancora che nelle orecchie.
"Perché io sono povero"- continuò Gigiola - "e di mio ho solo questa zappa, ma"sono pronto a fracassartela sulla testa se non la fai finita. Tu sei forte ma io non ho mica paura; sai? E va a finire che un giorno o l'altro ti ritrovi di traverso in un canale."
"Basta, Gigiola! Basta! Hai ragione tu, lo so che hai ragione! Sono stato un disgraziato, sono un disgraziato, ma la faccio finita. Basta, la faccio finita, è stata solo una debolezza, un errore, ma ora è finito."
Man mano che urlava Giaruul s'era andato sempre più rannicchiando finché era caduto in ginocchio:
"Te lo giuro, Gigiola, è finito, te lo giuro!"
E per dare forza ai suoi giuramenti Giaruul aveva sputato per terra e pestava con la mano aperta sullo sputo.
"E' finito, Gigiola, è finito!"
"Stai attento Giaruul, hai giurato ma io mi fido più della mia zappa che dei tuoi"giuramenti e sono sempre pronto a spaccarti la testa, anche a costo della galera."
Gigiola si era rimesso in sella ed aveva ricominciato a pedalare. Giaruul lo vide allontanarsi e rimpicciolire nella calura finché quello sparì dietro una fila di pioppi; allora si rialzò con una fatica che sembrava avesse il mondo addosso, poi si appoggiò al trattore che continuava il suo brontolio monotono, chinò la testa e gli parve che quello stupido bestione di ferro fosse il suo unico vero amico.
Giaruul aveva giurato, ma non ebbe la forza di mantenere il giuramento. La prima volta che si incontrarono tutto tornò come prima.
"Dobbiamo smettere, Cincia. Dobbiamo smettere perché ti rovini tu e mi rovino io. Queste sono cose che devono finire subito. Il bel gioco dura poco. L'ho promesso a tuo padre che è furibondo contro di me."
"Anche contro di me. L'altro giorno mi ha dato due schiaffoni che mi ha rintronata, ma mica ho paura io, gli schiaffoni me li tengo e continuo a fare quel che mi pare. Tu piuttosto, non avrai paura di mio padre? Eppure sei grande e grosso!"
"Paura io? Io non ho paura di nessuno. Non è ancora nato chi può far paura a Giaruul! Ma se tuo padre lo sa, vuol dire che la gente ha cominciato a parlarci dietro. Dietro a noi due voglio dire."
"Ma che t'importa di quello che dice la gente. Cosa dà a te la gente?"
"Nulla. Non mi dà nulla.'
"E allora..."
La Cincia gli sorrideva, poi cominciò a slacciarsi i bottoncini del vestito. Giaruul dimenticò i giuramenti e mandò al diavolo Gigiola, le sue minacce, le chiacchiere della gente, il mondo tutto.
I grandi caldi stavano stemperandosi, qualche acquazzone aveva finalmente inumidita la terra, i contadini raccoglievano il granoturco e si accingevano alla vendemmia. I lavori pesanti di aratura erano terminati e Giaruul trovò da eseguire uno scasso per una nuova vigna. Cambiò i vomeri e si trasferì col suo trattore in collina, dove tutto è su e giù e il panorama è immenso, ma i campi non hanno certo il respiro di quelli della bassa.
La gente di campagna segue da vicino il ciclo delle stagioni e gli incontri tra Giaruul e Cincia si diradarono molto. Ci furono le semine, l'aria divenne umida e fredda e si videro le prime nebbie. Giaruul smise di incontrare la Cincia , ritirò il trattore e si mise a farne la manutenzione. Smontò i vari pezzi, li pulì, li lucidò, li ingrassò con l'amore di un padre.
Ogni tanto mentre toccava quei pezzi di ferro, quelle pulegge, si incantava e gli pareva di accarezzare altre rotondità, più dolci, più morbide e la Cincia gli tornava in mente come un piccolo folletto tentatore, con un rimpianto tenero e nostalgico. Giaruul questo pensiero lo scacciava con violenza: «Acqua passata! Dimenticare! Fregarsene! Tanto era solo una piccola puttana!».
