Babbo, contro la volontà della nonna e della zia Luigia, vecchia
zitella, sorella del povero nonno, comperò in Verucchio dai Signori
Ripa il convento dei Padri Cappuccini che venne soppresso sotto il governo
di Napoleone I. Questi signori che facevano luogo di villeggiatura e siccome
abitavano in paese, la vicinanza glielo rendeva un soggiorno comodo e piacevole.
Lo abitavano, così come era, anzi lasciandolo andare alla peggio,
tanto che quando passò nelle mani di papà era in totale decadenza.
Si racconta che quei signori vi facessero
raduni e baldorie notturne e che la nonna, vecchia signora
di nome Violante ed il marito Signor Andrea proibivano
assolutamente simili cose, sicché la nuora che
era di gran spirito e i figli insieme (erano tre), pensarono
di spaventare i poveri creduli vecchi, trascinando catene
e rotolando una palla di cannone per il corridoio, facendo
credere che le anime dei poveri fraticelli, chissà come
condannate, tornassero irrequiete al loro antico possesso.
Così i poveri vecchi tornarono
alla loro casa, lasciando libero campo ai giovani di
fare ciò che a loro gradiva. Questi nobili signori,
poco dopo, morirono e furono sepolti nell’antica
chiesa dei Cappuccini, già da qualche tempo soppressa
e poi venduta insieme al convento e alle loro povere
spoglie.
Quando, nei restauri, la mamma volle
accomodare una bella chiesina, prima di fare il piantito,
chiese se volevano levarli ovvero se farne una lapide
che ricordasse dov’erano le ossa degli avi loro;
ma essi risposero che si facesse pure il piantito perché trovavano
inutile farvi una dimostrazione, dopo tanti anni.
La prima volta che babbo condusse la
mamma a vedere questo ameno luogo, condusse anche me
e Giacomina.
Sorge, questo fabbricato, sul culmine
di una collina più alta di quella dove é il
paese; è esposto a mezzogiorno, contornato di
alberi e, rimpetto alla porta di mezzogiorno, vi era
una folta capanna di alberi di olmi che metteva in un
lungo viale di alberi fronzuti che davano un piacevole
rezzo; in fondo vi era selvetta nella quale crescevano
fragole, mammole, madreselve, ciclamini e tanti altri
vari fiorellini che ci facevano innamorare.
Vi si va dal paese, uscendo dalla porta
di Passarello ove sono due vie, una detta la lunga, che è carrozzabile,
l’altra più breve, via Cupa, a metà della
quale s’incontra, a destra, un vaghissimo monticello
denominato Monte Ugone, dall’essere un fortino
di Ugo Malatesta e sul quale esiste ancora una torricella
rotonda fabbricata proprio dirimpetto ai Cappuccini;
per tradizione, si dice essere un luogo di vendetta di
quelli antichi feudatari.
Questo sito di care memorie era ricoperto
di un tappeto di finissima erba e talmente smaltato di
primoline, che era un piacere ad ammirarlo.
Di rimpetto al paese, sopra un piedistallo
di bianchissimo sasso, sorgeva una grossa croce tinta
di rosso che, colle sue larghe braccia, sfidava i venti
e le procelle. Ho riflettuto più volte: su questa
croce, un santo simbolo di pace innanzi al paese ove
regnano tante passioni e tanti dissidi.
Bene sta quella Croce: nel chiostro
il rintocco della sua campana, massimo nel silenzio della
notte, quando chiama i fraticelli a pregare
per lunghe ore, desta, anche nel cuore battagliero, un
pensiero di pace e forse l’invidia verso chi veste
l’umile saio; mentre la Croce, con la sua maestosa
presenza, proclama agli animi turbolenti: pace fratelli,
pace per amore di quel Dio, che su questo duro tronco,
morì per voi.
Per questa via più breve, si
accede anche oggi al Convento; rimpetto a questo
era la chiesa e la porta del Chiostro. Entrando, si era
subito nel cortile da due lati porticato a loggia inferiore
e superiore, mentre agli altri due lati era il fabbricato.
Quando vi andammo si mangiò dai
signori Ripa e sebbene contassi appena sette anni, mi
ricordo delle gentilezze che ci usarono; e siccome io
vestiva da uomo ed era vispa ed aveva lunghe anella bionde
cadenti sugli omeri, mi accarezzavano e mi davano dei
dolci.
Il fabbricato, come innanzi dissi, era
in totale stato di decadenza: al pianterreno mancavano
i pianciti; al refettorio i muri erano scrostati, senza
vetrate le finestre e, dalle ferrate di queste, cresceva
il cardo selvatico, l’ortica ed altre erbacce.
Il di fuori pure era incolto e tutto dava l’idea
dell’abbandono, della trasandatezza e del vandalismo.
