Da Pecol
a Chiusaforte
Appena giunti a Pecol noi facemmo rifugiare i soldati bagnati
nelle caverne dei
trecentocinque che ancora non avevano preso postazione e non
L’avrebbero presa mai più. Queste caverne erano
lunghe tortuose, ampie ma senz'alcun sfogo laterale. AI nostro
arrivo una parte di esse era già occupata ed i soldati
cominciavano già ad accendere i fuochi per riscaldarsi
essendo intirizziti per il freddo sofferto durante la notte.
Ma le caverne non avendo nessuno sfogo diretto, non permettevano
che il fumo uscisse liberamente di modo che questo si addensava
sempre di più dentro di esse impedendo quasi la respirazione.
Aggiungasi che la legna era bagnata e quindi faceva più fumo
dell'ordinario. Là dentro non ci si vedeva quasi più,
una nebbia fittissima di fumo impediva di scorgere qualsiasi
cosa e soltanto i falò si vedevano appena in quel turbinio
di fumo e di odore acre. Poco dopo uscii di là ed assieme
a Frerejan mi recai in una capanna situata un po’fuori
e a destra della caverna. Quasi subito giunsero il maggiore comandante
il battaglione e diversi altri ufficiali.
A Pecol era giunto soltanto il nostro battaglione; i bersaglieri
e la fanteria avevano avuto ordine di seguire l'ampia strada
della valle, mentre noi marciando lungo le dorsali dei monti
dovevamo proteggere la loro e la nostra ritirata restando sempre
ad una certa vicinanza col nemico.
In quella capanna accendemmo anche noi un bel fuoco in mezzo
alla stanza principale e subito tutti gli ufficiali cercarono
il modo di asciugarsi. Terminai di bere la mia bottiglia di cognac
che un soldato si era presa per se e quindi mi tolsi le scarpe,
le calze e la giubba cercando di farle asciugare nel minor tempo
possibile. Detti un passamontagna a Delù perché questi
aveva perduto il cappello durante la marcia ed il suo passamontagna
era troppo bagnato.
Mentre muti e pensierosi stavamo tutti attorno a quel fuoco
vivificatore io fui chiamato dal capitano per andare di pattuglia
in certe case a fondo valle. Mandai entro di me una maledizione
per la sorte toccatami, ma non era per paura del nemico del quale
non m’importava proprio nulla d'incontrarlo; ma perché ero
ancora tutto bagnato e tremante di freddo. Mi rivestii in fretta
con quegli abiti gelati che pesavano tre volte di più e
mi presentai al capitano per ricevere gli ordini in proposito.
" Per ora la pattuglia non va più " mi rispose "ma
si tenga sempre pronto. "
E così rimanemmo nella capanna per molte altre ore
senza che ognuno di noi potesse essersi asciugato perché l'acqua
era tale e tanta che ci volevano molti altri fuochi per asciugarsi
tutti. Fuori pioveva ininterrottamente.
Feci un’altra visita ai soldati del plotone che erano
nelle caverne. Il fumo era qualche cosa di insopportabile. Tutti
tossivano ed avevano gli occhi lucidi e lacrimosi, La respirazione
era assolutamente impossibile. A tastoni, perché non vedevo
più nulla mi diressi dai miei soldati che erano ammonticchiati
L’uno sull’altro vicini a quel fuoco che invece di
calore mandava fumo. Mi misi la maschera contro i gas asfissianti
e così potei respirare un po’comodamente. Il mio
esempio fu seguito da molti altri soldati i quali mi dissero
che ancora non ci avevano pensato.
Restammo in quel luogo desolato fino alle ore tre pomeridiane
senza che ne ufficiali ne soldati si sfamassero perché i
viveri li avevano mangiati la sera avanti o perduti durante la
notte assieme agli zaini e tascapani. Quei pochi soldati che
ne avevano ancora furono obbligati a serbarli in caso di maggiori
difficoltà di approvvigionamento.
Riuscimmo tutti all'aperto; il battaglione si dispose per
la partenza mettendo in testa la nostra compagnia con la sezione
mitragliatrici. Poi seguivano le bettica (? ) le cui armi furono
abbandonate sulla destra del sentiero essendo inutili per mancanza
di munizioni. Dietro a noi seguirono le altre compagnie. Così ordinati
ci riponemmo in cammino per raggiungere L’abitato di Pecol.
(13 )
Il nemico era vicino, ma si teneva nascosto e l'artiglieria
del forte di Chiusaforte tirava dei colpi radi, monotoni resi
ancora più lugubri dal tempo uggioso e triste. Cautamente,
preceduti da una pattuglia di punta, scendevamo la montagna per
L’unico sentiero costituito dal letto di un rivoletto fatto
da un cascatella che usciva fra due macigni. L’acqua intorno
continuava a cadere lenta e fitta,. penetrava dappertutto ed
avendo noi tutti gli abiti bagnati essa si aggiungeva a quella
già esistente.
