(UN LAVORO POETICO ED ALTRI SCRITTI IN PROSA SU L'EPISODIO DEL 31 LUGLIO 1849)
L'episodio dello scampo di Giuseppe Garibaldi in San Marino nel '49 è una delle più gloriose pagine degli annali sammarinesi e fu ed è tuttora oggetto di considerazione e di studio a non pochi cultori delle discipline letterarie e storiche. Della congerie di pubblicazioni in prosa e in poesia, segnatamente in quelle comparse oltre che su periodici locali, su quotidiani e riviste dell'Italia e dell'estero, ben poche sono che meritano di essere ricordate ed encomiate, ma queste poche sono assai interessanti per fedeltà di particolari e per esumazione di documenti i quali erano a molti, se non a tutti, ignoti.
Il Franciosi, in un lavoro che fra breve avremo occasione di notare, scrive «Pochissimi fra i molti che hanno cantato con una prosa in poesia o con una poesia in prosa intorno a questo fatto, hanno seguito la verità. Ben sessantacinque panegiristi ho potuto enumerare, e per quanti ne abbia osservati, ho constatato che tutti hanno scritto senza cognizioni di fatti, non immuni da esagerazione e con poco fondamento e rigorosità storiche. Migliore degli altri forse sarebbe Oreste Brizi, aretino di nascita e patrizio sammarinese, che scrisse e fece stampare in Montepulciano -nel 1850 un opuscolo intitolato - Le bande Garibaldiane a San Marino - se avesse parlato senza spirito di parte ed avesse fatto miglior uso di documenti ».
Ma il Brizi non poteva altrimenti scrivere se si considera che poco sentimento di patriotismo possa avere allignato in chi si mostrò asservito al dispotismo del Granduca di Toscana, come dice lo stesso Franciosi, e troppo riverente al governo pontificio.
Da quelli che furono detti poco ligi alla verità storica si deve escludere il Ranalli, autore di. una Storia dal 1846 al 1853.
Abbiamo detto però che fra tanti che parlarono su l'episodio sammarinese dell'epopea garibaldina ve ne hanno alcuni meritevoli di ogni elogio; tacendo dei più illustri, il Carducci e il Pascoli, che sui rispettivi discorsi - La Libertà perpetua di San .Marino - e A gloria di G. Garibaldi e di G. Carducci - rievocarono brevemente sì, ma con parole memorabili, tale episodio, onorando la Repubblichetta che seppe riserbare a migliori destini la vita sacra del Duce, potremo affermare che il nostro Marino Fattori, letterato insigne di chiara e pura forma e non mai abbastanza compianto maestro della gioventù studiosa della Repubblica, primo dei sammarinesi degnamente illustrò l'episodio stesso nei - Ricordi Storici - lodatissimi, oltre che da altri eminenti scrittori, dal Tommaseo e dal Carducci, che li chiamò sobrii, pieni, classici.(1)
Piacemi accennare poi al volumetto di Antonio Modoni - Sul Titano (2) - di non lieve entità per certe notizie e aneddoti, appresi senza fronzoli rettorici e pieni di originale semplicità dalla viva voce del popolo e di chi, anche, fu testimone oculare e prestò in quella circostanza l' opera sua. Così lo stesso Modoni : « Negli annali contemporanei questa pagina storica va registrata fra le più belle ed onorevoli della Repubblica di S. Marino. Convinto che le azioni generose non siano mai bastevolmente ricordate, credo di fare opera non del tutto vana soffermandomi minuziosamente su codesto episodio, forse anche più di quanto sarebbe permesso alle proporzioni del mio lavoro. Tutte le volte che, io fui alla Repubblica interrogai persone, visitai luoghi, consultai scritti, ed ecco in breve la somma delle mie ricerche relative a fatti quasi del tutto ignorati e mal riferiti che costituiscono la parte storica e aneddotica più importante di questo libro. »
Una monografia ben sentita e ben condotta, al dire del Carducci, scrisse il dott. Pietro Franciosi, già ricordato, dal titolo - Garibaldi e la Repubblica di S. Marino(3),che molto interessa per le numerose documentazioni, su cui interamente poggia, rilevate dal nostro ricco Archivio e per le ponderate e giuste considerazioni che l'Autore ha sull'avvenimento. Tutti, anche i più minuti particolari, gli ordini del giorno, i carteggi ecc. non mancano in quest'opera in cui l' autore ha inteso di dare al lettore un' esatta e minuta conoscenza dell'episodio in tutto lo svolgimento, in tutta la sua vera essenza, ond'è dico il lavoro del genere più compiuto e più minuziosamente elaborato.