Nella casa, un tempo di Dio erano immondizie, fieno e
rottami. Gli altari erano mezzi diroccati; candelabri,
lampade, cantaglorie, via crucis, parte appese, parte
a terra ... tutto ammuffito, sudicio e malandato. Sebbene
bambine, quello stato di cose ci colpì e maggiormente
perché la mamma si era fatta seria, mesta ...
veniva raccogliendo qualche cosa e lo posava sull’altare.
Si uscì presto di lì e
l’aria balsamica, il sole ridente, la buona compagnia
dei padroni dissiparono la mestizia d’una impressione
ricevuta al pensiero d’un passato tanto diverso
dall’avvenire che stava per svolgersi in questo
luogo.
Il contratto si effettuò e dopo
qualche mese, si veniva a farvi delle sfuggite piacevoli.
Noi correvamo nel bosco e nei campi ed i nostri genitori
andavano ideando i restauri dal farvi per renderlo comodo
ed abitabile.
Nel maggio di una bella primavera,
ci dissero che si sarebbe venuti a Verucchio, ai cappuccini.
Si fecero dei preparativi: si approntarono letti, suppellettili
per la casa, utensili di cucina. Ne caricarono due birocci;
babbo, mamma e la Giacomina sopra degli asini, io e Checchina,
una per cesta, sopra un altro. Vincenzino lo portava
la mamma, mentre Zino lo faceva portare da una donna.
Quante volte abbiamo fatto questi viaggi
di andata e ritorno. Noi bambine sempre in cesta colle
nostre bambole, i loro lettini e tutto il resto.
Il disopra del convento era abitabile;
erano celle e lunghi corridoi. La scala era di mattoni
con, in cima agli scalini, un regolo di legno. Sul pianerottolo,
al muro era un’immagine di Maria Santissima che
allattava il bambino. Nel braccio più lungo del
corridoio, pure sul muro, una bella immagine dell’Immacolata
col capo contornato di dodici stelle e il serpente sotto
i piedi.
Papà prese muratori, falegnami,
operai ed in breve tutto cambiò aspetto. Furono
fatti muri, cantoni in pericolo, atterrate pareti, fatti
pianciti e soffitti, imbiancate e dipinte stanze, rifatta
la cucina, la camera da desinare, da ricevere, da lavorare
con stufe, caminetti, studio per il babbo; tutto ciò al
pianterreno. In poco tempo, sorse un giardinetto di vaghi
fiori, muriccioli adorni da più che cento vasai
ed in pochi anni tutto fu posto a coltivazione. Fabbricò la
casa al colono e tutto intorno fu messo a frutta, gelsi,
verdura e fiori.
Man mano che si andava crescendo in
età, cresceva in noi l’amor della cara patria
nostra e la non si lasciava mai senza rammarico, né si
tornava senza baciare le sante zolle del nostro libero
nido.
Un dì, non ricordo di quale
anno, inoltratosi l’inverno, la mamma ed il babbo
erano venuti ad abitare il loro quartierino d’inverno,
in S. Marino; essa consisteva in una stanza lunga e stretta,
tutta interna, salvo la facciata in fondo che aveva una
larga e ben difesa finestra; alla parte opposta, una
grande e comoda alcova ove era il letto e la cuna; e
di lì, per mezzo di una porticina, in uno stanzino
oscuro ove era un lettino per noi tre grandi, un tavolino,
una cassettina ed al muro un gran quadro di S. Teresa
che portava scritto “O patire o morire”.
La camera di mamma era il nostro soggiorno:
vi era un caminetto, nostra delizia ove ci scaldavamo,
cocevamo castagne e tortelli; inoltre dava all’ambiente
un tepore primaverile. Dirimpetto al muro opposto un
sofà, un tavolo da lavoro, la poltrona di mamma
e alcune seggiole. Le pareti erano dipinte e adorne di
quadri; il piancito ben coperto di stuoie ove i piccini
si sollazzavano ruzzolandoci sopra.
Mi pare di rivedermi, ora, in quella
camera: la mamma al suo posto e noi tutte al nostro lavorare
oppure attorno ad essa, che c’intratteneva in racconti
e parlari di religione, di morale e di cose che erano
volte al formare il nostro animo alle virtù.
Babbo, per solito, stava nel suo studio.
Molti signori della città, il
medico, lo speziale, il segretario degli affari esteri
e vari nobili venivano a trovarlo e s’intrattenevano
con lui sulle notizie politiche, sugli affari del nostro
Stato.
Noi cedevamo il nostro posto e ci ritiravamo
accanto alla finestra, finché la mamma diceva:
- Potete andare.
Si salutava e si varcava la porta con
forzato contegno e, appena fuori eravamo uccelletti usciti
di gabbia e via a precipizio in cucina, per le scale,
nei soffitti ... e un ridere, rincorrerci, un fare a
braccia ... che era un piacere.
Eravamo vivaci e piene di salute!
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