«Eh no! No, che non era una puttana! Prima di tutto nessuno lo andava dicendo, poi non gli aveva chiesto mai niente. Anzi, quella volta che l'aveva portata a Cesena, alla fiera, ad una bancarella le aveva comperato un braccialettino, un orpello da nulla di ottone e plastica, ed allora lei si era sbiancata guardandolo e aveva mormorato:
"E' la prima volta che qualcuno mi regala qualcosa."E gli occhi le si erano inumiditi.
No, non era una puttana. Per esempio quel giorno sul finire di settembre che si erano infiascati in pineta e lei s'era appoggiata sul gomito e rosicchiava l'ago di un pino. Lui aveva scorto un bruco che si stava avvicinando alla gamba di lei e con una manata l'aveva sparato via:
"Uno di questi giorni voglio portarti in un bell'albergo, come fanno i signori, invece di starcene qui per terra in mezzo ai vermi."
La Cincia allora lo aveva guardato con dolcezza, una dolcezza. che non le aveva mai visto negli occhi:
"Sei proprio un bambino, Giaruul. Un albergo, figurati, un bell'albergo!"Lui si era accigliato:
"Cosa credi, che io non abbia i soldi per pagare un albergo?"
"Non c'entrano i soldi, Giaruul. E' che all'albergo ci vanno i signori, quelli eleganti, che parlano bene. Noi non siamo signori, Giaruul, il nostro posto è qui, in"terra fra i pini e le viti, al massimo sui sacchi del grano."
Non gli aveva mai chiesto nulla la Cincia ; no, non era certo una puttana.
Smonta, rimonta, pulisci e lubrifica alla fine terminò anche il lavoro di manutenzione e allora Giaruul prese ad andare tutti i giorni in città ad aiutare un cugino che aveva l'officina per le auto. L'inverno spogliò i pioppi, i peschi, le viti; il gelo raggrinzì i campi; la tramontana fece rintanare la gente e gli animali. La vide un giorno per caso, che usciva da una bottega con una sporta di paglia in mano. Era tutta infagottata in un grosso maglione con uno scialle di lana che la imbacuccava dalla testa a metà vita; ai piedi aveva delle pantofolacce di feltro tutte sdrucite. La riconobbe a stento, lei non lo salutò nemmeno e tirò via.
Giaruul pensò che la grande sbronza fosse passata, svanita via per tutti e due e si disse: «Meglio così. Finalmente. Era ora, se no andava a finire male per l'uno o per l'altra. E' passata, ora finirà anche l'inverno, si tornerà a lavorare e tutto tornerà come una volta.»
Il gelo si allentò, la tramontana smise di soffiare, le giornate si stiepidirono; finalmente fiorirono i frutteti e le campagne si trasformarono in giardini. Come tutte le altre donne l'Elvira spalancò le finestre, cambiò aria e mise lenzuola e coperte a prendere il sole. Cantava anche, l'Elvira; cantava perché aveva ritrovato il suo uomo.
Giaruul dalla rimessa la sentiva cantare ed era come una brezza che gli entrava dentro, che portava via la nebbia, che gli ridava vita. Controllò ancora tutto per bene, poi rimise in moto il trattore: c'erano delle sarchiature ed altri lavori che lo attendevano e poi via via altro lavoro sarebbe arrivato. La Cincia ormai era solo un ricordo, un ricordo del passato che non lo turbava minimamente e questo gli dava una sensazione di libertà, di indipendenza che forse non aveva mai provato: come se per la prima volta si sentisse veramente padrone di se stesso.
La ruota delle stagioni continuò a girare, impassibile circa le vicende ed i moti degli animi umani. I foraggi crebbero e furono falciati ed affienati, il grano imbiondì, maturò, fu mietuto ed accatastato in covoni, pronto per essere trebbiato. Giaruul aveva fatto un contratto con la cooperativa trebbiatori e girava le campagne portandosi appresso una grossa trebbiatrice da diciotto quintali l'ora. A quel tempo la trebbiatura del grano, la battitura come si diceva allora, durava un mese circa, tutto luglio, e le macchine lavoravano giorno e notte, passando da un podere all'altro ed erano seguite da un nugolo di braccianti che si alternavano al loro servizio.
