| Frattanto le vicende politiche si succedevano con
rapidità.
Era morto Gregorio XVI, sotto al cui papato tanta
gioventù languiva
in fondo alle carceri e più di un capo erasi rotolato ai
piedi del carnefice; tutte queste cose predisponevano l’animo a desiderare
un cambiamento che avesse migliorate le condizioni di questa povera
Italia, fatta bersaglio di prepotenti stranieri che la dilaniavano
barbaramente.
Ricordo con dolore d’aver veduto, da monte dei Cappuccini,
passare, scortati dai soldati pontifici, quattro birocci di giovanotti
signori e popolani, carichi di catene, per essere tradotti al forte
di S.Leo. Babbo e mamma, che noi tutti seguimmo, giungemmo per mezzo
di uno scosceso e ripido sentiero, sulla strada maestra appunto quando
essi arrivavano. Molti erano nostri conoscenti, nostri amici.
Fermarono un istante i carri e si poté stringere loro la mano
e babbo e mamma dicevan loro parole d’incoraggiamento e di
speranza. Il nostro cuore detestava gli oppressori, compiangeva gli
oppressi, mentre il ciglio mandava lacrime di sincero cordoglio.
Giovanni Mastai Ferretti venne
eletto pontefice e si chiamò Pio
IX. Uomo di animo generoso e di cuore magnanimo, fu compreso da
pietà per
tante vittime d’inutili sforzi, che languivano nelle carceri
o subivano le miserie e le privazioni dell’esilio e d emanò un
perdono generale esclusi gli omicidiari.
Questo tratto di generosità,
che seguiva uno stato forzatamente dispotico, comprese gli animi
di tale entusiasmo, che, a mio credere, la storia non ne segna
di simili. Seguirono poi le Costituzioni degli altri principi e
Re Carlo Alberto proclamò la guerra d’Indipendenza.
Fu un entusiasmo che comprese tutti i cuori ed anche noi repubblicani
ne prendemmo vivissima parte. Il grido di “Viva Pio nono,
viva le Costituzioni Italiane” suonava su di ogni labbro
e riempiva l’animo
di vera gioia.
La bandiera tricolore si associò colla bianca
e celeste e se ne adornarono le finestre; e non vi era petto che
non avesse coccarda di questi nostri amati colori. Anche da noi
si fece la solenne festa ed ognuno fece del suo meglio per attestare
il gradimento della riforma italiana e per dimostrare quanta parte
ne prendesse il nostro vecchio e saggio Titano.
La sera vi fu teatro: illuminato a giorno e tutto adorno di fiori
e di bandiere, gremito di gente che gridava evviva e dava in applausi
frenetici per ogni parola che ricordasse Pio nono, Carlo Alberto,
le Costituzioni, la guerra.
All’alzarsi del sipario, mentre tutti erano attenti per sentire
il bellissimo inno patrio,
Salve o rupe de monti regina,
Ove l’aquila antica di Roma
Da vil laccio sdegnando esser doma,
Le grand’ali raccolse e posò -
Quivi amor della terra natia
Atto immenso sublima ogni petto,
Qui pietà del fuggente reietto
Qui la patria un asilo negò.,
vi fu un piccolo silenzio (così era convenuto
col maestro di musica) ed io fatta in mezzo al palchetto, con la
bandiera tricolore, gridai con voce ferma e robusta:
W le costituzioni Italiane
Seguì un moto istantaneo e tutti,
Ma Iddio lo stendardo - d’Italia levò,
E il piano lombardo - col dito segnò!!
Fratelli d’Italia - afforzi il sorriso
Se il popolo è libero - non resti diviso:
Siccome le braccia - sia forte il volere,
A suon di minaccia - sorgete o guerrier!
Questo è quanto
ricordo: forse vi doveva essere un’altra
strofa, ma poco monta. Ho messo quelle che ricordo per farne conoscere
che le parole che contiene sono abbastanza entusiaste perché io
potessi declamale con forza e coll’entusiasmo di che mi sentiva
ripiena.
Fu una frenesia di applausi e con insistenza chiedevano
il bis; ma babbo mi trasse indietro perché io gridava “Viva
l’Italia, Viva la nostra repubblica, Viva Pio nono” e
mandò innanzi la Giacomina, che declamò benissimo una
poesia sopra Pio nono e fu applaudita. Dopo di che intonarono l’Inno. Oh quelli erano bei tempi! Il cuore riboccava di gioia e di speranza!
Tutto era pace, concordia, fratellanza!!