Meritevoli d'encomio sono pure due altri scritti dello stesso Franciosi - Il 50° anniversario dello scampo di Giuseppe Garibaldi nella Repubblica di S. Marino - Discorso(4) - e la Repubblica di S. .Marino nel Risorgimento Politico(5), memoria, quest ultima in cui il Franciosi tratta del contributo che sempre diede la Repubblica alla causa del riscatto italiano, sia col dar rifugio e salvezza, oltre che all’Eroe e alla sua legione, a tanti perseguitati politici della dominazione papale e austriaca, come, per tacer d'altri non pochi, il Delfico, il Borghesi, il Montalti, il Fabbri, il Zuppetta, sia per aver dato anch' essa, per tre volte, il suo modesto contributo di militi alle battaglie dell' indipendenza.
Non va dimenticato anche l' opuscolo(6) di Lorenzo Simoncini, l'intelligente popolano che ospitò sotto il suo tetto l'Eroe, Anita, Ugo Bassi ed altri garibaldini, il quale opuscolo, per quanto scritto in una forma non sempre corretta, pure attrae per la schietta semplicità, per la nobiltà del sentire che l'autore addimostra e per i fatti scrupolosamente conformi a verità.
Vi hanno poi la - Ritirata di Garibaldi da Roma nel 1849(7) - elaborata narrazione su documenti inediti e rari di Raffaele Belluzzi, la «Commemorazione di Garibaldi», tenuta in S. Marino da Luigi Amaduzzi il 31 Luglio del 1904(8), elevata per concetto e per la forma sentitamente poetica, e il discorso(9) davvero smagliante detto dall'On. Angelo Battelli nell' Aula del Consiglio Grande e Generale, alla presenza dei Supremi Magistrati e del popolo il 31 Luglio 1907, nella ricorrenza delle solenni onoranze tributate, unitamente ad Anita, all'Eroe nel Centenario di Sua nascita.
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Ultimo scritto, che dagli altri da noi notati completamente si distacca perché in forma poetica, e sul quale vogliamo alcun po' intrattenerci, é la Canzone Garibaldina - In Republica bona(10) - la quale si compone di diciotto sonetti, in cui l'autore, il Dott. Giuseppe Mastella, compendia tutto l' episodio e ce lo fa ammirare attraverso la rappresentazione fedele dei personaggi e lo svolgimento degli aneddoti con una proprietà di stile e una vivezza d' immaginazione e di colorito che non facilmente rinveniamo nella faraggine di scritti che la nostra letteratura ogni giorno si crede in diritto di darci.
Il Mastella, in una nota posta in fine della canzone, dice che uomini e fatti da lui ricordati sono, tranne il vecchione del quinto sonetto, veri e presenti nella storia e nella meritoria del popolo sammarinese.
Noi non ci soffermeremo su tutti i diciotto sonetti, come sarebbe doveroso per il merito indiscutibile di ciascuno di essi, poiché ciò non mi permettono e l'indole del mio scritto, il quale avrebbe voluto essere una rapida rassegna bibliografica, e lo spazio di questo numero unico.