Era metà luglio quando trebbiarono al Podere Grande, quello che già allora insaccava anche trecento quintali di grano e una quarantina di orzo. Avevano cominciato a notte fonda, ben prima di mezzanotte e Giaruul ci mise un po' di tempo per sistemare la macchina ed il trattore. Il raccolto era tale che il mezzadro lo aveva diviso in due grossi mucchi: due banchi, come si diceva una volta; Giaruul sistemò la macchina lì in mezzo poi allineò il trattore e mise in tiro la grande cinghia dì cuoio che dava il movimento, infine illuminò l'aia ed i pagliai con due fari orientabili; il caposquadra dispose la sua gente ai vari posti di lavoro poi annunciò che anche loro erano pronti; il fattore allora diede il via e la trebbiatura incominciò. Giaruul stette un po' a vedere se tutto funzionava a puntino, regolò la velocità del motore, poi andò dietro un pagliaio a farsi un sonno. Nel buio della notte tutti lavoravano in silenzio, i sacchi uno dopo l'altro venivano accatastati mentre il fattore li andava segnando su un taccuino.
Sul far del giorno il mezzadro che era alla pesa esclamò:
"Cento quintali!"
Ci fu una certa agitazione. E caposquadra si mise a berciare:
"Cambio! Cambio di squadra! Motorista, suona la sirena! Motorista! Ma dove s'è cacciato quell'accidente?"
Giaruul si riscosse, afferrò la sirena e ne appoggiò la rotella sulla puleggia del motore traendone un suono prolungato, potente e lamentoso.
"Via! Via! Attenti alla cinghia!" urlò ai ragazzini che lo attorniavano.
I primi raggi del Sole illuminarono l'aia immersa in una nuvola dorata. Da dentro la cortina di polvere e di pula emergevano ì braccianti della squadra che smontava:
"Cambio! Cambio! Adesso tocca a voialtri a piegare la schiena, noi andiamo a"riposare!"
Qualcuno s'era già trovato il posticino comodo sui sacchi del grano. Avevano già insaccato più di cento quintali e il primo banco sembrava ancora poco più che a metà. Il mezzadro e il fattore guardavano con occhio da intenditori:
"Promette bene, veramente bene. E la giornata è buona, senza una nuvola; proprio quello che ci vuole!"
Da tutte le parti era un gran vociare: saluti, pacche, uno attaccò:
"Vola, colomba bianca vola...."
"Ma vai a farti una dormita, che con quella voce è meglio!"
"Forza, forza gente, che qui si fa notte"Il caposquadra cercava di accelerare il cambio.
"Chi c'è sul pagliaio della paglia?"
"C'è Raganaz con la Cincia. "
"Ah, vedrai che le gambe per pestare la paglia ce le ha, quella!"
"Via! Venite giù che vi danno il cambio."
Raganaz scivolò giù prontamente con un gran balzo, ma la Cincia esitava e strillava.
"Ma come faccio? E' alto, ho paura, chi mi aiuta, chi mi prende?"
Il pagliaio in effetti era già alto più di quattro metri ma si capiva bene che la Cincia strillava più per civetteria che per paura.
"Io, io! Ti prendo io!"
Erano in parecchi i giovani che gridavano e che si erano precipitati per acchiappare al volo la ragazza e tutti si spintonavano e sgomitavano per trovarsi nel punto giusto.
"Ma non guardatemi da sotto!"
"Eh, dai, occhio non fa buco! Buttati Cincia!"
Era tutto un allegro ridere e schiamazzare per tutta quanta l'aia. Anche il caposquadra e il fattore ridevano e le donne della casa avevano smesso di fare piadine e affacciate alle finestre si divertivano un mondo. Alla fine Cincia chiuse gli occhi e si buttò con tutte le gonne al vento. Uno dei giovani l'abbrancò al volo e prima di mollarla se la tenne bene stretta, il fortunato.
"Evviva! Bravo!" - gridarono tutti.
La Cincia si guardò attorno, poi attraversò l'aia a testa alta e passando davanti a Giaruul lo fissò dritto negli occhi. E Giaruul sentì i cani che lo mordevano dentro.
La battitura dei grani terminò, lo strame fu falciato e raccolto, le aie ridondavano di pagliai, Giaruul riprese il suo solitario lavoro d'aratura, solco dopo solco, come sempre.
