Soggiorno
Dopo la partenza di Albona nessuno parlò più dell’accaduto,
il capitano ci fece un predicozzo ed i nostri animi divennero
lieti mentre lo schietto buon umore ritornò alla mensa
della 270°
La cassetta giunta alla quota il giorno precedente mi aveva
reso arcicontento; col mio cappotto e con l’alpenstock
che mi avevano dato non avevo più bisogno di nulla. Infatti
chi era più felice di me? Benvoluto dai compagni, stimato
dai superiori, rispettato dai soldati io mi sentivo forte di
coprire tale grado. Durante il giorno sorvegliavo i lavori della
trincea ascoltando i discorsi dei soldati e intervenendo col
mio parere solo quando essi fossero sfavorevoli alla guerra che
ormai combattevano da due anni e mezzo e li convincevo sulla
necessità di tener duro e di resistere fino alla fine.
Del resto quegli interventi erano molto rari poiché il
morale dei miei soldati era sempre elevatissimo.
Tutti i servizi giornalieri erano assiduamente sorvegliati
da me ed una parte della notte, quando Frerejan smontava facevo
io l’ispezione ai piccoli posti. lo mi sentivo soddisfatto
e facevo il servizio con tutto l’entusiasmo dei miei diciotto
anni.
n soggiorno alla quota mi attraeva sempre di più ed
ero felice che la sorte mi avesse destinati su quei picchi, unici
rifugi dei corvi e delle cornacchie. La posizione mi era divenuta
familiare, già la conoscevo in tutti i suoi dettagli e
sapendo i punti più o meno riparati, la percorrevo colla
stessa indifferenza sia di giorno come di notte col buio profondo.
Soltanto nelle prime notti, passando per il punto ove avvenne
la morte del sergente maggiore m’impressionavo un po' “ ma
dopo qualche volta nulla temevo più. Ero diventato padrone
di me stesso.
Certe mattine, dopo aver vegliato tutta la notte andavo a
letto alle sei, cioè quando il cuoco distribuiva il caffè ai
soldati ancora addormentati. lo ne prendevo un’abbondante
razione e poi andavo a coricarmi, alle otto prendevo ancora del
caffè caldo ed alle dieci mi alzavo dopo aver sorbito
una tazza di buon brodo come già dissi precedentemente.
La sera seguente a quella dell’arrivo del capitano,
giunse alla mensa della 270° il sottotenente Oderda. n nostro
capitano era andato via da pochi minuti, quando sulla mulattiera
udimmo delle grida.
Frerejan allora si alzò ed uscì dal baracchino.
La solita voce sconosciuta esclamò allora in piemontese: “ Ehi,
Frerejan, sei tu?come stai?” -“Benone e tu?” -“ Anch’io.
Ma ora non ne posso più Oh,finalmente ci sono. ...Credevo
di non arrivare fin quassù. Dio come sono stanco! “
La persona che non conoscevo comparve finalmente sull’entrata
della mensa acclamata dai vecchi amici con molto entusiasmo-
“ Ciao Oderda, finalmente sei ritornato .fra noi,. che
novità ci porti da Torino? Su, su, racconta! “
“ Oh, non ne posso più, datemi da mangiare e
dopo racconto; Dio come sono stanco! In verità temevo
di non arrivare fin quassù. Siccome porto le scarpe borghesi,
così ad ogni passo che facevo sulla mulattiera, tup ...me
ne tornavo indietro di due. “
Queste ultime .frasi erano pronunziate colla bocca pieno di
cibo che Cappelletti pronto gli aveva potato dalla cucina.
“ Su, coraggio, mangia, mangia” gli dicevano da
ogni parte “e vedrai che ti rimetterai in forze. “
Gli si versava del vino a profusione ed intanto ci raccontava
qualche cosa di Torino, della sommossa e delle sue conquiste
fatte durante la sua permanenza colà.
..Ecco; adesso sto un po’meglio “ disse dopo un’ora
che mangiava ..ma prima, ah, che vita, cascavo morto sulla mulattiera! “
Verso le undici, dopo che tutti erano andati via, restammo
nel baracchino Oderda, Frerejan, io e l’attendente del
nuovo venuto. Si parlò anche di Gilda e poco dopo prendemmo
la mulattiera per tornare alle quote.
Siccome Oderda non poteva proprio più camminare, io
di dietro lo spingevo su per la strada, seguiti dall’attendente
che portava un lanternino acceso. Giunti ai ricoveri della mia
quota ci salutammo e, mentre io e Frerejan ci disponevamo a coricarci,
gli altri due si diressero a Punta Plagnis.
n giorno seguente, mentre Oderda si era recato dal maggiore
Urbanis per presentarsi, giunse alla nostra quota il sottotenente
Zanier del medesimo battaglione ed amico di Frerejan.