Qualche tempo dopo, per quanto
ricordo, uno ad uno, questi Principi ritirarono le loro
costituzioni; quel di Toscana, credo, andasse in Austria e si
rifugiava presso i nostri più fieri
nemici. Quel di Napoli ritirava i vantaggi accordati e Carlo Alberto
cadde in sospetto di tradimento e dopo la battaglia di Novara,
se ben ricordo, abdicò; e tanto si accorò per le
calunnie d’infamia che si spargevano sopra di lui, che
in breve morì.
Si disse che i Romani avevano posto i cannoni
innanzi alle porte del papa e che questi si era miracolosamente
salvato passando fra i soldati e si era rifugiato poi in Gaeta.
Che cosa volevano i liberali?
Che rinunciasse al potere temporale, ma esso
emise il “non
possumus” e perciò fuggì.
Allora proclamarono la Repubblica Romana e per qualche tempo noi
avemmo una sorella, ma una sorella assai diversa dalla nostra.
Ammesso che i capi avessero tutta la buona intenzione di governarla
bene, ciò non ostante era quasi inevitabile che tante canaglie uscite
di galera, dessero pessimi frutti di sangue, a sacrificio di tante
famiglie.
Figlia di un caldo repubblicano, io aveva bevuto dal labbro del
mio babbo, amore ardente alla libertà e sentimento di sacrificio
per il bene dei nostri fratelli; accolsi quindi con gioia la notizia
di questa nuova repubblica. Ma babbo, uomo saggio ed esperto, prevedeva
ciò che infatti avvenne e studiava e pensava per qualunque
evento a salvare la nostra cara patria. Qualche tempo dopo, si formarono
nelle città le
così dette
Squadrazze, che erano composte dai più pessimi soggetti!
Organizzarono la guardia civica ed ogni uomo era soldato dai
16 ai 60. Cominciarono le vendette e sotto il coltello affilato
del sicario, per ogni città e
per ogni borgata cadevano vittime, la maggior parte delle quali
non aveva altro delitto che di badare ai casi propri.
Si videro, alla sua volta, ripiene
le carceri di persone che non davano fastidio ad alcuno e passar
destinati a S.Leo, carri ripieni di poveri vecchi, persone adulte
e poveri rispettabili frati che eran fatti segno di ludibrio e di
scherno.
Chi poteva lodare simili cose? Quanto era diversa
la Repubblica Romana dalla nostra! Ma mentre babbo compiangeva questi
eccessi diceva essere inevitabili conseguenze dei cambiamenti repentini
di governo; che non si arriva ad un saggio governo senza vittime. Ma Austriaci, Spagnoli, Napoletani e Francesi, che poco prima
avevano combattuto per l’indipendenza, ora si armarono a sopprimere
la repubblica sorella, la quale dopo disperata difesa, fu costretta
a capitolare. Ma il Generale Garibaldi non volle patti e prese la
via di Toscana con 3000 uomini circa, che non vollero lasciarlo.
Non so perché mi sia ingolfata in questi cenni politici che
voi conoscete meglio che io non ricordi: forse le memorie così vive
del passato me le ha messe sulla penna, senza che io neppure il volessi.
Ora che ci sono proseguirò, ma prima conviene che io vi parli
ancora alcun poco di me e vi dica schietto l’animo mio. -
Ai
tempi delle guerre di Lombardia, che si trattava di dar
la caccia agli Austriaci e tutta la gioventù accorreva ad arruolarsi
per la santa causa, io pure sentiva il fuoco che inondava ogni petto
di un buon italiano e rimpiangeva di non essere un uomo per imbracciare
il moschetto e dare all’Italia anche il mio piccolo aiuto.
E mi esercitavo a maneggiare le armi, imparavo a
caricare e ad ogni volta che ne avessi il destro era sempre attorno
alla polvere, munizioni, capsule.
Quando il marchese Diotallevi,
cugino di mammà, veniva
in S. Marino, per gl’ingressi o per altri motivi,
(aveva il grado di colonnello) veniva armato non solo
delle armi del suo grado, ma anche di un grosso pistone,
(così chiamavasi, un’arma
corta che aveva una bocca come un cannoncino).
Lo portava
nascosto in fondo al suo bellissimo legno a due cavalli
e lo depositava poi nello studio di papà ove
era una serratura che, all’infuori
del babbo e della mamma, nessuno poteva aprire.