La vide arrivare da lontano col suo cappello di paglia e la bicicletta scalcagnata e gli venne il tuffo al cuore ed il brivido nella schiena. Lei posò la bicicletta e gli andò incontro attraverso il campo saltando agile sulle zolle appena rivoltate. Lui proseguì senza fermare il trattore e senza nemmeno guardarla: sentiva la tempesta dentro e sapeva che se si fosse fermato....No, non voleva fermarsi, non voleva pensare a cosa sarebbe successo se si fosse fermato, se le avesse parlato.
Ma al solco successivo dovette fermarsi per forza perché la Cincia era lì in piedi proprio davanti al trattore.
"Be', non si saluta nemmeno più? Nemmeno più i vecchi amici?'
"Buongiorno. Si può sapere cosa vuoi? Tirati via da li che devo lavorare."
"Eeeh! Ma che modi! Ero venuta apposta per salutarti, per vederti."
Giaruul commise l'errore di voler prendere il toro per le coma e saltò giù dal trattore.
"Per vedere me? E perché vuoi vedermi?"
La Cincia gli si era avvicinata e parlava con voce dolce, suadente:
"Be', l'anno passato ci ve d evamo, stavamo assieme ed era anche bello, non si"stava male assieme, noi due. No?"
"L'anno passato è passato. Adesso noi non dobbiamo più incontrarci. Sì, è stato bello, hai ragione, ma adesso non possiamo più incontrarci."
"Perché? Non ti piaccio più?"- Si ravvivava i capelli con la mano ... Sono diventata così brutta?"
No, perdio! No! Era anche più bella di prima, più matura, più donna e soprattutto sapeva di esserlo e sapeva anche che aveva potere, un potere straordinario. Giaruul parlava ma evitava di guardarla per non rimanerne stritolato.
"Non c'entra il bello o il brutto. Sei una bella ragazza, la madosca se sei bella! Ma non dobbiamo incontrarci più, non si può e non si deve."
"Perché? Facciamo male a qualcuno?"
"Abbiamo fatto male a quel brav'uomo di tuo padre, facciamo male a mia moglie"e poi a me e a te"
"A me?"
"Si, anche a te."
E qui Giaruul commise il secondo errore: si voltò e la guardò faccia. E la voce cominciò a tremargli:
"Tu non devi stare con me, devi trovarti un giovane, uno che ti sposa e ti fa fare famiglia. Cosa t'attacchi a me che sono vecchio e sposato? Possibile che non hai un giovanotto che ti viene dietro?"
La Cincia lo guardò fisso e gli passò una mano sui capelli; Giaruul si sentì rimescolare dentro:
"Un giovanotto? Se facessi un fischio ne avrei cento a miagolare sotto la mia finestra. Ma non li voglio, non mi piacciono, non sanno di niente i giovani. Io voglio un uomo, un uomo vero, forte, che sa cosa sia la vita e come è fatto il mondo."
Gli fece una carezza sui capelli, poi gli diede un bacio, un bacio leggero e Giaruul si attorcigliò, si smollò, si lasciò andare completamente.
Aveva mangiato in silenzio, ruminando un boccone dietro l'altro, sotto lo sguardo attento e severo della moglie: stava ricominciando la stessa solfa di prima, anzi forse era peggio di prima.
A letto l'Elvira gli si accostò e lo toccò, delicatamente, con affetto."Lasciami stare, è stata una giornata faticosa, pesante, sono stanco."L'Elvira si ritrasse lentamente, si lasciò andare sul cuscino, poi con un soffio mormorò:
"Ho capito, è tornata la Cincia."
La voce le era uscita con fatica ed esprimeva una stanchezza. infinita, una sopportazione lunga, come se avesse su di sé tutte le pene del mondo. Più delle parole fu il tono che straziò Giaruul, che lo rivoltò di dentro.
"Come? Cos'hai detto? La Cincia ?"
"Non fare il patacca! Sai benissimo cosa dico, quindi non cercare di menare il can per l'aia, è un pezzo che va avanti questa storia, e se io sono sempre stata zitta, anche a costo di fare la figura della scema è perché speravo che ti passasse, che fosse una sbronza da poco, ma ora hai passato veramente il segno e non ne posso più."
