Babbo era in città,
in seduta permanente e mandava spesso notizie sue a mezzo
di qualche militare. Quietate alquanto le cose, sentimmo
dalla sua bocca i seguenti particolari.
Il Generale
Garibaldi si presentò a me,
sempre vestito della sua camicia rossa ed eran
con esso vari ufficiali del suo Stato Maggiore:
dal suo volto, in apparenza calmo, traspariva l'interna
lotta e il cordoglio dell'animo; senza scendere
di sella mi disse:
"Cittadino Presidente! - Vengo
a voi come rifugiato, accoglietemi come tale: i miei
soldati sono affranti; qui deporranno le armi e qui
cesserà la guerra dell'Indipendenza Italiana
- A voi non dispiaccia interporvi presso il nemico
per la salvezza di coloro che mi hanno seguito!"
"Ben venga il rifugiato."
rispose commosso il povero babbo.
"Appresteremo le razioni ai vostri
soldati, ospiteremo i vostri feriti. Accetto di cuore
l'incarico che mi affidate; mi è grato compiere
un ufficio generoso: Generale, me ne dovete rendere
il contraccambio: dovete risparmiare a questa Repubblica
i disastri della guerra."
Strinse affettuosamente la mano al babbo
e lo ringraziò. Si disse che andò al convento
dei Cappuccini ove erano molti feriti, che fu accolto
come un fratello, che gli dettero qualche cosa per rifocillarsi
e che accettò.
Era guardiano il Padre Benedetto da
Fano, mi pare, che era nostro confessore, uomo istruito
- diceva papà - e di gran cuore.
Vi era pure un frate vecchio, chiamato
Padre Raffaele, già soldato di Napoleone, tanto
ben voluto da tutti; tenuto in concetto di anima assai
buona.
Si raccontava che, chiamato ad assistere
un tale signore di Verucchio, accusato in San Marino
esso vi andò; questo disgraziato lasciò che
si accostasse e lo fece chinare sopra di lui per parlargli;
ma improvvisamente lo prese per la lunga barba bianca
e lo colmò di villanie. Poco stante, morì.
Un'altra volta stava addobbando l'arco del Presbiterio
in cima ad una lunghissima scala a pioli e noi pure l'avevamo
veduto al mattino e compassionato per il grave pericolo
al quale si esponeva. Ed infatti la scala si mosse nell'allungarsi
a prendere un drappo e cadde, trascinandolo seco al suolo!
Riportò delle contusioni, ma
si può dire che restò assolutamente illeso
e, si confermò, nel popolo, l'opinione che il
Padre Raffaele era un sant'uomo e che, in esso erasi
operato un miracolo. Questo antico soldato, forse sentiva
ancora lo spirito marziale per tanto tempo sopito, rimescolarsi
alla blandizia di frate, nel trovarsi in mezzo a questo
resto di una valorosa armata, presso a disciogliersi!
Si fece innanzi al Generale e gli raccontò che
uno dei suoi compagni d'arme, sul far del giorno, gli
aveva consegnati quei poveri feriti con queste parole:
"Ciò che farete a qualunque
dei miei poveri, sarà come fatto a me".
Pare che queste parole sorprendessero
il Generale, non sapendo a chi attribuirle. Si seppe
in seguito che fu il povero Ugo Bassi, che lasciò anche
al guardiano i bossoletti dell'olio Santo, dicendogli:
- Prendete, ve li dono, teneteli per mia memoria; non
stanno più bene nelle mie mani.-
Di lì il Garibaldi scrisse il
bellissimo proclama ai suoi soldati avvertendoli di rispettare
i cittadini; e, svincolandoli dall'obbligo delle armi,
li dichiarò liberi di tornare alla vita privata,
rammentando loro però, che l'Italia aveva sempre
bisogno dei suoi prodi e, perciò si tenessero
pronti.
Mio padre intanto mandò i suoi
ambasciatori ai Generali austriaci che circondavano la
Repubblica: il Segretario di Stato Giovambattista Bonelli
a Rimini e il tenente Gianbattista Braschi, uomo franco
e di coraggio, dall'Arciduca Ernesto il quale veniva
verso il piccolo di Fiorentino ed anzi, aveva passato
il confine senza (diceva egli) essersene accorto.