Essendo la giornata magnifica decidemmo, nell’assenza
di Oderda di andare a Punta Plagnis. Giunti laddove la mulattiera
si divarica ed un ramo entra nel mio camminamento e l’altro
prosegue per Punta Plagnis, sostammo un poco e cominciammo a
tirare palle e blocchi di neve sui soldati sottostanti. Questi,
non potendo fare altrettanto con noi, cercavano frettolosamente
un riparo dietro ai ricoveri, ma noi facendo fare ai bianchi
proiettili delle grandi parabole li colpivamo ugualmente costringendoli
infine ad una ritirata definitiva dentro i ricoveri. Non mancavano
poi le palle di neve tirate fra noi e non smettevamo fintanto
che le mani non erano diventate oltremodo gelate.
Finiti i numerosissimi tourniquets arrivammo a Punta Plagnis.
Visitammo la caverna a T della quota nella quale si trovavano
due cannoncini : uno da 37 ed un altro da 57 mm. Siccome era
tardi e dovevo sorvegliare e dirigere i lavori del camminamento,
dovetti ritornare poco appresso alla mia quota mentre Frerejan
e Zanier proseguivano per Cima Portati sperando anche di arrivare
alla Forca del Val. alle diciassette sorseggiai due bicchierini
di Strega cogli amici che ritornavano da Cima Portati, dolenti
di non aver raggiunto la Forca di Val.
n 20 ottobre per ordine del capitano dovetti recarmi al fondo
valle a comandare una corvèe per prendere delle travi
che dovevano servire a coprire un tratto di camminamento ancora
scoperto, ed al ritorno mi dovevo portare anche ella gelatina
esplosiva. La pazienza che dovetti avere per comandare quelle
trentasei testacce di montanari fu proprio enorme.
Essendo la corvèe formata con elementi di tutti i plotoni
della compagnia, così non sapevo come regolarmi con certi
soldati che non conoscevo a che erano recalcitranti alla fatica
ed all’obbedienza. Aggiungasi che io ero ancora troppo
novizio per applicare il regolamento di disciplina. Alcuni non
volevano portare le travi perché troppo pesanti, altri
dicevano essere la salita troppo faticosa, insomma dopo il mio
atteggiamento risoluto e con la promessa di frequenti riposi
la corvèe ripartì dalla valle e riprese la ripida
e faticosa mulattiera del Cregnedul.
n caporale che trasportava la gelatina fu da me sorpreso a
fumare una sigaretta. Avrei voluto farlo precipitare giù per
la montagna! ..Come! Colla gelatina sicuramente gelata tu fumi
in mezzo a noi? “ gli gridai gettando via la sigaretta
accesa. n caporale zitto continuò la strada mentre gli
austriaci dal Rombon sparavano delle granate che miagolando al
di sopra elle nostre teste scoppiavano a fondo valle. Ad ogni
colpo i soldati gettavano le travi sulla mulattiera e si riparavano
sulle rocce.
Finalmente dopo innumerevoli fatiche e non so quante bestemmie
la corvèe giunse alla mia quota ed i soldati mi dichiararono
candidamente che se dovevano fare ancora un centinaio di metri
non avrebbero più proseguito. Infatti a dir la verità avevano
sudato parecchio e molti erano davvero esausti.
Il giorno ventidue, mentre eravamo tutti a mensa, il capitano
disse tanto a me come a Mapelli che alle quattordici, per ordine
del maggiore dovevamo fare il giuramento assieme al sottotenente
Borga della sezione pistole. Alle quattordici infatti scendemmo
tutti a Plagnota ed io armatomi colla pistola di Delù giurai
assieme agli altri due.
La cerimonia, brevissima, mi commosse alquanto. Infatti la
mia parola d’onore e di fedeltà al Re e alla Patria
era pronunziata e dovevo mantenerla. Dopo il discorsetto d'occasione
durato pochissimi minuti ci radunammo con tutti gli ufficiali
del battaglione alla mensa di Plagnota ove si fece un abbondante
rinfresco con bottiglie di barbera, grignolino e numerose sigarette,
che io non volli fumare furono distribuite agli ufficiali.
Dopo un trattenimento abbastanza lungo trascorso fra la più grande
giovialità ognuno ritornò alla sua quota. Così passavano
le giornate a Cregnedul: giornate di lavoro, di emozioni e di
soddisfazioni. |