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Da Pecol a Chiusaforte
di Oscar Bonomi

Storia di un aspirante ufficiale durante la Grande Guerra

 

Da Pecol a Chiusaforte

Appena giunti a Pecol noi facemmo rifugiare i soldati bagnati nelle caverne dei

trecentocinque che ancora non avevano preso postazione e non L’avrebbero presa mai più. Queste caverne erano lunghe tortuose, ampie ma senz'alcun sfogo laterale. AI nostro arrivo una parte di esse era già occupata ed i soldati cominciavano già ad accendere i fuochi per riscaldarsi essendo intirizziti per il freddo sofferto durante la notte.

Ma le caverne non avendo nessuno sfogo diretto, non permettevano che il fumo uscisse liberamente di modo che questo si addensava sempre di più dentro di esse impedendo quasi la respirazione. Aggiungasi che la legna era bagnata e quindi faceva più fumo dell'ordinario. Là dentro non ci si vedeva quasi più, una nebbia fittissima di fumo impediva di scorgere qualsiasi cosa e soltanto i falò si vedevano appena in quel turbinio di fumo e di odore acre. Poco dopo uscii di là ed assieme a Frerejan mi recai in una capanna situata un po’fuori e a destra della caverna. Quasi subito giunsero il maggiore comandante il battaglione e diversi altri ufficiali.

A Pecol era giunto soltanto il nostro battaglione; i bersaglieri e la fanteria avevano avuto ordine di seguire l'ampia strada della valle, mentre noi marciando lungo le dorsali dei monti dovevamo proteggere la loro e la nostra ritirata restando sempre ad una certa vicinanza col nemico.

In quella capanna accendemmo anche noi un bel fuoco in mezzo alla stanza principale e subito tutti gli ufficiali cercarono il modo di asciugarsi. Terminai di bere la mia bottiglia di cognac che un soldato si era presa per se e quindi mi tolsi le scarpe, le calze e la giubba cercando di farle asciugare nel minor tempo possibile. Detti un passamontagna a Delù perché questi aveva perduto il cappello durante la marcia ed il suo passamontagna era troppo bagnato.

Mentre muti e pensierosi stavamo tutti attorno a quel fuoco vivificatore io fui chiamato dal capitano per andare di pattuglia in certe case a fondo valle. Mandai entro di me una maledizione per la sorte toccatami, ma non era per paura del nemico del quale non m’importava proprio nulla d'incontrarlo; ma perché ero ancora tutto bagnato e tremante di freddo. Mi rivestii in fretta con quegli abiti gelati che pesavano tre volte di più e mi presentai al capitano per ricevere gli ordini in proposito.

" Per ora la pattuglia non va più " mi rispose "ma si tenga sempre pronto. "

E così rimanemmo nella capanna per molte altre ore senza che ognuno di noi potesse essersi asciugato perché l'acqua era tale e tanta che ci volevano molti altri fuochi per asciugarsi tutti. Fuori pioveva ininterrottamente.

Feci un’altra visita ai soldati del plotone che erano nelle caverne. Il fumo era qualche cosa di insopportabile. Tutti tossivano ed avevano gli occhi lucidi e lacrimosi, La respirazione era assolutamente impossibile. A tastoni, perché non vedevo più nulla mi diressi dai miei soldati che erano ammonticchiati L’uno sull’altro vicini a quel fuoco che invece di calore mandava fumo. Mi misi la maschera contro i gas asfissianti e così potei respirare un po’comodamente. Il mio esempio fu seguito da molti altri soldati i quali mi dissero che ancora non ci avevano pensato.

Restammo in quel luogo desolato fino alle ore tre pomeridiane senza che ne ufficiali ne soldati si sfamassero perché i viveri li avevano mangiati la sera avanti o perduti durante la notte assieme agli zaini e tascapani. Quei pochi soldati che ne avevano ancora furono obbligati a serbarli in caso di maggiori difficoltà di approvvigionamento.

Riuscimmo tutti all'aperto; il battaglione si dispose per la partenza mettendo in testa la nostra compagnia con la sezione mitragliatrici. Poi seguivano le bettica (? ) le cui armi furono abbandonate sulla destra del sentiero essendo inutili per mancanza di munizioni. Dietro a noi seguirono le altre compagnie. Così ordinati ci riponemmo in cammino per raggiungere L’abitato di Pecol. (13 )

Il nemico era vicino, ma si teneva nascosto e l'artiglieria del forte di Chiusaforte tirava dei colpi radi, monotoni resi ancora più lugubri dal tempo uggioso e triste. Cautamente, preceduti da una pattuglia di punta, scendevamo la montagna per L’unico sentiero costituito dal letto di un rivoletto fatto da un cascatella che usciva fra due macigni. L’acqua intorno continuava a cadere lenta e fitta,. penetrava dappertutto ed avendo noi tutti gli abiti bagnati essa si aggiungeva a quella già esistente.

