Del 1840 poteva avere circa nove anni, vi fu il centenario del Santo
Patrono.
Una festa che viene ogni cento anni era per noi
qualche cosa di straordinario! Il giorno si stette in città ed
io in casa della madrina della cresima (che da poco mi era stata
conferita) e che era la contessa Staccoli Porghesi, la quale, piena
di bontà per
me, soleva spesso tenermi a desinare.
Al tempo del pranzo il cav.
Bartolomeo, insigne antiquario, uomo europeo, soleva trattenersi
meco: mi faceva delle domande e rideva alle ingenue risposte, perché vivace
e spiritosa non mi confondeva né mi intimoriva.
La sera
del centenario, fummo condotti in teatro. Era tutto illuminato
a giorno e Giulio Perticari, cui Pesaro annovera fra i suoi uomini
illustri, con altri signori distinti, recitò il “Torquato
Tasso alla Corte di Ferrara”. Io non batteva palpebra. Sebbene
piccina, conosceva la storia del povero Torquato, lo sapevo buono
ed infelice e quando comparve in scena vestito in costume e la
mamma ci avvisò che
era il poeta, tutto il teatro echeggiò di evviva; noi pure
battemmo le nostre manine, partecipi all’entusiasmo comune.
La scena: era notte, la luna vagava
fra le nubi, or visibile, or nascosta. Un sontuoso palagio con
finestre a sesto acuto; attraverso dei cristalli lanciava uno splendore
abbagliante che faceva contrasto colla oscurità del
difuori.
Sul palcoscenico era una serra, vi erano boschetti, alberi e fiori.
Dall’interno
del palagio, partiva una musica come di danza: Torquato passeggiava a
lenti passi, si fermava di quando in quando, come chi pressa affanno
grave, guardando le finestre del palazzo in fondo. “Là suoni
e balli” disse “e qui un povero infelice!!!” Non ricordo
lo svolgimento del dramma so che più volte ebbi ad asciugarmi
una lacrima per le sventure del povero Torquato e lo ricordo come lo
vedessi ora.
Fatta giovane, lessi la storia tanto commovente
ed il suo poema; nella pochezza di mia scarsa istruzione, ne ammirai
le bellezze, aiutata dal babbo che me le spiegava e faceva notare.
Noi crescemmo amorose, ma di una vivacità che poche ne eguaglia.
Per quanto studiassi di essere buona e tranquilla, io non vi riusciva.
Faceva proponimenti di vincermi all’alzarmi e non arrivava la sera
che, dimenticato, non avessi rotto in qualche escandescenza.
Le sorelle mi dicevano la pazza: per ogni piccolo motivo mi davano
la baia ed io arrabbiava e dolorava dentro, rifuggendo di rendermi
delatrice. Quando era sola, piangeva: pregava la Madre di Gesù che mi facesse
morire. Quanta amarezza nel mio piccolo cuore!
Un dì, forse non ne poteva più, ovvero che ogni piccola
cosa mi sembrava un gran ché, andai da papà e gli dissi: “le
sorelle mi dicono pazza!” Babbo, forse sopra pensiero, o credendo
che scherzassi, mi rispose: “Se sei pazza, ti manderemo all’ospedale”.
Sentii una ferita al cuore che non mi permise di pronunziar verbo.
Fuggii, mi nascosi, piansi dirottamente provando un senso di abbandono
e di solitudine disperata! Mi era fatta seria, mesta; amava la solitudine.
Quante volte, nell’orticello di San Marino, mentre le sorelle si
divertivano con le mie amiche, io mi appoggiavo al pozzo e, attraverso
le sbarre che ne assicurano l’orlo, ammiravo il bel cielo che si
specchiava nel fondo ed osservavo le piccole nuvolette portate dal vento
che, rapide, si rincorrevano!
Quando succedeva pensavo, fra me stessa, che se mi fossi gettata
sotto ... dopo pochi istanti ... sarei giunta a quel bel cielo ...
ove mi si sarebbero aperte quelle porte d’oro. Là sarei vissuta felice
cogli angeli, vestita di candidi veli e, forse, con le ali d’oro
avrei potuto udire la musica del paradiso, di quel luogo beato ove avevo
sentito dire non esservi più né lutto né dolore!
