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Degli esuli e della nostra famiglia
di Emilia Belzoppi

Trovavansi in quel tempo sulle cime del Titano due specie di rifugiati, dotti ed onesti, ignoranti ed omicidiari.

Dirò ora degli esuli e della nostra famiglia.

Trovavansi in quel tempo sulle cime del Titano due specie di rifugiati, dotti ed onesti, ignoranti ed omicidiari.

Mercé i primi, il nostro paese era un ameno soggiorno; la nostra casa era aperta ad essi colla espansione della ospitalità che cerca di lenire al povero proscritto i dolori dell’esilio ed essi venivano in buon numero a riunirsi, specialmente le serate, a parlare di politica, di opinioni ed ognuno diceva sinceramente il suo parere, certo che niuno se ne sarebbe valso in male.

Per lo più si parlava di letteratura: si leggevano squarci di buoni autori e venne in campo il vecchio “Bertuccino” inedito e non finito, dello zio, canonico Ignazio Belzoppi; ma essendo non troppo morale ne sospendevano la lettura per riprenderla dopo essersi passato il manoscritto.

Savini era come della famiglia: un uomo di circa 35 anni, ammogliato con tre figli, tutto cuore ed espansione, che sentiva acerbamente le pene dell’esilio; veniva più volte del dì da noi per riconfortarsi, (diceva egli), all’amore e all’unione tenera che vedeva regnare nella nostra casa. Era professore in matematica: scriveva belle prose ed anche versi; molte cose aveva stampate, anche produzioni teatrali. Alto, sottile non troppo esile, di colorito bruno pallido, occhi nerissimi di magnetica potenza, di belle fattezze; a compire l’espressione dolce e mestamente severa di quel volto era un ricco contorno di capelli corvini e lucenti che scendeva, mezzo arricciato, sugli omeri.

Teresa, figlia del Prof. Modini era sua moglie: venne a trovarlo, abitò in casa nostra per qualche tempo, poi venne la figlia maggiore Clelia per più di un mese e, noi cercammo ricolmarle di attenzione e di affetto, cose che servirono a legare il buon Savino maggiormente a noi di riconoscenza e d’amore.

“A Emilia Belzoppi di San Marino”
Fior di vaniglia:
Più raro che non è perla in conchiglia
E nel deserto la fonte perenne,
Nacque lo fiore mio, sopra d’un sasso,
Che mira il cielo colle sue penne.
pellegrin, che volgi lassù il passo
Ammira il Fiore e non toccar la foglia,
La sentinella vi fa sempre Amore,
Né mai consentirà ch’altri lo coglia;
Giammai consentirà colgan il fiore
Se non gli doni tu prima il tuo cuore
Se non gli doni il cuore per la vaniglia
Che fa del suo giardin la meraviglia.
Di Savino Savini, 1849.

Volle tenere al fonte battesimale la prima figlia di Giacomina, (mia sorella maggiore) e le pose il suo nome perché lo avessimo sempre presente alla memoria.

Vi era il Prof. Manfredini che aveva stampato vari libri ed anche la storia di Modena sua patria. Piacevole a parlare, faceva scordare l’orridenza del suo viso che, nel sorridere, si contorceva in tutti i suoi muscoli per contrazione nervosa.

Aveva forme rotonde, tanto nel capo che nel contorno del mento: gli occhi, di vista cortissima erano contornati di palpebre rosse e corte e le sopracciglia ispide davano allo sguardo incerto un concentramento irresoluto, indefinibile. Era calvo, benché ancor giovane; e, due ciocche di capelli, simili a fiocchi, adornavano la tempia.

Talvolta, nelle giornate, per dispiaceri, o per malesseri lo prendeva il paggio, una folla di monosillabi usciva dalla sua bocca che aveva forma di cono e prima di pronunciare la parola, venivan fuori suoni in u in o in e come spinti e ritirati da uno stantuffo. Una sera che leggeva accanto alla lucerna, cominciò a soffiare i suoi monosillabi e spense il lume.

Povero Manfredini se ne disperò; e, davasi pugni al capo, maledicendo la sua sventura.


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