Era credenza, per le nostre campagne,
che un vegliardo di aspetto venerando erasi fatto innanzi
all'Arciduca e gli aveva detto: "Fermati, sei al confine
della Repubblica!" E il Duca si fermò.
In tutte le circostanze il popolo pone
qualche cosa di straordinario e di meraviglioso, ma prova
però quanta fiducia ponga per il sostegno della
libertà nella protezione di Colui che la fondò!
Mi pare che il tenente Braschi avesse
a soffrire qualche cosa prima di essere presentato all'Arciduca;
e, le ambascerie non riuscirono conformi ai desideri
dei Reggenti e molto meno del Generale, il quale non
sarebbe mai sceso a patti umilianti.
Quando il Generale venne in Borgo era
a cavallo, aveva seco vari ufficiali che noi non distinguevamo
perché il grado non appariva come agli altri soldati:
avevano tutti le camicie rosse il cappello morbido a
falda larga e un "fisciù" al collo.
Io mi trovava alla finestra di una stanza
che dava sulla piazza ed era in compagnia di Savino
Savini deputato alla Costituente. Quando
Garibaldi passò, Savino me lo additò ed
io lo guardai con interesse, con una specie di venerazione
e provava nell'animo una commozione che non saprei ridire.
Mentre osservava così, Savino
chiama: Bassi!
Bassi! ed ecco un soldato, alto ben fatto,
con uniforme rossa, alzar verso di noi la faccia abbronzata
dal sole che portava l'impronta della fatica e dei patimenti,
aveva occhi neri scintillanti, lineamenti regolari, barba
un po' divisa sul mento quasi quella del Redentore e
capelli neri, crespi che toccavan appena le spalle.
Tale era Ugo Bassi che aveva cambiata
la veste di Barnabita colla divisa di soldato italiano,
non per dispregio di quella, ma solo per aver un vestiario
che meglio si addicesse alla vita del campo. Le chiese
il Savini del come andassero le trattative; "-Male-" rispose
il Bassi, "fin qui si vuole la resa assoluta, ma non
l'avranno che a caro prezzo" e si allontanò per
raggiungere il Generale che entrava nella locanda Michetti.
Mentre i soldati erano al bivacco, per
la piazza e sotto i portici, tutto il paese, mosso a
pietà, confortava quei miseri soldati stanchi
e affranti ... chi giaceva inerte, chi apprestava il
vitto; ma ecco, un allarme per ogni dove, li ripone sossopra
in un attimo. Io, dalla finestra del vicolo, li incoraggiava,
auguravo loro fortuna, li animava a vincere ed essi me
ne sapevan grati e mi dicevan "sorella" e mi gettavan
baci. Se uno solo dei miei vi fosse stato, io non avrei
aperto bocca; ero sola e svelava a quei poveri giovanotti,
l'interno slancio dell'animo mio.
Poco dopo tutto tornò; fu un
falso allarme cagionato da uno squadrone di cavalleria
che era andato ad abbeverare i cavalli a Fonte Vecchio
a un chilometro poco più dal paese.
L'ambasciata di Rimini si attendeva
ancora. Verso le 5 pom. Molti garibaldini a cavallo,
con lancia in resta, ufficiali e buon numero di fanteria
erano schierati sotto le mura in attesa del nostro Ambasciatore,
tutti eran pronti a dar cara la vita se i patti non fosser
stati onorifici.
La nostra casa faceva frontiera; e il
nostro buon Savino diceva: "Se si batteranno, la casa
sarà inevitabilmente presa per far fuoco dalle
finestre sugli Austriaci."
Noi avevamo la nostra zia Luigia quasi
morente, "Povera vecchia" io andava dicendo, avrà vissuto
i suoi 97 anni per non chiudere i suoi occhi privi di
luce nel suo letto ed essere trasportata chi sa dove.
Questo pensiero mi accuorava per qualche istante, ma
presto andava alla finestra e tornava tutta ai garibaldini.
Dopo lungo attendere ed accrescersi
d'armati sotto le mura arrivò il nostro Ambasciatore,
accompagnato da un ufficiale austriaco; allora l'aiutante
di campo della Legione si accompagnò agli ambasciatori
e insieme si diressero alla volta della città.
