Una mattina dei primi di marzo. La strada è piuttosto anonima: case con piccoli giardini, una scuola, una banca, pochi passanti frettolosi sui marciapiedi grigi, aria frizzantina ma limpida e luminosa; lontano, sulle montagne si vede biancheggiare la neve. Ad un tratto due occhi celesti, più celesti del cielo, mi fissano e sembrano dire: “Vieni, guardaci, noi siamo qui e siamo qui anche per te.”
Due occhi limpidi, sereni, affascinanti come quelli dei bimbi, due occhi che risaltano dolcissimi in mezzo a quel grigiume d’asfalto. Mi fermo, mi avvicino e guardo bene. Sono due bellissimi fiori di veronica, la pianticella che i botanici chiamano Veronica chamaedrys L. Due piccoli fiori sbocciati forse all’alba e non ancora appannati dalla polvere e dallo smog. Mi chino e rimango incantato ad osservare quei due piccoli gioielli: sono celesti con delle venature bianche e delle piccole sfumature viola sui bordi. I passanti mi guardano incuriositi ed alcuni scuotono pure la testa. Non me ne importa più di tanto: peggio per loro se non vedono, se non capiscono che stiamo assistendo a qualcosa di meraviglioso, quasi un miracolo. Sono di fronte all’unica creatura viva di tutta la strada: abbarbicata ad una piccola screpolatura dell’asfalto ha resistito per tutto l’inverno al freddo, all’inquinamento, ai cani ed infine al primo tepore si è riscossa ed ha compiuto il suo grande atto d’amore regalandoci la bellezza dei suoi piccoli fiori. Una creatura così tenue e delicata che ci ha fatto un dono così grande: ci ha anticipato la primavera.
La primavera mi coglie sempre alla sprovvista, impreparato, come tutti gli abitanti delle grandi città, del resto, i quali non notano il ruotare delle stagioni ma solo il fluire delle ore del giorno. Intorpidito dalla monotonia delle uniformi giornate invernali non so cogliere tutto il fermento sotterraneo che sta preparando il risveglio della vita e questa mi si palesa d’un tratto attraverso qualche suo segnale come a dirmi: “Eccomi, sono tornata.”
Allora se mi guardo attorno, noto che l’erba dei prati è meno strinata dal freddo, che il suo verde è più brillante, che in mezzo ai fili d’erba qualche pratolina è già sbocciata. Quest’anno il via me l’ha dato la piccola veronica che mi sussurra di osservare, di vedere, non di guardare soltanto.
Ha ragione. Le gemme delle forsizie sono gonfie e presto coloreranno i giardini con le loro pennellate di giallo, già un accenno di tenerissimo verde ricopre i rami dei salici ed anche i pioppi e le betulle si stanno preparando. Poi sarà la volta di cedri ed abeti con le loro foglioline tenerelle che spiccano sullo sfondo scuro della chioma, i ciliegi esploderanno di rosa, le magnolie mostreranno i loro grandi fiori carnosi, sbocceranno le rose con i colori più vari, i glicini si copriranno di grappoli lilla e le api voleranno da un fiore all’altro come tanti punti d’oro. Tutto a un tratto le gemme degli ippocastani divenute turgide ed enormi si apriranno e in un sol giorno i vecchi rami si caricheranno di foglie e poi di grandi racemi bianchi. I più lenti saranno i giganti dei viali; i platani sembrano esitare a far maturare le loro foglie che diverranno le più grandi di tutte: le fanno crescere adagio adagio quasi fossero restii a mostrare tutta la loro forza e la loro grandezza.
Allora, dalle fessure in cui si erano rintanate, usciranno timide le lucertole e cercheranno dei posticini tranquilli dove scaldarsi e anche i gatti si sdraieranno e si stiracchieranno pigri sbadigliando al sole sui terrazzi o sui muretti. Le ragazze accorceranno le loro minigonne di un paio di dita: un tempo le gonne restavano lunghe ma le ragazze si toglievano i soprabiti e si fasciavano in maglioncini attillati e stretti in vita che ti facevano venire il torcicollo e girare più in fretta il sangue.
Allora, al tempo dei maglioncini attillati voglio dire, la primavera arrivava la Domenica delle Palme; fasci di rami d’olivi argentei davanti alle chiese, mazzi di mimose sulle bancarelle. Si cavava fuori la bicicletta, la si tirava a lucido, si lubrificava e poi via a fare una bella girata per vedere se tutto era in ordine e se le gambe erano in forma. Le scampagnate cominciavano a Pasquetta, lunedì dell’Angelo, e terminavano in genere pochi chilometri fuori città; per alcuni la meta era poco più oltre del capolinea del tram in qualche osteria dove si poteva mangiare del buon salame e bere un calice di Barbera dell’Oltrepò. I giovani che praticavano qualche sport uscivano dalle palestre e cominciavano ad allenarsi negli stadi, gli sciatori, pochissimi, mettevano in forma e riponevano con grande cura i preziosissimi sci.
Tutti attendevamo con ansia il 1° maggio, non tanto perché festa dei lavoratori, bensì perché inizio del mese dedicato alla Madonna, mese in cui le ragazze erano libere di uscire di sera da sole per andare in chiesa alle funzioni del mese di maggio. Anche le ragazze erano tutte effervescenti per quella breve parentesi di libertà e la sera si preparavano con cura per l’emozionante uscita, poi raggiungevano la chiesa a gruppetti di due o tre mentre i ragazzi facevano segno che le avrebbero attese dopo, all’uscita. La Madonna da grande mamma quale è, doveva sorridere benevolmente a quei maneggi, che si concludevano con una innocentissima passeggiatina per riaccompagnare a casa, il più lentamente possibile, uno di quei gruppetti.
Nell’aria c’era qualcosa che sembrava ti invitasse a vivere più intensamente, più in fretta, qualcosa di dolce e di forte che ti invadeva, ti riempiva di vita ed anche adesso la primavera porta vita, porta ardore ed è per questo che voglio ringraziare la piccola veronica che mi ha indicato che anche quest’anno è arrivata. Domani ripasserò di qua: forse sulla fragile pianticella saranno sbocciati altri fiori celesti che attireranno l’attenzione di altri passanti, oppure non ve ne sarà più nessuno perché qualche bambino li avrà colti per offrirli alla mamma. E ringrazierò la piccola, tenera veronica che ha portato un po’ di felicità a qualcuno.
 |