Il primo personaggio, che ha avuto parte nell'avvenimento, ci è presentato nel I. sonetto « Il rifugio ». E’un frate, Padre Raffaele da
Fossombrone, vissuto; come ricorda anche l'A, in concetto di santità.
Scoppiaran senza tregua le granate
Imperiali:'-il tuono, la rovina
Mortal fugata su per la collina
Del Ghiandaro le genti sparpagliate.
Queste genti già stavano meditando la resa, quand' ecco
. . . a grezza l' altra china
Il primo scampo, un chiostro una chiesina
Tra i rocchi: era su l'uscio ritto un frate.
Il Chiostro, il lettore sa, è il Convento dei Cappuccini. Garibaldi- si accosta al padre e lo richiede di asilo e di un po' di pane, e l' uomo pio gli risponde affettuosamente che l' amor non serra porte.
E fu tal arra Glie salvò da morte
In onta delle forche ultramontane
Il sacrilego duce e i suoi briganti.
Il poeta dopo averci descritto l' appello ai liberi, steso brevemente dal Capitano sopra un tamburo, e la risposta di costoro che così suona « Nella pochezza lor semplice e lieta - Fidasse per consiglio e per soccorso », e l' accorrere del popolo che stupia chiosando con pietà discreta - in tanta povertà tanta prodezza, canta nel III sonetto l' ospitalità di Lorenzo Simoncini, data ad Anita, la donna del cuore di Garibaldi, ad Anita che
..... usata nella sua contrada
A vincere in ardor la bestia brada
Travalicando campagna infinita,
Giaceva in. terra immobile, sfinita
Dalla maternità, dall'aspra strada,
Aperta a palmo a palmo -con la spada:
Anima invitta in corpo senza vita.
Quanta pietà inspirano questi versi per l’infelice ed eroica donna! Quanta riconoscenza in noi Sammarinesi, in tutti i buoni, inspirano questi altri per l’onesto popolano che non seppe venir meno al sacro dovere di ospitalità tradizionale nell'animo del popolo della Repubblica!
Suo ricovero fu l’umil tetto
Anima invitta in corpo senza vita
Quanta pietà ti inspirarono questi versi per l’infelice ed eroica donna ! Quanta riconoscenza in noi sammarinesi, in tutti i buoni; inspirano questi altri per l'onesto popolano che non seppe venir meno al sacro dovere di ospitalità tradizionale nell'animo del popolo della Repubblica !
Suo riccvero fu l'umil tetto
D'un caffettiere: in esso la sincera
Virtù delle temperie, il desco sano,
E la cura amorosa, a mano a mano
Parve che ridonasse la primiera
Lena ai membri stremati e all'esil petto.
Nel sonetto IV "L'invasioe" mentre proviamo disgusto in leggere l'ordine inviato ai Capitani Reggenti di consegnare prigioniero al Duca nel termine d'un giorno il masnadiero, con la compagna e quanti erano con lui, ci è caro udire che
Insorsero a difesa del diritto
Il Console Belzoppi ed il Bonelli
Segretario, ferventi anime e forti,
Che sdegnando le ambagi e gli angiporti
Dei politici aprirono ai fratelli
Le case, e lacerarono lo scritto.
Nel V sonetto "Il Consiglio„ in cui l'A. accenna all'adunata dei padri indetta dalla Reggenza per discutere sul da farsi, mentre le parti attendendo alcun che suggerisce stavano fra temenza ed amor senza sermone, mi piace l'immagine del gran vecchione
Grande per tempo e per saggezza
il quale ricorda che l'ospitalità presso i maggiori fu sempre sacra ed esclama:
. . . . . . o che? vogliamo noi
Per un sospetto vil fare altrimenti?
Vada al campo un de' buoni, e parlamenti
Alto, conforme alla giustizia . . . . .
