Per darvi un’idea di che stirpe mi fossi, vi dirò che una
notte che non potevo dormire ed avevo il lettuccio accanto al letto dei
genitori, dalla parte del babbo, cominciai a piangere e babbo a dirmi di
stare quieta.
Invece di cedere, piansi più forte
e, alle minacce, aggiunsi di volere fare ciò per
fargli dispetto e battevo il capo nella testiera di legno,
finché, impazientitosi, il babbo si alzò e
mi batté forte col tacco di una sua papuccia.
Quello che era in me di non comune si è,
che dopo fatte quelle escandescenze, nasceva in me tale
un pentimento che mi rodeva per giorni e giorni: piangevo
... pregavo le donne di servizio a condurmi nella chiesa
della Madonna e mi ricordo che da piccina di quattro
o cinque anni, volevo andarvi scalza e volevo ungermi
con olio benedetto per ottenere la grazie di divenire
buona; ma poi non perseveravo in tale proposito.
Dico queste cose per farvi conoscere
che ero una pessima bambina, che mio padre aveva mille
ragioni per battermi e che mille volte ho benedetto e
benedico la mano mi ha percossa.
Con quanta riconoscenza ricordo che
la mamma diminuiva i miei torti e, nel vestirmi, faceva
vedere al papà le lunghe lividure delle mie cosce,
il che faceva forse per renderlo più guardingo
nel battermi.
Con quanta riconoscenza pure ricordo
quando il mio buon Santolo Dott. Bergonzi diceva ai miei: “Non
la percuotete, non la irritate, poverina! E’ malata
di verminazione.” E quando vedeva il torbido, mi
prendeva in groppa al suo petto col braccio sinistro
e mi portava per qualche giorno a casa sua che era la
casa della sorella di mia madre; lì io ero lieta
e tranquilla. Il povero Santolo mi dette delle medicine
che uccisero tutti quanti i vermi che erano dentro di
me innumerevoli ed io subii un cambiamento e divenni
più tranquilla.
Non ricordo in che anno, credo tra
il 1839 ed il 1840, si ammalò il povero Santolo
e fui condotta a trovarlo: era lui che voleva vedermi;
mi volle sul letto, mi accarezzò, mi lisciava
i capelli ricciuti, mi fissava negli occhi, mi baciava
... e si asciugava le lacrime, quando mi rimandò:
io varcai la soglia sempre col capo rivolto verso di
lui e col piccolo cuore in tumulto.
Dopo pochi giorni morì: piansi
... io perdevo un difensore, un essere che mi amava e
che amavo io pure tanto. Sentivo in cuore un vuoto che
la vivacità di fanciulla non valse a cacciare
per vario tempo. Questo fu il primo dolore.
Fatta grandicella, smisi gli abiti
maschili, cominciarono le scuole, ma per me il lavoro
era un peso, perché la mia vivacità mal
soffriva di star seduta per ore allo studio ed al lavoro.
Le mie sorelle mi davan la baia ed io arrabbiava, piangeva,
prendeva castighi. Voleva sempre vincermi ... e non ci
riuscivo.
Poteva avere 10 anni, ammalò gravemente
la Marietta d’infiammazione di cervello. Un fiero
dolore di capo la tormentava giorno e notte e si entrava
in camera con tutte le precauzioni per non far chiasso.
Una volta al dì ci era permesso
di vederla. Sopraggiunse il delirio: non conosceva più.
La curava con tutto l’impegno
il Dott. Angeloni che era un giovanotto; la vedeva spesso
il Dott. Lazzarini, fu fatto venire il padre che ella
appena riconobbe e che non trovò a ridire della
cura intrapresa.
Dopo ventiquattro ore, ripartì,
sicuro di non più rivederla.
Poverina! Aveva 16 anni, ben sviluppata
superava l’età; moretta, colorita, di belle
forme; buona, docile, divota era amata da tutti, non
solo in famiglia ma anche dall’intero paese.
Dopo ventiquattro giorni di penosa malattia
rese l’anima a Dio. Morì senza aver conosciuto
di morire. In tutta la sua malattia diceva sempre di
star bene. Fu un gran cordoglio in famiglia ma per la
buona nonna fu un crepacuore!
Era la sua compagna di letto, di preghiera,
di lavoro. Aveva la responsabilità presso ai genitori
e aveva per essa un affetto immenso e Dio la colpiva
nel più vivo del cuore.
Fummo allontanate quel dì, ma
quando il mattino di poi, addolorate e col capo chino
stavamo intorno al focolare, dalla stanza ov’eravamo
si udivano i colpi di martello che mandavano una eco
lugubre … e che, dall’orecchio … si
ripercuotevano al cervello e dal cervello ricadevano
sul cuore. Non ho più dimenticato l’impressione
che provai, la sento ancora! Erano i chiodi che, a forza
di colpi erano cacciati a serrare la nostra cara fra
quattro assi in abete, ultima custodia del povero cadavere!!!