E fissa laggiù, non vedeva più l’acqua, ma il cielo
e nella mia testina, naturalmente esaltata, contemplava le bellezze incomprensibili
di quel luogo che mi veniva dipinto con seducenti colori e immaginava
tante gioie, tanti fiori ... tanti voli aurei, fatti con quelle celesti
creature ... e sentiva un’irresistibile brama di gettarmi laggiù per
conseguire tanta felicità.
Se non vi fosse stato l’ostacolo, chi assicura che non mi fossi
gettata là dentro?
La mia vita era un fantasticare continuo, un far propositi ed atterrarli
alla prima occasione.
Un giorno si lavorava in camera di mammina ed io avevo fatto degli
errori nella calza. “Lascia vedere” disse mammina ed io le detti
la calza con mal garbo, della qual cosa mi riprese alacremente e mi ordinò di
guastare il lavoro. Risposi con rabbia e mi percosse sul viso. Non feci
una lacrima. Mi rizzai e, con la fermezza che fu scambiata per impertinenza,
dissi: “Questa è l’ultima volta che mi percuote”!
E, vedendo che venivo presa in mala parte, mi affrettai a soggiungere. “ Mi
percuota pure, me lo sono meritato; ma sarà l’ultima, perché non
lo ripeterò più”.
Il sorriso trattenuto delle sorelle era, in quell’istante il mio
maggior dolore.
Racconto questo aneddoto perché di qui cominciò il totale
mio cambiamento. In pochi istanti provai la rabbia, il pentimento, la
tenerezza verso la mamma e se la presenza delle sorelle non mi avesse
trattenuta, le avrei gettato le braccia al collo, l’avrei baciata
e avrei pianto sul suo seno, sfogando così, l’amarezza di
che il pentimento mi inondava il cuore.
Comprendo ora quale studio debba fare una madre sul carattere dei
figli e quanto debba essere pronta a schiacciare le passioni nascenti,
prima che l’animo se ne impadronisca, prima che il cuore ne resti avvelenato.
La povera mamma, sebbene capo e direttrice totale dell’azienda
domestica, sebbene a disposizione dei molti signori che venivano a visitarla,
dei pensieri che corrucciavanle l’animo, per l’ingiusta guerra
che facevano al caro papà, pure trovava il tempo per sorvegliarci
e giungeva improvvisa quando meno l’attendevamo e ci spiava e ci
ammoniva.
Certe notti mi prendeva da sola, mi accarezzava, mi dava qualche
cosa per confortarmi lo stomaco, come rosolio, cioccolata ecc. Ma
per quanto una madre sorvegli, difficilmente legge l’interno delle sue creature;
dovrebbe essere uno studio facile, ma non lo è. I mille pensieri,
la numerosa prole, possono facilmente far prendere abbaglio. Si può prendere
per freddezza ciò che è timore, per rossore ciò che è verecondia
e per rabbia repressa ciò che è ragione di chi non vuolsi
scolpare.
Io aveva promesso alla mamma di cambiare; l’aveva promesso a me
stessa, l’aveva promesso a Dio, piangendo e pregando caldamente
perché venisse in mio aiuto.
Era un combattimento continuo.
Non passava giorno che non avessi occasione di inquietarmi: mi
accusavano, mi deridevano. Sentivo il sangue darmi un urto al cuore
e riversarsi con forza al cervello, poi io divenivo smorta, fredda
... ma non parlavo e cercavo di sorridere.
Ciò che ho sofferto in questi
duri combattimenti che durarono più e più anni, non
so dirlo! Perdetti la mia vivacità,
la voglia di giocare; divenni macilenta, tetra; amavo la solitudine,
perdeva sempre più l’appetito, avevo freddo anche al
mese di Agosto. Si prevedeva male della mia esistenza. I genitori
furono tutta sollecitudine per me; chiamarono i medici, mi curarono,
mi nutrirono coi migliori cibi, ma per molto tempo tutto fu inutile.
Un inverno me la passai quasi sempre a letto e
nella primavera, senza fiori, senza veli senz’altro seguito
che quello della mamma, feci la mia Prima Comunione. Mi pare, se
non erro, che ciò fosse
nel 1844.
Mi sono trattenuta troppo sopra questi miei avvenimenti, solo perché sappiate
quante grazie ho ricevuto da Dio.
|