Ben riuscito è il sonetto "II Parlamentare„ in cui rifulge la figura del tenente Giovan Battista Braschi, quei che mandato per ambasceria all'Arciduca Ernesto al suo ritorno
. . . per ristoro ebbe il saluto,
Ebbe lo sparo dell'artiglieria,
Ed una salva gli fischiò da presso;
ma quello che a mio modesto avviso è forse il migliore e il più finemente scolpito è "Il Sogno di Anita„.
La visione di questa donna dal corpo stanco e sofferente, ma forte nell'animo e nella volontà, che sale sul suo ronzino, sola, vagheggiando un folle disegno di difesa alla Fortezza, che domina e i monti e il piano e il mare, é davvero meravigliosa. Anita sogna, di fronte a un panorama stupefacente, nella tristezza di un'ora che tutta l'invade, come ogni giorno invade i cuori di chi ha un caro da rimpiangere , un solo ricordo da rimpiangere, un solo ricordo da rievocare, una madre da riabbracciare, una patria da rivedere, nella tristezza solenne del tramonto:
Era il tramonto, `e nella sua chiarezza
S'adagiava via via di colle in colle
L'ombra del monte vaporosa e molle
Trascolorando ai soffi della brezza.
Come dolce, viva, fresca la descrizione in questa quartina! Non è poesia questa che intenerisce il cuore? Non immaginate di vederla, l'Eroina, di udirne i palpiti, di contemplarne gli occhi sperduti, mentr'ella sogna e progetta ripensando alla sventura del suo biondo Duce e dei fedeli seguaci di Lui?
Anche le due terzine che seguono sono magistralmente eseguite; nell' ultima lo stridulo segno di una scolta completa la solennità e la tristezza di tutto il quadro, il cui autore ci dimostra, oltre che padronanza della lingua ed altri indiscutibili pregi, quanto sentimento e gusto del vero nelle descrizioni possegga.
Lungamente scrutò presso e lontano
Il tenebror della boscaglia folta
Come sperduta, accaneggiata fiera.
A un tratto nella pace della sera
Squillò stridulo il segno d'una scolta,
A cui pronto rispose il monte e il piano.
E sentimento e gusto del vero, interpretazione fedele della natura e nel suo palpito e nelle sue bellezze il Mastella ci dimostra nei sonetti XI e XIII, "L'Addio di Ugo Bassi„ e `L'Addio di Anita„.
Nel pruno abbiamo
. . . . Il sol rompea tra rossi
Groppi di torvi nuvoli dai dossi
Dell'Appennino nella nuda stanza,
nella nuda stanza dove per pochi giorni aveva pulsato il cuore ardente e generoso di Chi, poco tempo dopo, in Bologna doveva consacrare la vita al martirio nel nome dell' Italia e della libertà.
Nel secondo mentre l'austera donna si disponeva alla fatale cavalcata
. . . . . . . un fioco
Crepuscolo di porpora e di croco
Tremava ancor sulle indistinte cose.
Valentia poi nella pittura dei caratteri di personaggi specialmente rinveniamo ne "La Guida„ in cui Nicola Zani ci viene rappresentato tale e quale veramente era e lo conobbero coetanei ed amici
. .uomo arido, ossuto,
Tutto pel, tutto nerbi, tutto nocchi
Tutto rughe la fronte ampia, con gli occhi
Fiammeggianti e il contegno risoluto.
Cacciatore instancabile, saputo
Nel rampar per. dirupi e per trabocchi
Nell'entrare il padul fino ai ginocchi
Nel trovar,come il can, la strada al fiuto.
"Il Passaggio degli Austriaci„ "Da Lungi„ "In Vedetta„ sono gli ultimi tre sonetti della Canzone.
L' Eroe ed Anita con gli altri prodi, accompagnati da Nicola Zani, se ne vanno oltre guadi e valichi per la via della salvezza, mentre a San Marino passano gli Austriaci.
