Era l’anno 1845 e, se ben ricordo, papà era reggente, per
la seconda volta, quando in Rimini scoppiò una rivoluzione mossa
da un pugno di ardimentosi, con a capo Pietro
Renzi; essi levarono le armi al presidio e presero il comando
della Città.
Forse speravano che questo tentativo trovasse eco in
tutte le città d’Italia e, come piccola
scintilla, suole talvolta sviluppare indomabile incendio,
così si sperava che l’ira repressa da lungo
tempo, si fosse rovesciata insuperabile e forte sugli
oppressori.
Ma non fu così.
Dalle cime del nostro Titano si sentiva rumoreggiare
il cannone degli Austriaci che, prontamente, da Ancona
erano accorsi a sedare questa piccola insurrezione.
Vista l’impossibilità di sostenersi, cercarono,
colla fuga di sottrarsi alle unghie dell’Aquila
grifagna e ripararono in San Marino. I reggenti dettero
loro il riposo di pochi giorni e il transito libero per
la vicina Toscana.
Se non erro, doveva essere in Novembre, perché vi
era una leggera nevata il mattino che partirono; e noi,
dalle finestre che fanno frontiera e guardano il mare,
li vedevamo fare i preparativi, apprestare cavalcature,
aiutati dagli amici e cordiali Repubblicani.
Papà passeggiava concitato e pensieroso e si
fermava, di quando in quando, a guardare quel pugno di
uomini che, senza speranza di riuscita, andavano esuli
col sacrificio delle loro famiglie.
Vidi tra questi un gobbo che posero in sella come si
mette un fantoccio: gli dettero un’arma, lo avvilupparono
nel mantello e lo avviarono in fila. V’è n’erano
dei vecchi, v’è n’erano poco più che
fanciulli: direi più di una trentina non fossero.
Quando furono partiti - Povera Italia! - sospirò il
babbo e non aggiunse verbo, mentre noi cercavamo spiegazioni
e una ben triste idea ci eravamo formate dei rivoluzionari,
vedendoli pochi e da muovere compassione.
Il paese era sempre pieno di emigrati politici, che
il nostro governo, mite e ospitaliero, tollerava almeno
finché avessero potuto procurasi il modo di mettersi
in salvo. Ma purtroppo fra questi ve n’erano molti
che avevano le mani tinte di sangue e si davano, occultamente,
ad insinuare sentimenti feroci alla gioventù,
spronandoli alla ribellione, alla vendetta, all’omicidio.
Un livore lungamente represso, che ebbe origine nel ritorno dalla prigionia
del babbo, per la universale esultanza e dimostrazioni popolare, attendeva
in silenzio l’istante propizio per riversarsi ad amareggiare l’esistenza
di un’intera famiglia. Se il volessi potrei porre qui il nome di
questi tali ... ma il babbo perdonava ed insegnava di perdonare ... ed
io mi taccio.
Di giorno in giorno, accrescevasi il numero degli omicidiari
ed il vicino governo papale ne chiedeva lo sfratto. Il
consigli Principe prendeva blande misure; decretava tempo
15 a 20 giorni a partire, dopo di che si procedeva ad
alcune investigazioni che erano sempre prevenute da avvisi.
Da ciò presero argomento i tristi, di insinuare
che le contrarietà provenivano tutte dal Belzoppi,
che esso scriveva al governo pontificio, di chiederli,
calunnia falsa, bugiarda e vile, che poneva la vita del
nostro caro genitore a repentaglio di venire troncata
dallo stile dell’assassino!!
La mamma viveva in continua agitazione: si pregava
sempre per la conservazione del babbo; la nonna, vera
anima santa, orava continuamente e noi eravamo meste
e pensierose, allarmate. La sorella Giacomina ed io eravamo
sempre alle vedette, nelle giornate di udienza.
Alcune notti riceveva nello studio e noi, col cuore palpitante, ce ne
stavamo nascoste dietro l’uscio, pronte a gettarci alle ginocchia
di colui che avesse fatto il più piccolo atto d’inveire
contro l’amatissimo babbo, persuase che la pietà, passando
su quell’animo folle, avrebbe disarmata la destra pronta a ferire.
Un giorno, accolse nella camera di ricevimento, un
tale che appellavano col nomignolo di - Satagat l’omicida
-; chiese al vecchio donzello che stava alla porta di
entrare dal Reggente.
Il povero vecchio si oppose, allegando che non era in
arnese da presentarsi al Principe; ma questi, ardito
e baldanzoso, inoltrò. Papà, sentendo un
alterco, venne nella sala, appunto quando costui varcava
l’uscio.
Era alto di statura, portava la testa indietro un po’ verso
destra; aveva la faccia abbronzata e gli occhi truci;
una berretta rossa, posta indietro, lasciava dondolare
una nappa pure rossa ed un ciuffo di capelli ispidi e
rosso scuri compiva il ritratto della testa.
