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Soggiorno
di Oscar Bonomi

Storia di un aspirante ufficiale durante la Grande Guerra

 

Soggiorno

Dopo la partenza di Albona nessuno parlò più dell’accaduto, il capitano ci fece un predicozzo ed i nostri animi divennero lieti mentre lo schietto buon umore ritornò alla mensa della 270°

La cassetta giunta alla quota il giorno precedente mi aveva reso arcicontento; col mio cappotto e con l’alpenstock che mi avevano dato non avevo più bisogno di nulla. Infatti chi era più felice di me? Benvoluto dai compagni, stimato dai superiori, rispettato dai soldati io mi sentivo forte di coprire tale grado. Durante il giorno sorvegliavo i lavori della trincea ascoltando i discorsi dei soldati e intervenendo col mio parere solo quando essi fossero sfavorevoli alla guerra che ormai combattevano da due anni e mezzo e li convincevo sulla necessità di tener duro e di resistere fino alla fine. Del resto quegli interventi erano molto rari poiché il morale dei miei soldati era sempre elevatissimo.

Tutti i servizi giornalieri erano assiduamente sorvegliati da me ed una parte della notte, quando Frerejan smontava facevo io l’ispezione ai piccoli posti. lo mi sentivo soddisfatto e facevo il servizio con tutto l’entusiasmo dei miei diciotto anni.

n soggiorno alla quota mi attraeva sempre di più ed ero felice che la sorte mi avesse destinati su quei picchi, unici rifugi dei corvi e delle cornacchie. La posizione mi era divenuta familiare, già la conoscevo in tutti i suoi dettagli e sapendo i punti più o meno riparati, la percorrevo colla stessa indifferenza sia di giorno come di notte col buio profondo.

Soltanto nelle prime notti, passando per il punto ove avvenne la morte del sergente maggiore m’impressionavo un po' “ ma dopo qualche volta nulla temevo più. Ero diventato padrone di me stesso.

Certe mattine, dopo aver vegliato tutta la notte andavo a letto alle sei, cioè quando il cuoco distribuiva il caffè ai soldati ancora addormentati. lo ne prendevo un’abbondante razione e poi andavo a coricarmi, alle otto prendevo ancora del caffè caldo ed alle dieci mi alzavo dopo aver sorbito una tazza di buon brodo come già dissi precedentemente.

La sera seguente a quella dell’arrivo del capitano, giunse alla mensa della 270° il sottotenente Oderda. n nostro capitano era andato via da pochi minuti, quando sulla mulattiera udimmo delle grida.

Frerejan allora si alzò ed uscì dal baracchino. La solita voce sconosciuta esclamò allora in piemontese: “ Ehi, Frerejan, sei tu?come stai?” -“Benone e tu?” -“ Anch’io. Ma ora non ne posso più Oh,finalmente ci sono. ...Credevo di non arrivare fin quassù. Dio come sono stanco! “

La persona che non conoscevo comparve finalmente sull’entrata della mensa acclamata dai vecchi amici con molto entusiasmo-

“ Ciao Oderda, finalmente sei ritornato .fra noi,. che novità ci porti da Torino? Su, su, racconta! “

“ Oh, non ne posso più, datemi da mangiare e dopo racconto; Dio come sono stanco! In verità temevo di non arrivare fin quassù. Siccome porto le scarpe borghesi, così ad ogni passo che facevo sulla mulattiera, tup ...me ne tornavo indietro di due. “

Queste ultime .frasi erano pronunziate colla bocca pieno di cibo che Cappelletti pronto gli aveva potato dalla cucina.

“ Su, coraggio, mangia, mangia” gli dicevano da ogni parte “e vedrai che ti rimetterai in forze. “

Gli si versava del vino a profusione ed intanto ci raccontava qualche cosa di Torino, della sommossa e delle sue conquiste fatte durante la sua permanenza colà.

..Ecco; adesso sto un po’meglio “ disse dopo un’ora che mangiava ..ma prima, ah, che vita, cascavo morto sulla mulattiera! “

Verso le undici, dopo che tutti erano andati via, restammo nel baracchino Oderda, Frerejan, io e l’attendente del nuovo venuto. Si parlò anche di Gilda e poco dopo prendemmo la mulattiera per tornare alle quote.

Siccome Oderda non poteva proprio più camminare, io di dietro lo spingevo su per la strada, seguiti dall’attendente che portava un lanternino acceso. Giunti ai ricoveri della mia quota ci salutammo e, mentre io e Frerejan ci disponevamo a coricarci, gli altri due si diressero a Punta Plagnis.

n giorno seguente, mentre Oderda si era recato dal maggiore Urbanis per presentarsi, giunse alla nostra quota il sottotenente Zanier del medesimo battaglione ed amico di Frerejan.