"Ma come, tu sapevi?"
"Certo che sapevo!"
La voce dell'Elvira aveva ripreso forza e gli sibilava vicino alla faccia:
"Certo che lo sapevo! Tutti lo sapevano! Cosa credevi, di farla franca? Non lo sai"che qui da noi si sa tutto di tutti? Già, lui, il signore, pensava di poter fare i suoi comodi e che nessuno si accorgesse di niente!"
Giaruul allungò una mano per farle una carezza, per rabbonirla, ma lei gli si rivoltò contro come una gatta arrabbiata:
"Non mi toccare! Non mi toccare con quelle mani sporche, che te le sei sporcate sopra quella schifosa sgualdrina. Non mi toccare, che sei solo un porco e il tuo posto è nel porcile, nel letame e non nel mio letto!"
Giaruul singhiozzava. Erano lacrime un po' tardive ma erano sincere:
"Perdonami, Elvira, ti supplico! Non so nemmeno io com'è successo ma non"succederà più, mai più!"
"Non me ne frega un bel niente! E' successo e per me basta così! Vai via dal mio letto e vai dalla tua puttana, e se non urlo è solo per non svegliare i ragazzi che non capiscano che razza di porco è il loro padre. E ricordati che sono figli miei, fatti da me e non da quella troia che ci vai insieme!"
Giaruul continuava a singhiozzare. Si alzò, si infilò una camicia ed un paio di brache e scese nella rimessa. Ecco, si: quello era il suo posto, in mezzo ai ferri e ai barattoli del grasso. Si calmò un poco, poi prese la moto e raggiunse il trattore in mezzo al campo, dove lo aveva lasciato. Ormai era proprio il trattore il suo unico vero amico, il solo tutto suo, quello che lo avrebbe accompagnato nelle sue lunghe giornate solitarie, quello che avrebbe eseguito i suoi comandi, quello che non lo avrebbe tradito.
Lo guardò, lo accarezzò, poi vi montò su e lo mise in moto. Non gli rimaneva che lavorare, avrebbero lavorato assieme, lui e il suo trattore.
Riprese ad arare la terra, tanto neanche pensare di poter dormire. «Aveva detto di andare dalla sua puttana che il suo posto era nel porcile, in mezzo al letame».
Le parole gli rimbombavano nella testa più degli scoppi delle granate durante la guerra. «I figli li ho fatti io e non quella troia che ti ci sporchi sopra». Queste frasi lo attanagliavano, lo stordivano, gli toglievano il fiato.
Andò avanti ore ed ore a lavorare senza sentire la stanchezza né la fame «Sei solo un porco e i figli non devono sapere che porco di padre hanno». Cosa aveva fatto! S'era disgustato l'Elvira, la donna che l'aveva preso quando era ancora un morto di fame, quando aveva le pezze al sedere. Cosa avrebbe dato per tornare indietro, per ricominciare tutto da capo! Troppo tardi! «Troppo tardi? Forse no, chissà, se avesse fatto penitenza, se faceva vedere che rigava diritto, forse; forse poteva ancora aggiustarla. In fondo il mondo era pieno di gente che si faceva la corna, eppure continuava a girare lo stesso. Forse si trattava solo di fare il bravo, di aspettare che si ammansisse.»
Erano le prime ore del pomeriggio quando se la vide davanti a fermare il trattore. La guardò torvo e saltò giù deciso ad affrontarla e a farla finita; la Cincia capì subito che l'uomo era duro ed ostile e si preparò alla lotta. Erano l'uno di fronte all'altra e si studiavano come due pugili mentre il trattore, stupido e paziente bestione di ferro continuava il suo monotono brontolio col motore al minimo.
"Vai via Cincia, questa volta è proprio finita. Per sempre."
Giaruul ansava, aveva gli occhi fissi, le mani strette a pugno, pareva dovesse affrontare un toro a mani nude.
"Cosa c'è, Giaruul. Cosa c'è che non va?"
"Mia moglie. Sa tutto e mi ha detto delle cose terribili, cose che mi fanno impazzire."
"Avrà detto che io sono una puttana e tu sei un porco. Le donne quando si accorgono di aver perso la partita dicono tutte così. Poi gli passa."