Mano a mano che si scendeva l'ansia aumentava: il nemico c'era
e non si scorgeva; la montagna insidiosa dalle pietre viscide
e sdrucciolevoli impediva una marcia regolare dovendo ad ogni
passo studiare il terreno per mettere bene il piede e non precipitare
a valle. Così dopo un’ora di discesa fatta con la
massima cautela e circospezione, giungemmo sul limitare di un
piccolo bosco di pini.
Sostammo in silenzio. L’acqua scendeva, scendeva sempre
triste e monotona sollevava un numero grandissimo e quasi impercettibile
di suoni che mi urtavano terribilmente i nervi già tanto
eccitati. M'assisi con degli altri ufficiali sopra un piccolo
rialzo e collo sguardo fisso in avanti ascoltavo il lugubre rombo
di quell’artiglieria che sparava sempre a lunghi intervalli.
La natura era triste, sembrava che anch’essa comprendesse
L’immane sciagura che ci colpiva ed anche lei pareva associarsi
al nostro dolore. Appoggiai una mano sulla fronte gocciolante
acqua e cercavo di pensare a tutto quello che succedeva ma la
mia mente troppo stanca non era capace di unire due idee per
quanto semplici fossero. Tutto era vuoto entro di me.
Dopo un’ora che eravamo rimasti fermi ritornò la
pattuglia dicendo che nei casali di Pecol(13) non c'era indizio
di nessun nemico, non solo ma che anche gran parte della popolazione
aveva evacuato avendoli essa trovati quasi tutti disabitati.
A quell’annunzio ci rinfrancammo. Poco prima di arrivare
all’abitato scorgemmo attraverso il sentiero un cavo tagliato
di una teleferica. Un carrello carico di un sacco ripieno giaceva
per terra con la carrucola ancora attaccata al cavo spezzato.
Quella vista mi fece ancor più male, mi rese ancor
più triste, esso fu un altro segno della nostra ritirata,
del disastro immane che ci colpì.
Giunti al paese sostammo. In un casolare isolato Di Prampero
piazzò la sua sezione di mitragliatrici,. gli altri ufficiali
accompagnarono i propri soldati a ricoverarsi in diverse case
assegnando ad ogni plotone uno spazio determinato.
I soldati erano senza viveri ma per fortuna i borghesi fuggendo
non avevano portato via tutto,. razzolavano ancora per le aie
le galline, ed il formaggio e la polenta non erano del tutto
scomparsi dai casolari abbandonati
Mentre qualche plotone si spingeva avanti guardingo, disponendo
il terreno a difesa e vigilando affinchè non fossimo attaccati
all’improvviso, gli altri soldati ormai padroni di quelle
cose abbandonate cominciarono a romper legna e ad accender fuochi
nell’interno delle case per far da mangiare ed asciugarsi.
Dietro L’ordine del capitano io ritirai le scatolette
di carne ai soldati del mio plotone e le contai: erano quattordici,
ossia due chilogrammi e mezzo di carne per trenta uomini! Qualche
cassa di cartucce trovata per caso fu per noi più di un
tesoro! Distribuimmo subito le cartucce che quasi quasi i soldati
si litigavano essendo privi anche di quelle! Il capitano dava
sempre ordini e noi ufficiali coi vestiti gelati addosso che
c’impedivano qualsiasi movimento bisognava correre da un
capo all’altro del villaggio saltando sempre un ruscello
che lo attraversava per lungo.
Imbruniva e le tenebre accelerate dal cattivo tempo diedero
su di noi quasi poveri sperduti una sensazione tetra di cupo
sconforto e di profonda mestizia, I soldati muti e tristi si
preparavano caldai di polenta e mentre qualche altro abbrustoliva
un pollo infilzato su uno stecco, molti si asciugavano le divise
accanto al fuoco vivificatore. Come li avevano frastornati le
dure fatiche e i disagi sofferti!
Portai ancora una comunicazione a Cappellano e poi mi ritrassi
dalla vista di quel quadro doloroso e oramai quasi libero cominciai
a pensare alla mia persona. Entrai in un porcile dove alcuni
miei soldati avevano acceso un fuoco e preparando una pentola
di patate soffiavano sulla legna verde e bagnata affinché s’accendesse.
