Dirò ora degli esuli
e della nostra famiglia.
Trovavansi in quel tempo sulle cime
del Titano due specie di rifugiati, dotti ed onesti,
ignoranti ed omicidiari.
Mercé i primi, il nostro paese
era un ameno soggiorno; la nostra casa era aperta ad
essi colla espansione della ospitalità che cerca
di lenire al povero proscritto i dolori dell’esilio
ed essi venivano in buon numero a riunirsi, specialmente
le serate, a parlare di politica, di opinioni ed ognuno
diceva sinceramente il suo parere, certo che niuno se
ne sarebbe valso in male.
Per lo più si parlava di letteratura:
si leggevano squarci di buoni autori e venne in campo
il vecchio “Bertuccino” inedito e non finito,
dello zio, canonico Ignazio Belzoppi; ma essendo non
troppo morale ne sospendevano la lettura per riprenderla
dopo essersi passato il manoscritto.
Savini era come della famiglia: un
uomo di circa 35 anni, ammogliato con tre figli, tutto
cuore ed espansione, che sentiva acerbamente le pene
dell’esilio; veniva più volte del dì da
noi per riconfortarsi, (diceva egli), all’amore
e all’unione tenera che vedeva regnare nella nostra
casa. Era professore in matematica: scriveva belle prose
ed anche versi; molte cose aveva stampate, anche produzioni
teatrali. Alto, sottile non troppo esile, di colorito
bruno pallido, occhi nerissimi di magnetica potenza,
di belle fattezze; a compire l’espressione dolce
e mestamente severa di quel volto era un ricco contorno
di capelli corvini e lucenti che scendeva, mezzo arricciato,
sugli omeri.
Teresa, figlia del Prof. Modini era
sua moglie: venne a trovarlo, abitò in casa nostra
per qualche tempo, poi venne la figlia maggiore Clelia
per più di un mese e, noi cercammo ricolmarle
di attenzione e di affetto, cose che servirono a legare
il buon Savino maggiormente a noi di riconoscenza e d’amore.
“A Emilia Belzoppi di San Marino”
Fior di vaniglia:
Più raro che non è perla in conchiglia
E nel deserto la fonte perenne,
Nacque lo fiore mio, sopra d’un sasso,
Che mira il cielo colle sue penne.
pellegrin, che volgi lassù il passo
Ammira il Fiore e non toccar la foglia,
La sentinella vi fa sempre Amore,
Né mai consentirà ch’altri lo coglia;
Giammai consentirà colgan il fiore
Se non gli doni tu prima il tuo cuore
Se non gli doni il cuore per la vaniglia
Che fa del suo giardin la meraviglia.
Di Savino Savini, 1849.
Volle tenere al fonte battesimale la
prima figlia di Giacomina, (mia sorella maggiore) e le
pose il suo nome perché lo avessimo sempre presente
alla memoria.
Vi era il Prof. Manfredini che aveva
stampato vari libri ed anche la storia di Modena sua
patria. Piacevole a parlare, faceva scordare l’orridenza
del suo viso che, nel sorridere, si contorceva in tutti
i suoi muscoli per contrazione nervosa.
Aveva forme rotonde, tanto nel capo
che nel contorno del mento: gli occhi, di vista cortissima
erano contornati di palpebre rosse e corte e le sopracciglia
ispide davano allo sguardo incerto un concentramento
irresoluto, indefinibile. Era calvo, benché ancor
giovane; e, due ciocche di capelli, simili a fiocchi,
adornavano la tempia.
Talvolta, nelle giornate, per dispiaceri,
o per malesseri lo prendeva il paggio, una folla di monosillabi
usciva dalla sua bocca che aveva forma di cono e prima
di pronunciare la parola, venivan fuori suoni in u in
o in e come spinti e ritirati da uno stantuffo. Una sera
che leggeva accanto alla lucerna, cominciò a soffiare
i suoi monosillabi e spense il lume.
Povero Manfredini se ne disperò;
e, davasi pugni al capo, maledicendo la sua sventura.
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