Ma
io che il più che
potessi era dietro al babbo, perché lo amava
svisceratamente, perché mi piaceva sentirlo
parlare, perché i suoi sentimenti
finivano difilato tra i miei, mi trovai più volte
presente quando l'apriva e, colla perspicacia di fanciulla
che tale era allora, spiai il modo di
aprirla (dove
posava il dito e il moto della chiave) ... e appena
ebbi il destro, provai e vi riuscii. Da quella volta io era sempre là dentro:
non vi era volume grande o piccolo ch’io non aprissi. Leggeva
il frontespizio, l’indice e que’ capitoli che credeva
interessarmi: coi latini, francesi, inglesi, guardava e passava oltre.
Montava su per una scaletta sino agli ultimi scaffali che toccavano
il soffitto, con pericolo di cadere; ma io non temeva assolutamente
di nulla.
Quando dunque, poteva avere 15 anni e sapeva che
il Marchese era fuori di casa, io correva ad aprire la porta, mi
chiudeva dentro, prendeva in mano la terribile arma, ne misurava
la carica, alzava ed abbassava il cane, alzava il coperchio del serbatoio
della polvere, poi lo richiudeva: fortuna per me che era a pietra,
altrimenti si sarebbe al certo esploso; ma non mi avrebbe fatto
male, perché era
pesante ed anche per una certa previdenza, teneva
la bocca appoggiata sul davanzale della finestra. Nella
cassa di legno in che era fermato, scopersi uno sportellino
che aprii a mezzo di una molla e che era pieno di
cartucce.
Il Marchese si chiamava Adauto; era
alto di statura, piuttosto asciutto, bruno di carnagione, di fattezze
nobili e regolari, gli occhi erano vivaci e grigiastri;
baffi e mustacchi ispidi e brizzolati.
Era stato soldato
di napoleone e conservava un fare maschio e risoluto.
Aveva combattuto a Waterloo, sofferta fame sino a nutrirsi
di qualche oliva trovata sulla neve per giorni interi!
In Russia perdé un fratello,
del quale vide i quarti appesi agli alberi brulli
ed esso scampò a
tanto disastro. Conservava il fare militare e al suono del tamburo,
al luccicar delle armi, al nome di guerra ... si elettrizzava
e tornava giovane e soldato. Trovava piacere nel trattenersi
meco, perché io gli facevo
molte domande, dell’armi, delle battaglie, del valor militare,
del bel morire sul campo per la libertà della
patria!
Mi teneva ritta fra le sue ginocchia, una mano
sulla spalla, mi guardava con compiacenza e diceva:
“Peccato che tu non sia un giovanotto!!”
E
diceva di condurmi seco alla guerra di Lombardia,
che mi avrebbe come figlia, che avrei dormito sulla paglia protetta
dal suo braccio: ed io sentiva in cuore l’ardimento di seguirlo, spinta dall’ira
contro lo straniero e dall’ardente amore per
la patria comune che chiedeva ed aspettava in massa
i suoi figli alle rive del Po. Le donne non nascono per maneggiare le armi,
nascono alla sommissione, al lavoro, all’ubbidienza, all’amore. Ogni sentimento
generoso deve restare nel nostro cuore solo trasfonderlo nei nostri
figli, nei nostri fratelli, nei nostri amanti. Non sia la donna che
affievolisca l’ardimento maschile, ma l’aumenti e l’avvalori
collo spingerlo alla difesa della patria: gli punti
la coccarda sul petto, gli cinga la spada e lo congedi
senza lacrime.
Eran tempi di eroismo e di grandi sacrifici,
ai quali ben pochi, che vigliacchi eran detti,
si rifiutarono.
I cugini Madruzza erano cinque e tutti si dedicarono alla patria,
Peppe e Checco nella legione Studenti e gli altri
in altri battaglioni. Sicché di cinque non ne rimase uno a consolare i poveri genitori.
Combatterono più volte; il primo scontro sulla montagna di
Bologna, Peppe ebbe una palla nella placca della cintura che fermava
la tunica e Checco sul cappello che venne forato da parte a parte.
Inoltratisi in Lombardia, combatterono a Treviso, a Vicenza e dopo
la famosa battaglia che costò la perdita di tanti uomini,
Peppe si accorse che il fratello Checco mancava.
Da animoso quale
egli era, lo cercò fra i morti,
sollevando il capo a quelli che avevano
il viso rivolto nella terra, ma non
lo trovò!
Dopo tre mesi si seppe essere prigioniero
dei Tedeschi e si viveva tutti in pena
per la sua vita. Dopo sei mesi accadde
il cambio dei prigionieri e tornò.
Il racconto de’ suoi patimenti
era una storia tanto commovente che
strappava le lacrime.