Il dolore che ne provò la povera
nonna non è da dirsi. Ella l’aveva tenuta
sempre seco: dormiva con essa, la conduceva alla chiesa
e qualche raro passeggio; avrebbe formato ella quel cuore
e quell’indole dolce; era la sua compagna.
E siccome la nonna aveva rinunciato
volontariamente all’azienda domestica, lasciando
tutto il fare alla mamma, perché la conosceva
capace, così viveva nel suo appartamentino, ritirata
e contemplativa; ma finché visse Marietta se la
teneva presso e, nelle ore del lavoro, andavano nella
stanza della vecchia zia Luigia e vi stavano sino all’ora
della visita al Santissimo.
La nostra vita era ben diversa. Fanciulle
ancora, vispe come farfalle, prendevamo le nostre ore
di ricreazione con frenetico trasporto e la visita alla
zia consisteva di andarla a trovare due volte al giorno,
mattina e sera. La sua, al contrario era una vita di
abnegazione e che ricordi io, solo due volte è venuta
con noi al teatro. Ella era stanca di questa vita di
ritiro: e quando i fratelli venivano, al tempo delle
vacanze, a passare un mese o due da noi ella gioiva:
la portavano fuori e desiderava ardentemente di stabilirsi
a Fano con la sua famiglia.
L’ho vista piangere dirottamente
quando i fratelli che amava tanto, partivano!
A 16 anni la vita sorride; uno slancio
dell’animo abbraccia il creato ... si cerca nell’ignoto
... si ha bisogno di aria, di luce, di fiori ... infine
di un affetto che non sia di famiglia.
La poverina sparve ... ed io la vedo
ancora, nelle sue ore di concentrata mestizia, appoggiata
al davanzale della finestra, sostenersi il viso nelle
mani e fissare il cielo coi suoi grandi occhi neri.
La nonna durò un anno intero
a dormire in altra stanza, ma il giorno e tutta la serata
se ne stava là e, per solito, al buio. Senza dubbio
pensava alla cara estinta ... e pregava colla fede che
in tutte le azioni la guidava e le infondeva coraggio.
Compìto l’anno, volle tornare a dormire
in quella stanza ed io e Checchina con essa.
Questo fu un grande sacrificio per noi!
Dormire, nel posto preciso ove era morto il nonno e la
cugina ... in tutta la notte non si dormì. Fatta
l’abitudine, cessò il ribrezzo e dopo qualche
tempo restai sola a tener compagnia all’ottima
nonna, lietissima di poterle dimostrare quanto l’amassi.
L’appartamento della nonna consisteva
in una camera d’entrata nella quale, dall’andito,
si discendeva per cinque scalini; a destra era lo studio
di papà e, pure a destra, ma più giù,
la porta che metteva in un bel salotto; dirimpetto alla
scala, una porticina che dava nella camera da letto;
di fronte ad essa vi era una porta grande per l’intera
facciata che, nell’aprirsi per intero, si ripiegava
sopra se stessa e dava aria e luce alla stanza che ne
era mancante; ma per solito stava chiusa e ci servivamo
della porta di mezzo che era una larga bussola al pari
delle altre.
Il portone poi, sopra, era provvisto
di cristalli.
Il salotto aveva una finestra ed una
ringhiera in mezzo alle quali era una lunga tavola di
abete a due cassetti, uno dei quali serviva alla nonna
e l’altro a noi per i nostri ninnoli. In capo alla
tavola, dalla parte della finestra, lavorava la nonna:
raramente cuciva, faceva calze e filava finissima lanella.
Mi pare vederla, colla cuffietta in
capi e gli occhiali sul naso, proseguire il suo lavoro
come fosse sola, mentre noi, nelle ore di ricreazione,
scendevamo nel salotto a farvi un diavolaio, una gazzarra
da far strabiliare.
Si ballava, si faceva al giro, che consisteva
nel porre il piede destro in una stracca doppia e sollevarlo
a livello del corpo, mentre colla punta del sinistro
si prendeva tale una rotazione sopra noi stesse da tenere
in mano un piccolo cassettino con entro una palla, capovolgerlo
per ogni verso, senza che la palla si muovesse, tanto
veloce era la rotazione. Talvolta si accumulavano seggiole,
si formavano torri, tal altra conventi e ci cambiavamo
in suore ed altra in madri di famiglia che, con amore
fasciano e custodiscono i loro figliuoli.
Ripenso sempre con grande ammirazione
alla pazienza che esercitava quella santa vecchierella!
Il suo volto era placido e sorridente ... veniva dicendo
... “Non vi fate male ... attente bambine” ma
non ricordo mai di averla veduta inquieta.
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