Allora mi tolsi la giubba, il panciotto e li consegnai ad uno
che mi stava vicino affinché asciugasse tutto, E così bagnato
fino alle ossa mi gettai per terra a riposare. Ero tanto spossato
e stanco che non sentivo neanche fame: avevo fame. Tuttavia non
potevo dormire,’quel fumo mi dava noia, quel bagnato che
avevo addosso mi faceva tremare dal freddo,
Allora mi alzai, mi avvicinai nuovamente al fuoco,. i soldati
mi fecero subito un bel vuoto ed io approfittai dell’occasione
per asciugarmi nel miglior modo possibile. Slacciai i pantaloni
e rimboccatili fino alle ginocchia restai colle sole mutande
tutte bagnate fradice. Così mi appressai al fuoco che
cominciò ad ardere per bene e restando in piedi mi feci
lambire dalle fiamme, Quando queste cominciavano a scaldarmi
troppo, allora presentavo un altro lato e così via finche
mi ritrovavo nella posizione primitiva. Una nuvola di vapore
partiva dal mio corpo e sollevava un odore acre, caldo, insopportabile.
Mentre stavo tutto intento in questa operazione di prosciugamento,
giunse un soldato dalla casa dove erano alloggiati il capitano
ed il maggiore dicendomi che ero atteso insieme agli altri ufficiali
a mangiare una mensa improvvisata avendo tutti una gran fame
" Signor tenente, mi ha detto anche che faccia presto. "
" Non posso mica arrivare in questo stato. Va là,
comincia anche tu a fare qualche cosa; preparami il panciotto,
la giubba ed il passamontagna mentre io mi riallaccio i pantaloni. "
Il soldato premurosamente mi preparò tutto ed io in
un attimo infilai quegli indumenti caldi umidi che erano stati
fino allora vicino al fuoco. Un altro soldato che a mia insaputa
aveva cercato di asciugarmi il pastrano, me 10 diede dicendo:
" Prenda anche questo, signor tenente, le spalle sono
quasi asciutte, il resto è ancora tutto bagnato. "
" Fa nulla, grazie 10 stesso del buon pensiero. " Risposi
ed indossai anche quello.
In meno di un minuto mi rivestii; in quattro salti raggiunsi
L’abitazione del maggiore ed arrivai là che la mensa
non era ancora pronta. Di Prampero stava accanto al fuoco come
un vecchio e fumando una pipetta puzzolente stendeva ogni tanto
le mani sul fuoco. Frerejan, Delù, Mapelli, Oderda e qualche
ufficiale dell’8° compagnia erano pure addossati vicino
al fuoco. Due. candele accese rischiaravano la stanza. Dopo circa
venti minuti che eravamo là in attesa giunse il maggiore
dopo aver fatto un giro d'ispezione agli avamposti. Lo salutammo
chiedendogli anche qualche notizia.
" Finora nulla di nuovo; ma il nemico c’è senza
dubbio; mangiamo svelti, poi ripartiamo subito subito. "
Pioveva di nuovo molto forte, il vento sibilava .fra le piante
dei boschi vicini e L’artiglieria del forte di Chiusaforte
tirava ancora pochi colpi a lunghi intervalli. Che notte di ansie
e di angosce! In quella cucina stavamo calmi. Sembrava di essere
in famiglia; ma ognuno di noi aveva un aspetto triste e sfiduciato
e L’uno non osava parlare all’altro.
n maggiore chiese una sedia, Di Prampero gliela diede e rimase
in piedi mentre il mio capitano si sedette su di una cassa. Gli
altri ufficiali restarono quali in piedi e quali si sedettero
in fila su della legna. Cappelletti distribuiva le vivande, ma
il piatto era uno e gli ufficiali dodici o quattordici.
" Cominciate a mangiare, giovanotti " disse il maggiore " e
non perdiamo tempo. "
" Signor maggiore, cominci lei " disse il mio capitano " e
mentre lei mangia la minestra gli altri mangiano dell’altro
e così il piatto fa il giro degli ufficiali. "
Mentre il maggiore gustava il piatto di minestra calda tutti
noialtri cominciando dal capitano avevamo preso un pezzo di pollo
allessato ed era buffo vedere come gli azzimati ufficiali di
un tempo, conquistatori di ragazze nei salotti splendidamente
illuminati, mangiavano pezzi di polli tenuti .fra le mani e davano
su quella carne bollita dei morsi inesorabili che stritolavano
anche gli ossicini.. del resto eravamo tutti più che affamati.
lo che ero vicino alle vivande abbrancai, dopo aver terminato
il pollo, un bel pezzo di polenta quasi .fredda.
Mentre anche gli altri cominciavano ad attaccarsi alla polenta
si udì all’improvviso una forte scarica di fucileria
con qualche raffica di mitragliatrici. Quelli che erano seduti
balzarono in piedi come spinti da una molla e dietro L’ordine
del maggiore uscirono all’aperto.