Non aveva giacca: le maniche della camicia erano rivoltate
sin sopra il gomito e lasciava vedere due braccia nerborute;
i calzoni, fermati alla cintola, ne compivano l’abbigliamento,
ovvero gli davano l’aspetto di carnefice. Noi guardavamo
non viste; il nostro cuore batteva forte ed avevamo presagio
di sventura.
S’inoltrarono l’un verso l’altro:
babbo era serio, impassibile, incuteva rispetto. “Levatevi
il berretto” - disse con voce ferma:
“Siete innanzi al vostro superiore. Non è questo
il modo di presentarsi al capo del governo al quale
venite a chiedere ospitalità.”
Tanta fermezza lo soggiogò: abbassò un
istante lo sguardo sotto l’influsso dell’occhio
calmo e severo che lo fissava e, con moto istantaneo
si levò la calotta; man mano che veniva esponendo
lo scopo di quella visita, si copriva le braccia allungando
le maniche fino al polso.
Avrebbe voluto restare tranquillo sul nostro territorio
e che il Reggente lo avesse assicurato che non sarebbe
molestato, né consegnato, ma babbo lo rimandò,
dicendo che la legge è uguale per tutti e che
esso era là per farla osservare, perché prendesse
quelle misure che credeva migliori per la propria salvezza.
Così noi crescemmo angustiate negli anni più belli.
Quando, al venire della primavera, la cara nostra mamma
ci conduceva a fare delle lunghe passeggiate al sole
(poiché in Borgo non si vedeva che in estate)
o a S. Giovanni sotto le Penne, o al confine verso Verucchio,
più e più volte fummo salutate col “Morte!!” che
partiva dal Cantone, o dalla Rocca, o dal Macello che
fanno fronte sul nostro Borgo, rimpetto a casa nostra
e, quando si rasentava il monte, ci scagliavano di lassù anche
delle pietre.
La mamma che era molto animosa, forse anche a riguardo
nostro, non tornava indietro, ma proseguiva il cammino
fin dove aveva divisato di andare.
In uno di questi anni era nata un’altra bambina,
che era tutto il nostro amore; la Tina e lo è e
lo sarà sempre per la sua bontà e per la
sua virtù.
Frattanto il mio carattere aveva subito i salutari
effetti degli interni conflitti e dell’ardente
preghiera. Era riuscita ad essere amata, forse a preferenza,
ad essere l’aiuto della mamma nell’azienda
domestica, cosa per me di grande soddisfazione.
Era io che aveva le chiavi del magazzino, che riceveva
dai coloni il formaggio, la frutta, i marzaroli; io che
dispensava il pane ai poveri, il mangiare ai contadini.
Segnava, pesava e faceva del mio meglio per farmi onore.
Non andò guari che ebbi un bel mazzo di chiavi
alla cintola e fui anche guardarobiera.
Ciò fu di disturbo alle sorelle che mi fecero
piangere e deposi le mie chiavi, dicendo che convenivano
alla maggiore; ma dopo pochi dì, la mamma me le
riconsegnò con assoluto comando di mai più deporle
e le tenni fino al giorno che mi maritai.
Eravamo giovinette: la Giacomina faceva all’amore
col consenso dei nostri, io aveva simpatia per un giovanotto
nostro vicino che era bianco e biondo ed aveva due occhietti
dolci e cilestri come i fiorellini del lino. Era tornata
vivace. Un dì di carnevale si ottenne il permesso
di mascherarci in buona compagnia.
Noi due eravamo vestite all’Italiana con pantaloni
neri, blusa nera con cinta ai fianchi, un collare bianco
al collo, cappello a cencio a larga falda, fermato con
una bella piuma. Quel vestiario nero mi si addiceva a
meraviglia, poiché ero esile, diritta ed avevo
spirito. Anche la Checchina stava bene, ma era più tarchiata
e non aveva punto vivacità.
Incontrai in città quel tale dagli occhi celesti,
lo presi bravamente a braccio e mi presi il gusto di
condurlo a passeggiare sotto le finestre di una giovane
che lo pretendeva. Quanto mi divertii! Da quella volta,
di giorno, non mi mascherai più.
Dirò qui che io aveva un’amica intrinseca,
che amava teneramente e per la quale mi sentiva capace
di qualunque sacrificio. La mamma che, nella sua esperienza
conosceva in quella qualche cosa che non le garbava,
mi proibì di trattarla.
Io non sapeva staccarmene: e quando appena finito il
desinare domandava il permesso di andarmene, correva
alla porta di sotto, le faceva un cenno (era nostra vicina)
ed ella scendeva e ci abbracciavamo teneramente e piangevamo
la nostra amara separazione!