Mano a mano che si scendeva l'ansia aumentava: il nemico c'era e non si scorgeva; la montagna insidiosa dalle pietre viscide e sdrucciolevoli impediva una marcia regolare dovendo ad ogni passo studiare il terreno per mettere bene il piede e non precipitare a valle. Così dopo un’ora di discesa fatta con la massima cautela e circospezione, giungemmo sul limitare di un piccolo bosco di pini.

Sostammo in silenzio. L’acqua scendeva, scendeva sempre triste e monotona sollevava un numero grandissimo e quasi impercettibile di suoni che mi urtavano terribilmente i nervi già tanto eccitati. M'assisi con degli altri ufficiali sopra un piccolo rialzo e collo sguardo fisso in avanti ascoltavo il lugubre rombo di quell’artiglieria che sparava sempre a lunghi intervalli.

La natura era triste, sembrava che anch’essa comprendesse L’immane sciagura che ci colpiva ed anche lei pareva associarsi al nostro dolore. Appoggiai una mano sulla fronte gocciolante acqua e cercavo di pensare a tutto quello che succedeva ma la mia mente troppo stanca non era capace di unire due idee per quanto semplici fossero. Tutto era vuoto entro di me.

Dopo un’ora che eravamo rimasti fermi ritornò la pattuglia dicendo che nei casali di Pecol(13) non c'era indizio di nessun nemico, non solo ma che anche gran parte della popolazione aveva evacuato avendoli essa trovati quasi tutti disabitati.

A quell’annunzio ci rinfrancammo. Poco prima di arrivare all’abitato scorgemmo attraverso il sentiero un cavo tagliato di una teleferica. Un carrello carico di un sacco ripieno giaceva per terra con la carrucola ancora attaccata al cavo spezzato.

Quella vista mi fece ancor più male, mi rese ancor più triste, esso fu un altro segno della nostra ritirata, del disastro immane che ci colpì.

Giunti al paese sostammo. In un casolare isolato Di Prampero piazzò la sua sezione di mitragliatrici,. gli altri ufficiali accompagnarono i propri soldati a ricoverarsi in diverse case assegnando ad ogni plotone uno spazio determinato.

I soldati erano senza viveri ma per fortuna i borghesi fuggendo non avevano portato via tutto,. razzolavano ancora per le aie le galline, ed il formaggio e la polenta non erano del tutto scomparsi dai casolari abbandonati

Mentre qualche plotone si spingeva avanti guardingo, disponendo il terreno a difesa e vigilando affinchè non fossimo attaccati all’improvviso, gli altri soldati ormai padroni di quelle cose abbandonate cominciarono a romper legna e ad accender fuochi nell’interno delle case per far da mangiare ed asciugarsi.

Dietro L’ordine del capitano io ritirai le scatolette di carne ai soldati del mio plotone e le contai: erano quattordici, ossia due chilogrammi e mezzo di carne per trenta uomini! Qualche cassa di cartucce trovata per caso fu per noi più di un tesoro! Distribuimmo subito le cartucce che quasi quasi i soldati si litigavano essendo privi anche di quelle! Il capitano dava sempre ordini e noi ufficiali coi vestiti gelati addosso che c’impedivano qualsiasi movimento bisognava correre da un capo all’altro del villaggio saltando sempre un ruscello che lo attraversava per lungo.

Imbruniva e le tenebre accelerate dal cattivo tempo diedero su di noi quasi poveri sperduti una sensazione tetra di cupo sconforto e di profonda mestizia, I soldati muti e tristi si preparavano caldai di polenta e mentre qualche altro abbrustoliva un pollo infilzato su uno stecco, molti si asciugavano le divise accanto al fuoco vivificatore. Come li avevano frastornati le dure fatiche e i disagi sofferti!