. . . . . . cannoni e salmerie,
Cavalli e fanti tutta una giornata
A suon di trombe, come alla parala,
Tronfi, agghindati, in folte compagnie,
e la gente sta ben chiusa in casa prudentemente guardando la sfilata dalle gelosie ed esclamando:
-“Queste faccie incagnite e impomatate
Han cera men d'eroi che d'arfasatti”-
-“Cani da presa” - Si, ma da pagliai.”-
-“Razza di saccomanni buoni assai
A sbaragliar gli eserciti disfatti.”-
-“E trionfar le terre non guardate”-
E quando l'esercito fu lontano,
. . . . . dai bassi clivi
Risonó l'eco a lungo in lente note
Di strani canti e di fragor di ruote
Nella gravezza dei silenzi estivi
Indi il monte tornò dei suoi nativi
Puri concenti all'armonie ben note,
Al sussurrar dei venti nelle vóte
Pendule rupi, al mormorio dei rivi.
Frattanto, mentre
Il piccolo manipolo di prodi
Seguiva il suo cammin, triste e pensoso
Per oscuri presagi, a meta oscura
dalla sommità del Titano pulsavano e tremavano cuori d'italiani; quel manipolo di prodi era accompagnato dai preghi e dai desideri dei liberi, i quali
Un dì scrutando in taciti pensieri
L'ampia distesa dell'azzurro mare
Videro dall'oriente veleggiare
Un breve stormo di vascelli neri.
Questi tonando e volteggiando in caccia
Corsero i lidi da Volano a Cervia,
Poi dileguaron verso la Laguna;
Ove afflitta l’italica fortuna
Gridava incontro all’imperial protervia
la maledizion che ancor minaccia.
Così chiude mirabilmente il poeta la sua collana di sonetti che tanto largo consenso di lodi ha trovato nella repubblica letteraria. Fra i molti, che appena la canzone uscì alla luce, inviarono lettere d'encomio e di congratulazioni, piacerci accennare a Guido Mazzoni che la giudicò divisa in quadretti vivi e netti, inspirati da un senso della poesia eroica che sa fare, della cronaca, visioni, e a Vincenzo Crescini dell'Università di Padova il quale ebbe a dire che in essa scultura e pittura si avvicendano, dantescamente.
Questo del Mastella, certo, non sarà l'ultimo lavoro che sullo stesso argomento verrà pubblicato, ché per quanto omai a tutti noto pure l'episodio sammarinese dell'epopea garibaldina è sempre degno di essere studiato e trattato in prosa e poesia attraverso i molteplici suoi documenti storici e le sue tradizioni tramandateci da coloro che ebbero la ventura di poter giovare all'Eroe ed ai Suoi in quella critica ora.
Esso deve essere trattato e reso di pubblica ragione al duplice e doveroso scopo di additare alle generazioni avvenire il senno e la prudenza de nostri maggiori, che salvarono in ogni circostanza, l’indipendenza della nostra Repubblica, e di mantenere sempre vivo il sentimento della libertà propria e di quella altrui, l'odio contro i tiranni ed i nemici della giustizia e della civiltà, l' amore verso la patria grande: l'Italia.
San Marino Luglio 1913
MANLIO GOZI
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(1) T di F. Campitelli in Foligno.
(2)” Il Titano” - Note di un Alpinista -Imola, Galeati 1879.
(3)”Garibaldi e la Rep. di S. Marino” - - Cenni storico-critici - Bologna, Zanichelli 1891.
(4) San Marino, Angeli 1899.
(5) Memoria pubblicata nelle Relazioni del l° Congresso de La Romagna in San Marino Agosto 1905. Tip. Coop. EG., Iesi 1905.
(6) Giuseppe Garibaldi e Ugo Bassi a -San Marino = Rimini, Balducci 1S49.
(7) Roma, Soc. Edit. Dante Alighieri 1899.
(8) Iesi, Stab. Tip. Coop. 1905.
(9) pubblicato sul locale periodico "Il Titano„.
(10) Impressa in S. Marino per Angeli e C. MCMXI.
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