Per quel dì e per vari altri, non se ne parlò più: ma
noi cercavamo trovarci sole colla mamma per apprendere il fine di una storia
che ci interessava tanto. Finalmente capitò il destro e la mamma proseguì.
“Passarono sei mesi senza che noi si cessasse di fare ogni possibile per
liberarlo e finalmente il Governo Pontificio, spinto anche dalla Repubblica che
reclamava il suo cittadino, si persuase di lasciarlo in libertà non trovando
reato alcuno per poterlo condannare. Prima di partire dalle carceri di Forlì,
dispensò a tutti i carcerati i denari del vitto che gli erano dovuti,
perché esso si era sempre mantenuto del suo; e più d’uno
pianse nel vederlo partire perché esso, che negli ultimi mesi era libero
per il recinto, consolava l’uno, ammoniva l’altro ed era amato
e rispettato da tutti.
All’arrivo della lieta
novella, la gioia ci inondò di cuore; piangemmo
di consolazione col cuore altamente commosso, ci preparammo per andare
ad incontrarlo. Frattanto tutto il paese preparava a festeggiare
il ritorno dell’amato
e popolare cittadino.
Si prese un legno ed io, voi tre piccine, l’amico
Bergonzi e Stagni, andammo ad attenderlo sin oltre il Castello di Serravalle,
seguiti da una infinita moltitudine di amici e di popolo cui tardava
il rivederlo. Babbo e mamma erano rimasti a casa, perché la
commozione non permetteva loro di muoversi.
Finalmente apparve e fu
un grido unanime: “Viva Belzoppi, Viva il nostro
concittadino ... ci è ridonato ... sempre con noi ... !“ Poi
certi, più affettuosi, levarono voi dalla carrozza e, sollevandovi
sulle braccia, al disopra della folla, gridavano:
“Eccole eccole
Belzoppi le vostre figlie, le vostre creature!! “.
Intanto
le due carrozze avanzavano lentamente l’una verso l’altra
e vi fu chi voleva staccare i cavalli e tirarla a braccio.
Lo
stato mio non saprei dirvelo.
Finalmente ci abbracciammo: poté salire
con noi; Stagni e Bergonzi erano nell’altra carrozza e,
sempre accompagnati, si giunse a casa.
Oh i poveri vecchi, chi
li ha mai visti così!
Che scena commovente! Alla sera fu una festa generale: tutti
volevano, vederlo, parlargli.
In casa si fece un rinfresco a
tutti quei signori e popolani che vennero a trovarlo, mentre
sotto il portico, il fattore e vari nostri coloni, dispensavano
vino e ciambelle a tutti quelli che si affollavano alla nostra
casa e battevano le mani.”
Eccovi, mie care, la spiegazione delle reminiscenze confuse di
vostra mente, delle quali più volte mi chiedeste spiegazione.
Poi narrò come, dopo due mesi, il nonno fu preso da apoplessia per la
quale non gli fu più possibile parlare.
Visse così diciotto giorni, mi pare; poi, di nuovo, l’attacco
si replicò e morì.
Da molto tempo teneva in magazzino la cassa e vi si era provato;
così l’uomo
giusto considera la morte, come la fine di un viaggio e a tempo si prepara
l’ultima casa. La sua morte fu causata dalle sofferenze e forse più dalla
gioia del ritorno del figlio. Tutti i medici dissero così.
La povera nonna ne fu desolatissima:
quante volte mi raccontava da qual dolore fosse assalita dalla
morte dell’amatissimo compagno! Ella mi diceva che
tentarono di impedire che ella rivedesse il cadavere prima di metterlo nella
cassa; ma ella si sentiva assalita da una forza tale che oppose resistenza
a due uomini contadini che le sbarravano l’uscio e colla potenza dello
sguardo in aiuto alla forza del comando, riuscì a penetrare nella
stanza.
Senza gettare una lacrima, rimase immobile e muta
a contemplare per l’ultima
volta colui che Iddio le aveva dato a compagno e deposto un bacio su quella
gelida fronte, uscì senza vacillare, lasciando quei due uomini pieni
di stupore e ammirati al cospetto di tanta fortezza d’animo!
Tutto ciò io non lo ricordo, se non per averlo udito dire.
Non ho ancora detto che delle due
sorelle di babbo, la maggiore si chiamava Marianna ed era alta,
bella, colorita ed aveva sposato Ambrogio Stagni, uomo rispettabilissimo
e di specchiati costumi; l’altra, Giulia era bruna,
storpia e, all’infuori di due bellissimi occhi, si può dire
che la natura le fu matrigna.
S’invaghì perdutamente di un
bel giovane rifugiato in S. Marino che si nomava Giambattista Madruzza
che aveva appreso i primi rudimenti in Venezia sua patria e che accompagnava
il medico allo Spillbergh ed aveva conoscenza dei poveri patrioti serrati
colà, Pellico, Maroncelli,
Carboni e tanti altri. Si opposero i genitori, ma invano: era un carattere
ferreo ... e accondiscesero agli sponsali. Dopo di che la zia, con l’approvazione
dei genitori, mantenne il marito a Bologna, ove poté, con onore,
terminare gli studi e riportò onorifica laurea e libera pratica.
Lo fecero medico condotto in Repubblica. Ebbero una bambina che, divezzata,
la volle la nonna e la tenne sempre presso di sé. Dopo qualche
anno ebbe altre condotte e l’ultima in Fano come medico primario,
ove visse e morì. Ebbero molti figli, vivi cinque maschi e un’altra
femmina.
Marietta, la maggiore che teneva la nonna noi
l’amavamo
come una sorellina maggiore; la trovavamo al nostro nascere e non vi
facevamo eccezione da noi, se non che ella era superiore in età,
più posata e non prendeva
parte ai nostri chiassi.
Dirò qui, giacché prima
non lo dissi, io ero di pessima indole: ogni piccolo motivo bastava
a suscitare un incendio in me. Sentivo affluirmi il sangue al capo
ed andavo in furore.
Non soffrivo soverchierie, non tolleravo mi
si dicesse vile, senza neppure conoscere il vero valore della parola,
ma ciò avvenne quando era più grandicella, che da
piccina davo in collere che mi facevano inveire contro me stessa:
mi gettavo in terra, battevo il capo contro la terra e diceva di
voler morire. Talvolta mi veniva in capo di non volere andare a
scuola ed erano costretti a trascinarmi in due a viva forza: quando
s’incontrava il babbo mi batteva acerbamente anche colla
canna d’India. |