Portai ancora una comunicazione a Cappellano e poi mi ritrassi dalla vista di quel quadro doloroso e oramai quasi libero cominciai a pensare alla mia persona. Entrai in un porcile dove alcuni miei soldati avevano acceso un fuoco e preparando una pentola di patate soffiavano sulla legna verde e bagnata affinché s’accendesse. Allora mi tolsi la giubba, il panciotto e li consegnai ad uno che mi stava vicino affinché asciugasse tutto, E così bagnato fino alle ossa mi gettai per terra a riposare. Ero tanto spossato e stanco che non sentivo neanche fame: avevo fame. Tuttavia non potevo dormire,’quel fumo mi dava noia, quel bagnato che avevo addosso mi faceva tremare dal freddo,

Allora mi alzai, mi avvicinai nuovamente al fuoco,. i soldati mi fecero subito un bel vuoto ed io approfittai dell’occasione per asciugarmi nel miglior modo possibile. Slacciai i pantaloni e rimboccatili fino alle ginocchia restai colle sole mutande tutte bagnate fradice. Così mi appressai al fuoco che cominciò ad ardere per bene e restando in piedi mi feci lambire dalle fiamme, Quando queste cominciavano a scaldarmi troppo, allora presentavo un altro lato e così via finche mi ritrovavo nella posizione primitiva. Una nuvola di vapore partiva dal mio corpo e sollevava un odore acre, caldo, insopportabile.

Mentre stavo tutto intento in questa operazione di prosciugamento, giunse un soldato dalla casa dove erano alloggiati il capitano ed il maggiore dicendomi che ero atteso insieme agli altri ufficiali a mangiare una mensa improvvisata avendo tutti una gran fame

" Signor tenente, mi ha detto anche che faccia presto. "

" Non posso mica arrivare in questo stato. Va là, comincia anche tu a fare qualche cosa; preparami il panciotto, la giubba ed il passamontagna mentre io mi riallaccio i pantaloni. "

Il soldato premurosamente mi preparò tutto ed io in un attimo infilai quegli indumenti caldi umidi che erano stati fino allora vicino al fuoco. Un altro soldato che a mia insaputa aveva cercato di asciugarmi il pastrano, me 10 diede dicendo:

" Prenda anche questo, signor tenente, le spalle sono quasi asciutte, il resto è ancora tutto bagnato. "

" Fa nulla, grazie 10 stesso del buon pensiero. " Risposi ed indossai anche quello.

In meno di un minuto mi rivestii; in quattro salti raggiunsi L’abitazione del maggiore ed arrivai là che la mensa non era ancora pronta. Di Prampero stava accanto al fuoco come un vecchio e fumando una pipetta puzzolente stendeva ogni tanto le mani sul fuoco. Frerejan, Delù, Mapelli, Oderda e qualche ufficiale dell’8° compagnia erano pure addossati vicino al fuoco. Due. candele accese rischiaravano la stanza. Dopo circa venti minuti che eravamo là in attesa giunse il maggiore dopo aver fatto un giro d'ispezione agli avamposti. Lo salutammo chiedendogli anche qualche notizia.

" Finora nulla di nuovo; ma il nemico c’è senza dubbio; mangiamo svelti, poi ripartiamo subito subito. "

Pioveva di nuovo molto forte, il vento sibilava .fra le piante dei boschi vicini e L’artiglieria del forte di Chiusaforte tirava ancora pochi colpi a lunghi intervalli. Che notte di ansie e di angosce! In quella cucina stavamo calmi. Sembrava di essere in famiglia; ma ognuno di noi aveva un aspetto triste e sfiduciato e L’uno non osava parlare all’altro.

n maggiore chiese una sedia, Di Prampero gliela diede e rimase in piedi mentre il mio capitano si sedette su di una cassa. Gli altri ufficiali restarono quali in piedi e quali si sedettero in fila su della legna. Cappelletti distribuiva le vivande, ma il piatto era uno e gli ufficiali dodici o quattordici.

" Cominciate a mangiare, giovanotti " disse il maggiore " e non perdiamo tempo. "

" Signor maggiore, cominci lei " disse il mio capitano " e mentre lei mangia la minestra gli altri mangiano dell’altro e così il piatto fa il giro degli ufficiali. "

Mentre il maggiore gustava il piatto di minestra calda tutti noialtri cominciando dal capitano avevamo preso un pezzo di pollo allessato ed era buffo vedere come gli azzimati ufficiali di un tempo, conquistatori di ragazze nei salotti splendidamente illuminati, mangiavano pezzi di polli tenuti .fra le mani e davano su quella carne bollita dei morsi inesorabili che stritolavano anche gli ossicini.. del resto eravamo tutti più che affamati. lo che ero vicino alle vivande abbrancai, dopo aver terminato il pollo, un bel pezzo di polenta quasi .fredda.

Mentre anche gli altri cominciavano ad attaccarsi alla polenta si udì all’improvviso una forte scarica di fucileria con qualche raffica di mitragliatrici. Quelli che erano seduti balzarono in piedi come spinti da una molla e dietro L’ordine del maggiore uscirono all’aperto.