La scongiurava a lasciare un amore senza fondamento
e per il quale la mamma ci separava; tutto inutile; resisté vari
anni e cadde. Lo sposò poi, ma visse vita tribolata
e morì giovanissima.
Io soffersi per essa come per una passione amorosa; nel mio cuore aveva
un culto; la sublimità dell’amicizia aveva in esso il suo
altare e volentieri avrei arso ad incenso il sacrificio dei miei affetti,
che veramente era
“Gemma nascosta in umil conchiglia
solitaria
che per la man d’artefice, venga alla luce all’aria,
benefica rugiada che mollemente cada
sull’arsa terra, a svolgere del pigro germe il fior”
Ma, purtroppo, ebbi ad accorgermi che anche in amicizia
vi sono disinganni ... e questo fu il primo; nella rettitudine
dei miei sentimenti, non sapeva darmene pace.
M’inoltrava nell’età della giovinezza:
mi era fatta vegeta robusta ed un vivace incarnato coloriva
le mie gote e spargeva sul mio volto la freschezza della
rosa ancor non colpita dalla sferza cocente del sole.
Il mio occhio, brillava della innocente vivacità di
15 anni; la mente era feconda di pensieri rosati e fantasticava
in cerca di un ignoto ... a riempire un vuoto che non
arrivava a conoscere, in cerca di un che ... che non
trovava e che mi era sconosciuto.
Fra poco divenni la prediletta de’ miei cugini,
giovanotti che erano all’Università e che,
al tempo delle vacanze, venivano a passare un paio di
mesi in casa nostra. Erano due dei Madruzza, figli della
sorella di papà, due degli Stagni, un Albertucci
e spesso anche Adelmo Lorenzetti, figlio di una sorella
di mamma, ch’io amava come cugino e che compiangeva
per la sua vita piena di vicende, di pericoli e sempre
lontano dalla sua famiglia.
Il maggiore dei Madruzza studiava chirurgia; di mezzana
statura, di colorito olivastro bruno, di naso adunco,
aveva due occhi neri vellutati che, a volte, si allargavano
per dare allo sguardo una magnetica espressione.
Allorché si posavano, con insistenza, sopra di
me, io mi sentiva quasi forzata a rivolgermi ove lui
era, anche se non lo avessi saputo. Gli usava delle attenzioni,
gli stirava la biancheria, ripuliva la sua stanza. Non
so se queste piccole attenzioni fossero per esso attestati
di amore, fatto è che, mentre una sera usciva
al buio dalla stanza della vecchia zia Luigia, per recarmi
in quella della mamma esso mi prese bruscamente per mano
e, “Prendi” mi disse “Leggi e rispondi” e
mi lasciò un bigliettino.
Fui compresa quasi da paura e corsi nella mia stanza.
Erano frasi interrotte, infuocate come la sua anima da
poeta! Non ammetteva scuse, diceva ch’io aveva
bisogno di amare e sempre mi avrebbe amato come amano
gli angeli del cielo, che la sua esistenza dipendeva
da me.
Rimasi muta, ritta, immobile colla carta in mano, confusa
senza sapere a qual partito appigliarmi! Fui chiamata
e salii: cercò un momento che fossi sola e mi
chiese “Hai letto?” “Sì.” “Che
rispondi?” “Nulla per ora” - Fece un
moto di stizza e si morse le labbra.
Io non lo amava: vi era troppa disparità dal
suo naturale al mio: non era il mio ideale. Allegro all’eccesso,
a volte diveniva cupo e taciturno, sarcastico sempre.
- Era il capo degli studenti a Bologna; di molto ingegno,
poeta facile, suonava maestrevolmente il violino e disegnava
benissimo; il suo ingegnoso brio lo rendeva caro nelle
conversazioni. Ma io non lo amava più che cugino:
era sarcastico; non era il mio ideale.
Mi trovavo molto volentieri con Checchino suo fratello
che aveva solo un anno meno di me. Era alto, sottile
bianco. Aveva da piccinino perduto uno dei suoi occhi
neri: la sua testa era ricca di capelli biondi e ricciuti.
D’indole dolce, mesto per consueto, non si lasciava
mai andare ad allegria spinta: esso aveva provato e provava
tuttora, gli effetti della sua disgrazia, che inconsideratamente
gli veniva rammentata. Io era la sua confidente ed esso
era il mio. Noi non avevamo nulla da celarci e quando
eravamo lontani, ci confidavamo i nostri dolori e ci
davamo i nostri consigli, a mezzo di lettera.
La mamma un dì mi chiamò e disse che
Peppe le aveva detto che mi amava: che io era perduta
s’ella non acconsentiva al nostro amore e che io
mi sarei presa tale una passione da perdermi la salute.
Dissi alla mamma di non prendersi pena e mostrai l’animo
mio. Dopo di che esso si fece bisbetico, urtante, m’inquietava,
mi faceva arrabbiare.