"Non t'azzardare a parlare così di mia moglie: è la madre dei miei figli, lei! I miei figli sono stati fatti da lei e non da te, non da una puttana come te! E vattene via! Lasciami stare!"
"Sarà la moglie, sarà la madre, ma non sa darti quello che ti do io."
Si era portata la mano ai capelli e li andava ondulando. Giaruul stava perdendo la testa: era a mezzo metro dalla Cincia ed ansimava come un bue sotto sforzo:
"Cosa vuoi fare troia e puttana, vai via di qui, via ho detto!"
"Voglio fare l'amore. Con te. Una volta ancora, almeno."
La Cincia lo guardava negli occhi; la mano dai capelli era arrivata sulle spalle, poi sull'orlo della scollatura e lentissima scendeva giù verso il primo bottoncino del vestito. Giaruul era affascinato dal moto di quella mano e sapeva che il nodo di tutto era lì, in quel primo bottoncino, che se si fosse slacciato quello, sarebbe stata la fine e urlò:
"Vattene ho detto, sparisci, e lascia stare quel vestita, brutta. schifosa!"
Era fuori di testa ormai e alzò una mano, una di quelle mani che una volta avevano stordito un bue. Ma la ragazza non si fermava, la mano scendeva, scendeva ed era quasi arrivata al bottoncíno fatale.
"Basta!"
La mano di Giaruul si abbatté sulla Cincia che si riversò di traverso sui solchi senza un gemito.
"Troia! Puttana! Te la farò pagare per quello che mi hai fatto!"
Con un salto era risalito sul trattore, aveva ingranato la marcia ed accelerato. Sferragliando, i cingoli cominciarono ad artigliare il terreno ed il trattore avanzò stupido e potente. Giaruul continuava ad urlare e sbavare:
"Brutta troia, ti sistemo io! Te la faccio pagare!"
Ci fu un - piccolo sobbalzo, poi quando i cingoli ebbero finito di straziare quel corpo inerte, si voltò, e visto quello che aveva fatto, d'un balzo saltò giù senza nemmeno fermare il motore e scappò, scappò chinato in due stridendo e facendo versi che non pareva nemmeno più un uomo ma piuttosto un animale.
Quando arrivò il maresciallo dei Carabinieri, attorno al corpo c'era già un folto capannello di gente che commentava inorridita. Una donna singhiozzava, un'altra si segnò, gli uomini se ne stavano muti col cappello in mano; una vecchia con tono acido disse:
"Non canta più la Cincia !"
"Tacete befana, e andate in chiesa a dire un'orazione per questa povera anima!".
Il maresciallo non ebbe bisogno di fare una grande inchiesta: il trattore di Giaruul aveva proseguita la sua corsa senza guida e alla fine era rotolato in un fosso, poi c'era la moto abbandonata, e infine tutti sapevano della tresca fra i due.
Fece scattare qualche foto, quindi coprirono il corpo.
Poi mandò in città a chiedere rinforzi per cercare Giaruul.
Mandarono una squadra con i cani addestrati apposta e lo cercarono così, coi cani, come si fa col selvatico.
E come un selvatico lo scovarono, nascosto in un campo di granoturco: era tutto rannicchiato e mugolava che fece impressione anche ai carabinieri. Dopo che ebbero tolto il corpo di Cincia, sul terreno restò una grossa macchia di sangue e da allora quel campo fu sempre chiamato il "campo della Cincia".
Il padrone del podere volle che, per rispetto, il posto dove era morta: la donna non venisse più tormentato da zappe ed aratri e vi fece porre due macigni venuti apposta dalle cave di Montilgallo così che le macchine e gli uomini dovessero girarci attorno. Ancora adesso dopo tanti anni i due sassi sono là a ricordare la tragedia e talvolta si scorge un mazzetto di fiori che vi appassisce sopra: è qualche giovane di allora, ormai anziano e canuto, che passando da li si ferma, ricorda e porge quell'omaggio postumo.
Tutto attorno ai sassi la terra non lavorata ha generato cespugli di rovi e di erbacce selvatiche, ma a giugno, quando il sole avvampa e il grano imbiondisce, sbocciano dei gran ciuffi scarlatti di papaveri che la brezza della sera fa ondeggiare lievemente.
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