Un giorno che il tempo era nevoso ed una tramontanina che passava
le vesti ci teneva più strette attorno alla mamma ed eravamo
più serie e più concentrate, dopo un po’ di silenzio,
saltai su a dire:
“Mammina, ma che era quella sera tanta gente
in casa nostra? Perché tanti dolci, tanti liquori ed il
fattore ed altri davano da bere a tutti sotto il porticato?”
Io
andai sulla porta che era aperta per intera, ma tornai su subito;
mamma ci guardò in silenzio, tutte, che avevamo gli sguardi
fissi su di lei, poi disse: - Ormai siete grandicelle e gli avvenimenti
della famiglia non devono restarvi celati. Ascoltatemi.
“Era l’Agosto del 1834 e babbo
si recava in Toscana, governo, come sapete, del Gran Duca Leopoldo,
con certi dispacci che dovevano restare occulti allo Stato,
non solo Pontificio per il quale doveva transitare, ma anche
al Toscano ove lo attendevano vari amici.
Quando un governo cerca schiacciare un popolo
con imposte, con leggi umilianti, quando chiama l’intervento
dell’armi d’altri
governi per sostenersi, per farsi temere, allora il popolo
cerca ribellarsi ... scuotere il giogo ... e congiura.
Congiura
in segreto, per congiurare contro il dispotismo e si crea in
mente un governo libero ove il popolo regni sovrano e la libertà e
l’eguaglianza
rendano tutti gli uomini fratelli!
Questo è il sogno
di una gioventù inesperta, ma animosa e pronta a
soffrire ogni stento ed ogni abnegazione, pur di conseguirne
il fine. Si è veduto
il fiore dell’Italica gioventù passare per
le nostre città, per le città carico di ferri,
soffocare sotto i piombi di Venezia, poi tradotto allo
Spillbergh colle catene ai piedi, condannati a vent’anni
di carcere e buona parte per lasciarvi la vita ... mentre
tutte le prigioni dello stato riboccavano di prigionieri
politici!
Vostro padre, benché nato in suolo
libero, sentì la
pietà di tanti infelici e, per amore del sofferente,
si affratellò con
essi e pose il suo ingegno ed il suo cuore, unito ai fratelli
della patria comune, l’Italia. Ora esso credevasi
sicuro, pensava che, come da altro governo, non sarebbe
osservato ed avrebbe potuto trattare le cose senza pericolo
e senza essere osservato.
Ma non fu così.
Un vile, un Giuda, si fece
delatore e, mentre il babbo traversava lo Stato Pontificio,
passando per i monti, a cavallo ed in compagnia di un suo fido
colono, si vide improvvisamente sbucare d’attorno
degli uomini armati, dei soldati pontifici. Non pose tempo
in mezzo e, colla prontezza disperata di chi vede la morte
innanzi agli occhi, levò una carta che custodiva, se
la pose in bocca e, masticatala in fretta, se la ingoiò.
Sopraffatto dai soldati fu levato di sella, gettato a terra
e, colle ginocchia sul petto, forzato a rigettare la carta
con tanto sforzo ingoiata. Quanto può mai
la forza della volontà. Oppose resistenza e da quel
poco che rigettò, neppure un nome poterono leggere
... che se lo avessero letto, ogni nome era una testa che
avrebbe rotolato ai piedi del carnefice!”
La mamma
si fermò per asciugarsi una lacrima e vi
fu lungo silenzio.
Ella taceva ... forse il pianto le impediva la parola e
noi, oppresse addolorate ...pensavamo, senza osare d’interrogarla
ancora.
Dopo qualche tempo riprese.
“Lo caricarono di ferri e lo condussero
nel forte di S. Leo e, dopo qualche giorno, passò da
Verucchio in mezzo ai soldati; La Signorina Adelaide Ripa,
vedutolo in tale stato, ne provò tanto
dolore che cadde come cadavere in terra.
Poi lo condussero
a Rimini e finalmente alle carceri di Forlì ove
stette sei mesi. Mie care, quanto soffersi! Se aveste
veduto il dolore ... la disperazione ... la confusione del
fido Matteo Tamagnini nel tornare senza il suo giovane padrone!
Non
trovava parole ... non sapeva che dire e piangeva come un ragazzo.
Mi sentivo spezzare il cuore! Eppure dovevo vincermi. Avevo
i poveri vecchi genitori che, al nome di carcere, annettevano
disonore; li vedevo dolorare da mane a sera e non dormire la
notte, non mangiare a tavola, per la mancanza di questo unico
loro diletto.
Mi sostenni un poco, ma finii con l’ammalare
gravemente e fui anche sacramentata. Il cognato Ambrogio
Stagni, che spessissimo veniva da Cervia, ove era impiegato
ed il Prof. Bergonzi, che mi curava, scrivevano a Domenico,
sempre diminuendo lo stato grave nel quale mi trovavo
e volevano ponessi la firma per tranquillizzarlo, ma io non
vedevo e lo facevo per abitudine e Dio sa come.
Finalmente cominciai a riavermi:
la speranza che mi facevano concepire il desiderio di andare
a vederlo, di giovargli, mi animava; facevo del mio meglio
per ristabilirmi.
Appena possibile, mi recai, accompagnata
da Stagni, a Bologna dal Cardinale che era Delegato ed esposi
l’innocenza
del mio caro Belzoppi e pregai per i suoi vecchi genitori
dei quali era unico figlio, per tre innocenti creature delle
quali era padre ... e per me, che avevo bisogno di un sostegno
nel compagno che Dio mi aveva dato.
Mi rimandò alquanto
sollevata ed ebbi il permesso di parlargli alle carceri.
Presentammo al Colonnello Freddi l’ordine di vederlo.
Se volessi dirvi lo stato mio … di aspettativa e,
nel tempo che fui con esso, non lo potrei!
Il Colonnello restò sempre
presente, involto in un mantello nero: sembrava il genio del
male e teneva in mano l’oriolo
e, spirata la mezz’ora accordata, ci separò!
Avrei voluto dirgli tanto! ma la parola moriva sul labbro
e la presenza di colui mi gelava.
Partii rammaricata di
non avergli detto tutto quello che era necessario e tutto
quello che il mio cuore avrebbe voluto dirgli!”
La
mamma si tacque e pianse alquanto in silenzio, mentre noi esterrefatte,
non pronunziammo verbo, né battemmo
palpebra. |