Non posso vincere l’impulso del cuore che da tempo si spinge
a scrivere sopra un passato che contiene tante gioie e tanti dolori.
Era
mia intenzione di limitarmi cominciando dal mio matrimonio, ma
l’affetto
santo e infinito verso i miei amati genitori mi hanno fatto cambiar
pensiero e mi sono decisa di incominciare dalla mia nascita.
Che cosa mi spinge a ciò? Non ne trovo
che una ragione, una sola: la speranza di rivivere nella mente
e nel cuore dei miei figliuoli e di avere da essi, maschi e femmine,
una preghiera per la povera anima mia che trovasi in chissà quali
angustie e patimenti.
Lo faccio anche perché queste cose
intime non andranno sotto gli occhi di alcuno che non sia mio figlio
e perché la
strada da me percorsa potrà essere faro ai miei cari per
i disinganni provati e per i conforti e gli aiuti ottenuti da Dio
mercé la
preghiera.
Un altro motivo vi è da aggiungere: quello di
darvi un’idea di quali fossero gli avi vostri, i miei amati
parenti.
Nacqui nel Febbraio 1833, non attesa, perché il
primo frutto fu pure egualmente di sesso femminino e certo vi era
desiderio di un maschio, ma pure fui gradita perché, a genitori
di cuore retto, è caro il figlio di qualunque sesso sia.
Ebbi a santolo il Dott. Giuseppe Berganzi, professore in medicina,
residente in San Marino mia patria, per affari politici.
Mio padre
fu Domenico Maria Belzoppi, di onesto casato, ma più nobile
d’animo, che fu legale solo per difendere la causa del povero
e dell’afflitto e per sostenere i diritti della vedova e
dell’orfanello.
Mia madre Maria Giannini, pure nobile di antico casato era donna
di cuore magnanimo, di pronto ingegno, di animo forte eccellente
massaia. Allevò col proprio latte tutti sei i figliuoli
che ebbe e ci amò di forte e imparziale amore.
Per noi non
vi fu né convitto né monastero: crescemmo
al fianco di nostra madre che ci fu istitutrice e maestra. Innestò per
tempo nei nostri teneri cuori le sante massime del Vangelo,
c’inspirò all’amore del Cristo e della Divina
Sua Madre, ci aprì l’adito alla virtù, praticandola
ella stessa sotto gli occhi nostri.
Quando nacqui io, vivevano ancora il nonno e la
nonna. Mi ricordo del nonno come di un lontano sogno: mi pare che
fosse un uomo alto di statura e che portasse un cappotto lungo
con due baveri, larghi come altre due mantelline, una più lunga
e l’altra più corta.
Ricordo che mi amava molto: mi diceva che ero il suo sole, mi dava
dei dolci.
Un dì mi portarono a lui che era nel letto: mi
volle accanto a sé; io lo accarezzai colle mie piccole mani
ed esso si mise a piangere.
Mi portarono via. Non ricordo altro
di lui. Seppi in seguito che era stato colpito da una paralisi
e non poteva parlare ed esprimeva l’affetto, versando lacrime.
Ebbe una replica e morì.
So che era uomo di specchiata onestà,
dedicato al commercio; aveva due fratelli preti, uno Don Francesco
Uditore in Genova ma che venne a morire in casa e l’altro,
il famoso Dottor Ignazio, professore di lettere in varie città d’Italia
e poeta di vaglia dei suoi tempi. Molte sue poesie e fra l’altro
un poema satirico intitolato “Il Bertuccino”,
mettevano alla gogna i personaggi della Repubblica di San Marino che toccavano
il ridicolo per ignoranza e presunzione. Lo sorprese la morte e non poté terminarlo;
lo compose nel lasso di sua lunga malattia.
Babbo ebbe un fratello e due sorelle: il fratello si chiamò Giacomo e
seguiva il padre nella mercatura. Morì di anni ventuno, in solo tre giorni
di malattia.
Babbo studiò avvocatura all’Università di Perugia e compì lodevolmente
i suoi studi.
Tornato in paese, s’innamorò della mamma e, ad onta della contrarietà dei
genitori che ambivano a dote maggiore, durò dieci anni in questo stato,
innamorato non tanto del volto quanto delle virtù di lei, risoluto di
non ammogliarsi se non con quella che il suo cuore aveva scelto.
Durò e vinse: sposò la mamma il primo dì del 1831, fu accolta
in famiglia, trattata con tutti i riguardi che si usano fra persone educate e
come meritava l’educazione, la nascita e l’onestà di lei.
Nel Dicembre del 1831 ebbero la prima figlia che chiamarono Giacomina
per rinnovare nel nome la madre del nonno; poi, nel 1833, nacqui
io e nel marzo 1835 la terza bambina che chiamarono Checchina
per rinnovare il nome del fratello del nonno.