Gli tolsero il
denaro, li forzarono a camminare per
lunghe tappe e quando, affranti dalla
stanchezza, arsi di sete chiedevano
un sorso di acqua, veniva loro accordato
solo se restava dal beveraggio dei
loro cavalli. Esso aveva provato il???
della fame e niuno gli dava il pane!
Si sentiva spinto a chiederne per elemosina
un tozzo ... ma non ne aveva il coraggio:
finalmente la fame la vinse e allungando
la mano disse:”Ho
fame!!!” e dette un scoppio di
pianto dirotto.
Giunti finalmente al luogo di destinazione,
li posero in prigioni umidi e fetenti, pigiati
e stretti uno accanto all’altro, con
poca paglia per giaciglio; e ad ogni
giorno ne cavavano uno, dicendo in cattivo italiano “domani un altro” lasciando
così pensare
a quegli infelici che il compagno
fosse tratto a morte, lasciando gli latri in una terribile alternativa per
il domani.
Dopo sei mesi vi fu il cambio dei prigionieri e
Checco rimpatriò:
ma non era più quel di prima; una impronta di mestizia si era impossessata
di lui e non lo lasciò più.
La
sua Giangia, amante che teneva
fin da giovanetto, gli era rimasta
fedele e formava forse la sola
sua consolazione, perché questo
suo amore era contrariato, combattuto
da ambo le parti.
Esso versava
nel mio cuore tutte le amarezze
del suo, come io non aveva nessun
segreto per esso ed era il mio
saggio consigliere.
Così, di avvenimento in avvenimento, giunse il 29 luglio 1849.
Si dal primo mattino e dai giorni innanzi si seppe che il Generale
Garibaldi era a poca distanza, inseguito dalle truppe Austriache
e che a S.Angelo in Nado aveva sostenuto uno scontro e scemata la
legione di varie centinaia di uomini. Gli animi erano compresi da
interesse e pietà, quando appunto la notte del 29, venne dal
babbo che era Reggente, un ufficiale mandato da Garibaldi, che dissero
Quartiermastro, a chiedere, a nome del Generale, il permesso di attraversare
il nostro territorio, unica via più breve per
giungere al mare. Babbo, che aveva fatto uno studio
particolare sulla diplomazia, sapeva
come trattar doveva in ogni evento,
fra governo e governo e, forte in
cuor suo nell’amore alla libertà, non pose tempo
in mezzo e scrisse al Generale esortandolo a desistere da questo
divisamento per la sicurezza della Repubblica e finì dicendo: “Speriamo
riceverete di buon grado questa comunicazione e che i principii che
voi professate Vi faranno interessare per la conservazione di questo
antico asilo di pace e di libertà, impedendovi
ogni conflitto che noi temiamo inevitabile, ove mandaste
ad effetto il vostro divisamento.”
Il dì dopo, un messo trafelato
ed ansante, dagli occhi ardenti, dalla barba nera, chiedeva del Reggente
e fu introdotto da papà.
Si seppe poi che era Ugo Bassi
sacerdote Levita, che aveva consacrato la vita alla salvezza d’Italia
facendo del suo meglio per confortare i poveri morenti.
Espose la necessità che avevano di fermarsi sul territorio
e papà disse a voce ciò che aveva scritto. Il povero
Ugo, con accento di dolore espresse il miserando stato della intera
legione, bisognosa di pane e di riposo esposta ad una inutile carneficina
per mano degli Austriaci che sbucavano dai monti, se la nostra terra
negava ospitalità.
Babbo si commosse fino alle
lacrime e lo congedò assicurandolo
che avrebbe mandato viveri e soccorsi al confine. Tutti, a gara,
si davano attorno per prestar viveri ai poveri Garibaldini: fin le
Suore, i Francescani, i Cappuccini dettero il più che potevano
per ristorare que’ poveri derelitti.
Al sorgere del sole del 30
Luglio, dovevano, o meglio
erano in moto per portare il
promesso soccorso, quando dal
monte Tassona si udì il
rombo dei scariche di moschetto
che l’eco ripercuoteva lugubramente
di monte in monte e, giungeva
al nostro orecchio e addolorava il nostro cuore.
Questo fu l’ultimo scontro
e abbenché opponessero
disperata difesa, mancanti
di tutto, furono costretti a ritirarsi sul nostro territorio.
Ricordo averli veduti arrivare
alla spicciolata laceri e spauriti
da far pietà! Era veramente un crepacuore vedere tanta povera
gioventù, fiori di giovani gagliardi e valorosi,
ridotti in quello! |