L'Eroe e la Repubblica di San Marino
L'EPISODIO
Il ricordo di G. Garibaldi se vivo è nel cuore degli italiani che in Lui hanno avuto uno dei maggiori fattori della loro indipendenza ed unità, parimenti vivo è nel cuore del popolo sammarinese, non solo per un sentimento di ammirazione verso Chi, cavaliere del genere umano, esempio delle più grandi virtù, consacrò la vita tutta ad una santa causa, e per un sentimento innato di italianità, per cui considera come gloria propria la gloria d'Italia, sì anche perché mena a sua ventura e a suo vanto l'aver potuto accogliere fra le braccia e proteggere l'Eroe in un momento di suprema sventura.
Vi ha ancora in S. Marino chi fu testimone in quel dì memorando in cui Egli giunse alle mura del piccolo capoluogo della Repubblica. Lo ricordano ancora sul Suo cavallo, stanco, trafelato, palpitante, ma sempre pieno di ardimento, sempre maestoso e bello, i capelli d'oro e la camicia di sangue sfavillanti al sole, nell'atto di varcare la soglia di quel paese, che rifugio e salvezza a Lui e a quelli che lo avevano seguito doveva procurare.
Ma chi non sa quanti disagi, quante sofferenze prima di giungervi ?
Caduta la gloriosa Repubblica di Giuseppe Mazzini dopo una difesa che ci ricorda il valore degli eroi cantati dagli antichi poeti, Egli aveva dovuto lasciare Roma, eretta a dignità di repubblica da sì poco tempo, la Roma del Suo grande sogno, ed era partito con un manipolo di superstiti di quella difesa dopo aver gridato, con una speranza ancora: V'offro fame, battaglie, agguati e morte. Chi vuol mi segua.
Che importava di fame, di battaglie, di agguati, di morte a chi con Lui, sotto il suo sguardo dominatore, che dava forza e coraggio e creava gli eroi, aveva avuto la gloria di difendere l'Urbe eterna, aveva conosciute le glorie di tante giornate ? Fra quei prodi v'era fra gli altri Anita sua, v'erano Cenni, Forbes, Marochetti, il tribuno Ciceruacchio, l’eroe di Polonia Francesco Nullo, il barnabita Ugo Bassi, gente provata a tutte le sofferenze, pronta a dare la vita in olocausto a chiunque la reclamasse nel nome sacro di libertà. E tutti seguirono il Duce nel lungo e faticoso andare per valli, per colli, per monti e dirupi, attraversando paesi amici ed ostili, inseguiti, incalzati da ogni parte senza tregua dagli Austriaci fino a che sfiniti deteriorati di numero, ormai privi di viveri, sanguinanti, giunsero al monte Tassona al cospetto del Titano, la cui libera vetta al sol gioconda fu salutata da grida di giubilo e di speranza.
Oh! come bella e nitida apparia
la mole tua ne l'aria d'ametista,
O San Marino, fior di leggiadria!
La visione del Titano suggerì a Garibaldi il divisamento di cercare là su asilo e scampo per Sé e i Suoi, essendo impossibile, viste le sconsolanti condizioni di questi, proseguire la marcia, raggiungere l'Adriatico e correre alla difesa di Venezia.
Infatti le truppe garibaldine alle 8 del mattino del 31 Luglio, giorno più sopra ricordato, dopo avere l'Eroe inviate ambascerie ai Capitani Reggenti la Repubblica per mezzo del Quartiermastro Francesco Nullo e di Ugo Bassi, si trovarono alle mura di San Marino, guidate dal coraggioso artigiano sammarinese Francesco Della Balda, quello stesso che il giorno innanzi, a tarda notte, incurante del pericolo di essere sorpreso dagli avamposti nemici, aveva messo a grande repentaglio la vita, recando a Garibaldi un messaggio in cui gli venivano indicati i luoghi e il mezzo per trarsi in salvamento.
Il Generale fu accolto, in una modesta casa privata ove s'erano adunate le autorità della Repubblica, dal Reggente Domenico Maria Belzoppi, che con affettuose parole gli promise ospitalità e soccorso e l'avvertì che già aveva fatto apprestare le razioni per i suoi soldati e aveva fatto ospitare e curare i feriti.
Il Generale partiva ringraziando e prendeva stanza, ricevuto con cordialità dal Padre Raffaele da Fossombrone e da Padre Angelo da Carbonara, ex soldato napoleonico, nel convento dei cappuccini, donde lanciava un memorando proclama ai suoi militi.
All’opera generosa del governo s'aggiunse anche quella dei cittadini che, uomini e donne, senza distinzione di parte, di ceto e d'età gareggiarono fra loro nel porgere ai poveri garibaldini ogni cura, aiuti e incoraggiamenti.
Garibaldi, Anita ed altri prodi furono ospitati dal generoso caffettiere Lorenzo Simoncini, la cui casa divenne il quartier generale dello Stato Maggiore garibaldino, mentre la Reggenza veniva intraprendendo con sollecitudine e zelo le pratiche col nemico. Furono infatti inviati quali legati al generale Maggiore De Hahne il Segretario Giovanni Battista Bonelli, e all'Arciduca Ernesto il tenente Giovan Battista Braschi, che per compiere la sua delicata missione dovè affrontare non pochi ostacoli e sentì al suo ritorno fischiare e sfiorargli il capo le palle nemiche.
Le pratiche furono lunghe e condotte con tutta maestria, ma ciò nonostante fruttarono sì duri patti per Garibaldi, che questi disdegnando accettarli, pronunciate le memorabili parole “Un buon repubblicano non capitola mai” scriveva alla Reggenza che per le condizioni inaccettabili impostigli dagli Austriaci era costretto a sgombrare il territorio. Usciva poi da S. Marino di notte tempo con la guida sammarinese Nicola Zani e coi suoi più fidi, fra cui. pure Anita, che nonostante fosse oppressa dalle sofferenze della gravidanza e dalle passate fatiche, l'aveva voluto come sempre, ad ogni costo seguire riluttante alle preghiere dei buoni sammarinesi, i quali desideravano rimanesse ancora fra loro, e a quelle anche del suo biondo Eroe. Ma l'Eroe doveva lasciarla esanime poco tempo dopo nella ravegnana pineta con lo schianto ,nel cuore e senza il conforto di darle onorata sepoltura per correre alla salvezza della propria vita tanto preziosa alle sorti e alla grandezza d' Italia.
A questa grandezza della madre patria, così, contribuiva del suo meglio, con un atto generoso che poco mancò non le costasse la perdita dell' indipendenza, anche la piccola Repubblica, la quale ha saputo fare, in un momento tanto critico, quando tutti insidiavano il Duce, ciò che non volle un governo ben più forte del nostro, quale era quello di Toscana. Essa sfidò, come disse in un magistrale discorso l'Ori. Angelo Battelli, il mondo intero, sdegnando menzogne diplomatiche, cavilli procedurali e la grande ignavia dei più che non sa affrontare l'ira dei potenti e meritava sì quindi le simpatie d’ogni popolo civile e l'affetto di cui oggi l'Italia benevolmente e costantemente l'onora.
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