Fatti pochi passi, il tedesco cadde a terra, accompagnato
dai voti in cuore: "che ti fossi rotto il collo" di tutti
gli astanti.
Io non ricordo partitamente i punti;
so che papà fece del suo meglio per conciliare
la cosa, ma Garibaldi accettò parte del trattato,
ma ciò che riguardava sé stesso, no e decise
di partire.
Aveva seco la povera Anita nel suo ottavo
mese di gravidanza. Ciò che avrà sofferto
quest'anima grande, di travagli, d'incomodi, di privazioni,
d'affanni di ogni genere, non può mai credersi
abbastanza ... A S. Marino ebbe il secondo assalto di
febbre perniciosa e al terzo morì nella capanna
di un pastore nella pineta di Ravenna ed ivi sepolta.
Quando il mio pensiero ripassa questi
avvenimenti e considero le sofferenze di quell'anima
grande, gli strazi provati da quella tempra d'acciaio
... un brivido mi corre lungo le ossa, il pianto m'inonda
il ciglio e, non posso trattenermi dall'esclamare: Era
veramente un eroe!!
Il mattino di poi, quando i Garibaldini
si accorsero che il Generale era partito, fecero tumulto
sotto le mura della città e volevano entrarvi
per trincerarsi e morire prima di arrendersi.
Ma i Sanmarinesi tennero forte a non
volerli ricevere per non sacrificare il paese, finché la
ragione poi subentrò al prisco furore; e, fra
il timore delle vicine falangi e le persuasive parole
del Colonnello Sacchi, (che ho conosciuto benissimo)
e di un altro ufficiale, si persuasero a deporre le armi
e consegnarle ai rappresentanti della Repubblica.
Frattanto, parte di questi poveri valorosi
si nascose presso ospitali famiglie e parte, travestiti
giravano per il paese cercando di vendere i cavalli,
bardature, pistole e moschetti: con una lira si comprava
un moschetto, con 5 o 10, un cavallo bardato. Sebbene
si temesse del nemico, la gente comprava, non per spirito
di guadagno, ma anche per levare a quei poverini oggetti
che erano inutili e di peso. Cavalli pregiati di principi
romani furono richiesti e pagati a caro prezzo.
Alla sera, un ambasciatore dell'Arciduca
venne a chiedere ai Reggenti il resto dei Garibaldini
rimasti in Repubblica nonché le armi depositate
ed ottenuto dai reggenti il permesso si avanzarono dai
vari posti ove erano accampati in più di 12.000,
il borgo, la città, i dintorni era divenuto un
tramestio di croati e di austriaci che rimasero per il
bivacco e dormirono la notte. Quale differenza passava
fra i nostri fratelli! Non poteva il cuore scansarci
dal provare un sentimento d'odio per costoro che opprimevano
la libertà e scrutavano il pensiero per trovare
qualcuno degni di catene e di carcere.
S'ebbero le armi che cedevano; e non
poteva rattenersi il pianto vedendo vedendo passare carri
d'armi che avevano servito ad inutile difesa della patria.
Non rammento che avessero prigionieri. Il dì che
bivaccarono i tedeschi e si trattennero in paese, buona
parte dei garibaldini, poveramente vestiti, apprestavano
viveri, portavano acqua, in qualità di facchini
per non essere riconosciuti.
Noi avemmo sempre una sentinella alla
porta - chiesta da mamma - per essere sicuri di non essere
perquisiti in casa, come si diceva. Avevamo il povero
Savini che presso noi era al certo più sicuro.
Passato questo momento critico per la
Repubblica, i Reggenti non ebbero tregua per gl'inviti
e le intimidazioni del governo Pontificio che reclamava
tutti gli emigrati presenti nella Repubblica. Comunque,
ottennero per essi il passaggio in Toscana e, provvisti
di danaro e passaporto, s'imbarcarono a Livorno. Io,
poi non mi rammento bene di tutti questi fatti, ricordo
solo queste poche particolarità, perché aveva
qualche memoria; ma per esteso le narra il Fattori, Antonio
Modini ed ultimamente il prof. Franciosi.
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