" Riordinate i soldati e partiamo subito, " ordinò il maggiore " non c’è un minuto da perdere o siamo perduti. "

Prima di uscire da quella casa feci passare a forza nell’esofago la polenta che avevo ancora tra le mani; ne cacciai un altro pezzo in tasca, un bel pezzo di formaggio in bocca e corsi anch’io verso il porcile per radunare i soldati. Mi rimisi il sacco tirolese, il moschetto, presi L’alpenstock ed ordinai ai soldati di tenersi pronti per la ritirata.

Un’altra scarica, più poderosa e più vicina dell’altra si udì nelle vicinanze del villaggio. Erano gli avamposti che si ritiravano sparando.

" 2° plotone fuori in marcia! " urlò il capitano. Allora subito uscii coi miei uomini dal porcile,. li riunii con quelli che aveva radunati Frerejan e via di corsa per il sentieruolo che doveva salvarci.

Gli altri soldati ci seguivano celermente e facevano precipitare sassi e ciottoli. Ora sapevamo che c'era il nemico, che egli stava nostre calcagna e bisognava sfuggire da quelle montagne e passare il Fella prima che le pattuglie nemiche che scendevano dalla carrozzabile della vai Raccolana ci assalissero sulla riva sinistra del fiume.

Dopo un lungo tratto di cammino il sentiero saliva ripidissimo sulla montagna e quantunque la notte fosse un po’migliore di quella precedente tuttavia le tenebre erano molto fitte. I cavi di una teleferica distrutta attraversavano il sentiero a circa un metro di altezza ed allora ogni soldato, ogni ufficiale saltava quei cavi, oppure come la maggior parte di noi tutti passava sotto e via a passo di corsa ansando e sudando per la fatica della marcia,. si continuava la ritirata per quel sentiero.

Sembravamo spettri fuggenti nella notte.

La fatica aveva prodotto una sete terribile ed una bocca arsa ed attaccaticcia mi faceva soffrire terribilmente. Vicino ad una cascatella mi tolsi L’elmetto, lo riempii d’acqua e quantunque il casco fosse forato, pure riuscii a bere abbastanza acqua senza neppure fermarmi.

Eravamo arrivati quasi in vetta al monte che si erge dirimpetto a Chiusaforte e lontano a destra nereggiava d'un buio ancor più fitto la forma di una valle. La vai Fella, senza dubbio; "Ora siamo proprio vicini a Chiusaforte. " Pensai fra di me continuando a camminare.

Marciammo ancora molto tempo, il sentiero insensibilmente si era trasformato in una mulattiera e non essendo più obbligati ad andare uno avanti l'altro cercavo di distinguere i soldati per rimettere in ordine il plotone. La lunghezza della marcia mi aveva risvegliato una sete ardente e le scarpe insaccando i piedi che guazzavano nell'acqua me li facevano dolorare fortemente. Al primo male posi rimedio con un altro elmetto di acqua, ma per il secondo fu giocoforza L’adattarvisi.

Oramai la mulattiera cominciava a discendere il monte; infondo alla valle il Fella faceva udire il mormorio delle sue acque che si frangevano contro i macigni seminati nel suo letto ed in fondo il paese di Chiusaforte mi appariva dinanzi agli occhi calmo come venti giorni avanti.

Rivedevo il ponte di ferro della ferrovia fatto addirittura fra una montagna e l’altra e poi più lontano appena appena il ponte di pietra dei pedoni. Oh, come divenni più triste a quella vista,. che amaro rimpianto avevo per quei luoghi abbandonati sui quali si poteva resistere, resistere ad oltranza per più di sei mesi. Ma l'ordine era laconico. Ritirarsi,. bisognava immediatamente ritirarsi e proteggere le truppe di quel settore.

Si scendeva ancora ammassati,. i soldati erano quasi tutti riuniti tranne due, forse rimasti addietro sperduti. La mulattiera era ormai finita e noi in fondo ad essa ci fermammo. Tutti i plotoni si ricomposero, si misero soldati per quattro e fu fatto L’appello. Botto che era rimasto indietro infine ci raggiunse. Nel plotone mancava ancora un soldato. Non potendo attendere più oltre rimettemmo in cammino la truppa del battaglione che a passo di marcia attraversò le poche case della riva sinistra di Chiusaforte. Qualche finestra ancora illuminata mi dava delle fitte al cuore. Giungemmo sul ponte che venti giorni avanti avevo rimirato dalle finestre della mia stanza da letto ed in buon ordine l’oltrepassammo. Appena raggiunta la sponda destra del Fella dietro di noi guizzò rapida una luce, quindi un rombo cupo, fragoroso coprì il rumore di pietre cadenti nel fiume. Il ponte di Chiusaforte era saltato. Eravamo gli ultimi a ritirarci seguendo la via dei monti.

 


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