Ricordo come cosa molto confusa un avvenimento avvenuto nella mia
fanciullezza. Mi pare che mi trovassi in un legno con due cavalli;
vi era la mamma, dei signori, io e le mie sorelline. Non so perché mi
trovai nelle braccia di un uomo che, come gli altri due, avevano
in braccio le mie sorelline; essi ci alzavano sul capo del popolo
che si affollava lungo la strada ... e urlavano forte e ci tenevano
in alto. Non ricordo altro, se non che una sera, che la memoria
non saprebbe collegare ad una data, fu gran festa in casa.
Le sale erano illuminate e le candele accese innanzi agli specchi
appesi alle pareti. Tutte le porte erano aperte e tanti tanti
signori e signore andavano e venivano: si mangiarono dei dolci,
si bevvero liquori ... ecco forse il motivo che mi s’impresse. Ma no: fu la pressa straordinaria delle persone che
vidi in casa e gli evviva che si facevano al di fuori e tanta gente che beveva
vino e mangiava ciambelle sotto il porticato e nell’andito di casa. Mi
pare di vederli con tanti orci di vino che dispensavano.
Nella mia piccola mente questo avvenimento s’impresse
come un bel quadro o meglio, come una fotografia e, fatta grandicella,
ne chiedevo spesso alla mamma: - Che era quella sera? perché tanta
gente? ... e poi perché mai
più così una festa? Ella rispondeva “- Ve lo dirò poi,
quando meglio mi potrete comprendere”.
Noi si viveva in una invidiabile pace domestica e nell’agiatezza. L’amministrazione
del patrimonio diretta da una donna d’ingegno e di buon gusto come era
la mamma, dava alla nostra casa, quasi un aspetto signorile.
La famiglia fu accresciuta prima di un maschio che morì di otto mesi di
vaiolo e che costò tante lacrime ai genitori che ambivano di averlo,
poi ancora di altri due maschi: Vincenzo che rinnovava il fratellino ed il
nonno e Ignazio che rinnovava il Professore.
Vincenzo era un fanciullo delicato, bello ed amabile. Aveva fronte
spaziosa, viso di cherubino; occhio luminoso e bruno, capelli ricci
e biondi che, in gentili anella, gli scendevano sugli omeri. Il
suo carattere era dolce ed affettuoso, perdonava facilmente e si
lasciava persuadere dalla ragione; tutti lo amavano perdutamente.
Ignazio, che chiamavano col vezzeggiativo di Zino era bianco
e biondo e non riccio, di belle fattezze, d’occhio sorridente e talvolta truce; cresceva rustico
e sfuggiva di trovarsi fra persone di soggezione. Amava la campagna, la libertà e
la caccia di qualunque genere era la sua passione. Cominciò da piccino
a dar la caccia agli insetti. Eravamo nel nostro Casino di campagna, quando la
mamma lo trovò lieto e sorridente che stringeva in mano un grosso scorpione
il quale dimenava incessantemente le sue branchie schifose per sciogliersi
da quella stretta e rivoltava la biforcuta codaccia per pungerlo.
Nel timore che lo mordesse la mamma si accostò non vista e percuotendolo
sul braccio, glielo fece gettar via e lo uccise; del che pianse non poco.
Era
poi di cuore tenero e umano verso gli uomini e le bestie; a segno di
dover uccidere polli e piccioni osservava di nascosto e se avveniva
che li vedesse morti, li recava in grembo e li contemplava tessendo
elogio delle belle penne, del becco, degli occhi che vedeva come
i suoi e piangeva amaramente.
Di temperamento sanguigno, cresceva rigoglioso e nello sviluppo
della persona, cresceva di forza, di robustezza e divenne collerico.
Contrariato, sbuffava ... s’incolleriva ... ma presto la ragione prevaleva e tornava tranquillo.
Fra tutti, io, più che gli altri, lo sopportavo, più che altri
lo scusavo e compativo perché il mio carattere era a un di presso come
il suo.
Io pure sentiva l’impeto della collera e amavo correre i campi sotto la
sferza del sole con un cappellino di paglia dal lungo nastro rosso a pigliar
farfalle, locuste, grilli, lucertole, ramarri e perfino salamandre; passavo in
campi coperti di lato trifoglio senza curarmi né di serpi né di
altre bestiacce. Solo il ragno mi faceva un ribrezzo che, neppure ora, posso
vincere: ciò è ingenito nel mio cuore essendo pure la mamma paurosissima
del ragno e così sono i miei figli, tolto Settimio che ha la forza di
prenderli in mano. Debolezza umana, ma che prova quanta influenza abbia la
madre sopra i figliuoli.
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