Essendo la giornata magnifica decidemmo, nell’assenza di Oderda di andare a Punta Plagnis. Giunti laddove la mulattiera si divarica ed un ramo entra nel mio camminamento e l’altro prosegue per Punta Plagnis, sostammo un poco e cominciammo a tirare palle e blocchi di neve sui soldati sottostanti. Questi, non potendo fare altrettanto con noi, cercavano frettolosamente un riparo dietro ai ricoveri, ma noi facendo fare ai bianchi proiettili delle grandi parabole li colpivamo ugualmente costringendoli infine ad una ritirata definitiva dentro i ricoveri. Non mancavano poi le palle di neve tirate fra noi e non smettevamo fintanto che le mani non erano diventate oltremodo gelate.

Finiti i numerosissimi tourniquets arrivammo a Punta Plagnis. Visitammo la caverna a T della quota nella quale si trovavano due cannoncini : uno da 37 ed un altro da 57 mm. Siccome era tardi e dovevo sorvegliare e dirigere i lavori del camminamento, dovetti ritornare poco appresso alla mia quota mentre Frerejan e Zanier proseguivano per Cima Portati sperando anche di arrivare alla Forca del Val. alle diciassette sorseggiai due bicchierini di Strega cogli amici che ritornavano da Cima Portati, dolenti di non aver raggiunto la Forca di Val.

n 20 ottobre per ordine del capitano dovetti recarmi al fondo valle a comandare una corvèe per prendere delle travi che dovevano servire a coprire un tratto di camminamento ancora scoperto, ed al ritorno mi dovevo portare anche ella gelatina esplosiva. La pazienza che dovetti avere per comandare quelle trentasei testacce di montanari fu proprio enorme.

Essendo la corvèe formata con elementi di tutti i plotoni della compagnia, così non sapevo come regolarmi con certi soldati che non conoscevo a che erano recalcitranti alla fatica ed all’obbedienza. Aggiungasi che io ero ancora troppo novizio per applicare il regolamento di disciplina. Alcuni non volevano portare le travi perché troppo pesanti, altri dicevano essere la salita troppo faticosa, insomma dopo il mio atteggiamento risoluto e con la promessa di frequenti riposi la corvèe ripartì dalla valle e riprese la ripida e faticosa mulattiera del Cregnedul.

n caporale che trasportava la gelatina fu da me sorpreso a fumare una sigaretta. Avrei voluto farlo precipitare giù per la montagna! ..Come! Colla gelatina sicuramente gelata tu fumi in mezzo a noi? “ gli gridai gettando via la sigaretta accesa. n caporale zitto continuò la strada mentre gli austriaci dal Rombon sparavano delle granate che miagolando al di sopra elle nostre teste scoppiavano a fondo valle. Ad ogni colpo i soldati gettavano le travi sulla mulattiera e si riparavano sulle rocce.

Finalmente dopo innumerevoli fatiche e non so quante bestemmie la corvèe giunse alla mia quota ed i soldati mi dichiararono candidamente che se dovevano fare ancora un centinaio di metri non avrebbero più proseguito. Infatti a dir la verità avevano sudato parecchio e molti erano davvero esausti.

Il giorno ventidue, mentre eravamo tutti a mensa, il capitano disse tanto a me come a Mapelli che alle quattordici, per ordine del maggiore dovevamo fare il giuramento assieme al sottotenente Borga della sezione pistole. Alle quattordici infatti scendemmo tutti a Plagnota ed io armatomi colla pistola di Delù giurai assieme agli altri due.

La cerimonia, brevissima, mi commosse alquanto. Infatti la mia parola d’onore e di fedeltà al Re e alla Patria era pronunziata e dovevo mantenerla. Dopo il discorsetto d'occasione durato pochissimi minuti ci radunammo con tutti gli ufficiali del battaglione alla mensa di Plagnota ove si fece un abbondante rinfresco con bottiglie di barbera, grignolino e numerose sigarette, che io non volli fumare furono distribuite agli ufficiali.

Dopo un trattenimento abbastanza lungo trascorso fra la più grande giovialità ognuno ritornò alla sua quota. Così passavano le giornate a Cregnedul: giornate di lavoro, di emozioni e di soddisfazioni.


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Passato remoto, ma sempre presente
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Una famiglia nella guerra
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Amarcord
   
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Riordinavo una libreria
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Udine, estate 1917
Prefazione
L’arrivo a Cregnedul
Prime giornate
Soggiorno
La natura ad alta quota
Un brutto quarto d’ora.
Ritirata
Verso Pecol
Da Pecol a Chiusaforte
Da Chiusaforte a Stazione Carnia
E' un vero peccato
Hanno visto la battaglia di Pradis
Un parente dell'Imperatore
La lotta nella tormenta
Due Divisioni accerchiate
Il nemico in anticipo
L'ultimo assalto
Mentre sui fronti ...
I prigionieri di Pradis ...
Relazione del
14-12-1918 ...
Non fu congedato ...
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