" Riordinate i soldati e partiamo subito, " ordinò il
maggiore " non c’è un minuto da perdere o siamo
perduti. "
Prima di uscire da quella casa feci passare a forza nell’esofago
la polenta che avevo ancora tra le mani; ne cacciai un altro
pezzo in tasca, un bel pezzo di formaggio in bocca e corsi anch’io
verso il porcile per radunare i soldati. Mi rimisi il sacco tirolese,
il moschetto, presi L’alpenstock ed ordinai ai soldati
di tenersi pronti per la ritirata.
Un’altra scarica, più poderosa e più vicina
dell’altra si udì nelle vicinanze del villaggio.
Erano gli avamposti che si ritiravano sparando.
" 2° plotone fuori in marcia! " urlò il
capitano. Allora subito uscii coi miei uomini dal porcile,. li
riunii con quelli che aveva radunati Frerejan e via di corsa
per il sentieruolo che doveva salvarci.
Gli altri soldati ci seguivano celermente e facevano precipitare
sassi e ciottoli. Ora sapevamo che c'era il nemico, che egli
stava nostre calcagna e bisognava sfuggire da quelle montagne
e passare il Fella prima che le pattuglie nemiche che scendevano
dalla carrozzabile della vai Raccolana ci assalissero sulla riva
sinistra del fiume.
Dopo un lungo tratto di cammino il sentiero saliva ripidissimo
sulla montagna e quantunque la notte fosse un po’migliore
di quella precedente tuttavia le tenebre erano molto fitte. I
cavi di una teleferica distrutta attraversavano il sentiero a
circa un metro di altezza ed allora ogni soldato, ogni ufficiale
saltava quei cavi, oppure come la maggior parte di noi tutti
passava sotto e via a passo di corsa ansando e sudando per la
fatica della marcia,. si continuava la ritirata per quel sentiero.
Sembravamo spettri fuggenti nella notte.
La fatica aveva prodotto una sete terribile ed una bocca arsa
ed attaccaticcia mi faceva soffrire terribilmente. Vicino ad
una cascatella mi tolsi L’elmetto, lo riempii d’acqua
e quantunque il casco fosse forato, pure riuscii a bere abbastanza
acqua senza neppure fermarmi.
Eravamo arrivati quasi in vetta al monte che si erge dirimpetto
a Chiusaforte e lontano a destra nereggiava d'un buio ancor più fitto
la forma di una valle. La vai Fella, senza dubbio; "Ora
siamo proprio vicini a Chiusaforte. " Pensai fra di me continuando
a camminare.
Marciammo ancora molto tempo, il sentiero insensibilmente
si era trasformato in una mulattiera e non essendo più obbligati
ad andare uno avanti l'altro cercavo di distinguere i soldati
per rimettere in ordine il plotone. La lunghezza della marcia
mi aveva risvegliato una sete ardente e le scarpe insaccando
i piedi che guazzavano nell'acqua me li facevano dolorare fortemente.
Al primo male posi rimedio con un altro elmetto di acqua, ma
per il secondo fu giocoforza L’adattarvisi.
Oramai la mulattiera cominciava a discendere il monte; infondo
alla valle il Fella faceva udire il mormorio delle sue acque
che si frangevano contro i macigni seminati nel suo letto ed
in fondo il paese di Chiusaforte mi appariva dinanzi agli occhi
calmo come venti giorni avanti.
Rivedevo il ponte di ferro della ferrovia fatto addirittura
fra una montagna e l’altra e poi più lontano appena
appena il ponte di pietra dei pedoni. Oh, come divenni più triste
a quella vista,. che amaro rimpianto avevo per quei luoghi abbandonati
sui quali si poteva resistere, resistere ad oltranza per più di
sei mesi. Ma l'ordine era laconico. Ritirarsi,. bisognava immediatamente
ritirarsi e proteggere le truppe di quel settore.
Si scendeva ancora ammassati,. i soldati erano quasi tutti
riuniti tranne due, forse rimasti addietro sperduti. La mulattiera
era ormai finita e noi in fondo ad essa ci fermammo. Tutti i
plotoni si ricomposero, si misero soldati per quattro e fu fatto
L’appello. Botto che era rimasto indietro infine ci raggiunse.
Nel plotone mancava ancora un soldato. Non potendo attendere
più oltre rimettemmo in cammino la truppa del battaglione
che a passo di marcia attraversò le poche case della riva
sinistra di Chiusaforte. Qualche finestra ancora illuminata mi
dava delle fitte al cuore. Giungemmo sul ponte che venti giorni
avanti avevo rimirato dalle finestre della mia stanza da letto
ed in buon ordine l’oltrepassammo. Appena raggiunta la
sponda destra del Fella dietro di noi guizzò rapida una
luce, quindi un rombo cupo, fragoroso coprì il rumore
di pietre cadenti nel fiume. Il ponte di Chiusaforte era saltato.
Eravamo gli ultimi a ritirarci seguendo la via dei monti.
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