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da pag. 3 a pag. 8 in

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(scaricabile dalla biblioteca esterna)

All'inizio di ogni discussione è riportato per intero il testo del capitolo quale lo propone l'Autore. L'Autore, in seguito, può ridurlo, man mano che completa la revisione del testo. Il testo così aggiornato sotituisce ed integra quello esistente sul corrispondente file pdf scaricabile qui sotto
(psw: 1234).

001_gabbianella.pdf

 

Grunf, grunf, grunf. I ricci razzolavano sgrufolando nel terriccio del bosco, annusando tutto quello che incontravano. Erano tre bei ricci giovani, tre pallottole grassocce con gli aculei dritti, ben piantati e gli occhietti neri come dei carboncini rotondi.

Avanzavano ficcando i loro musetti aguzzi fra le foglie secche, al piede degli arbusti, sotto le felci e di quando in quando si fermavano a rosicchiare.

“ Rosicchiate tutto ciò che trovate: semi, tuberi, bruchi ”- aveva raccomandato loro la mamma prima di congedarli - “ e preparatevi una buona tana per l'inverno.” Così facevano a gara a chi si abboffava di più e nella loro smania di rovistare, di annusare, non si guardavano nemmeno attorno e quindi non si accorsero che il bosco si stava diradando e, a poco a poco, diventava radura, prato, e che stavano dirigendosi verso uno stagno. Si fermarono sulla riva dell'acqua e finalmente si guardarono attorno.

Ritto su un masso c'era un grosso uccello bianco con la punta delle ali grigia. Bello, elegante, si lisciava con cura le penne, strofinava il becco sotto le ali, si equi- librava sulle zampette palmate.

I ricci erano incuriositi ed interdetti. Conoscevano vari uccelletti che giravano per il bosco, conoscevano il picchio ed il cuculo e conoscevano pure il gufo di cui avevano una paura folle da quando questi aveva catturato e sbranato il loro quarto fra­ tello, il più grasso e più lento, ma non avevano la minima idea di chi potesse essere quella creatura bianca che zampettava su quel sasso.

“ Chi mai sarà?” – domandò Riccio I°

“ Un uccello, un bellissimo uccello.” – rispose Riccio II°

“ Ma che bravo!” – replicò Riccio I° -“ Lo so bene che è un uccello, ma quale?”

“ Certamente non abita qui, dev'essere un forestiero di passaggio, forse un migratore.” – disse Riccio III°

“ E se provassimo a chiederglielo?” – propose Riccio II° e fece qualche passo verso lo sconosciuto.

“ Attento! Potrebbe beccarti, magari ha un caratteraccio!”

“ Andiamo avanti tutti e tre. Non potrà certo beccarci tutti assieme.”

Arrivarono sotto il macigno e rimasero a contemplare incantati quel forestiero così elegante, raffinato, così diverso da loro e da tutti gli abitanti del bosco, quell'uc- cello bianco che guardava lontano, che pareva nemmeno si accorgesse di loro quasi fossero pallottole di terra posate sulla terra. Alla fine Riccio I° si fece coraggio:

“ Chi sei? Da dove vieni? Noi non ti conosciamo.”

Il bianco uccello si riscosse, abbassò il capo, guardò a destra, poi a sinistra, infine sembrò accorgersi dei tre ricci che lo ammiravano dal basso.

“ Chi sono? Sono un gabbiano, anzi io sono Gabbianella. Vengo da lontano e vado lontano, sempre volando alto, non svolazzando da un tronco all'altro come fanno gli uccelli del bosco.”

“ Scendi, Gabbianella, scendi da quel sasso, che ti si possa ammirare meglio, sai, noi non riusciamo a salirci su.” – La voce di Riccio II 0 era quasi una implorazione.

Gabbianella fece un saltello, allargò un attimo le ali e scese fra loro. Li guardò, poi scrollò le penne e aprì il becco in uno sbadiglio:

“ Mamma mia, come siete grezzi! Tutti arruffati, pieni di foglie secche, in disor- dine, senza un po' di stile. Proprio animali da sottobosco. E poi tozzi, grevi, con le gambette corte, senza nessuna agilità. Dovreste almeno curarvi un po' di più cari i miei ragazzi, invece di pensare a mangiare tutto il santo giorno.”

I tre ricci si sentirono presi a frustate. Abbassarono la testa, si guardarono di sottecchi ed infine dovettero ammettere che Gabbianella aveva ragione. Erano grezzi, rozzi, selvatici: dei tamarri, insomma. Si ripromisero che avrebbero cercato di migliorare, di rincivilirsi, poi fattosi coraggio Riccio II 0 chiese:

“ Resterai qui con noi, allo stagno?”

“ Oh, no! Figuriamoci! Il mio posto sono i grandi laghi, il mare, gli scogli. Cosa ci faccio io in questa pozzanghera? Mi sono fermata solo per riposare un po', ma ora riparto, riprendo il mio volo. Vado su al Nord dove c'è tanto spazio e dove è meraviglioso volare sopra le onde e dietro le navi.”

“ Tornerai, almeno? Tornerai qualche volta?” – la vocina di Riccio II 0 tremolava. - “ Noi ti aspetteremo, non ci allontaneremo troppo dallo stagno, parleremo di te anche alle altre creature del bosco.”

Gabbianella li squadrò con attenzione, strofinò il becco su un sasso e rispose:

“ Può darsi, vorrà dire che se passerò da queste parti, mi fermerò allo stagno. Però voglio trovarvi un po' più rinciviliti, più ordinati, che così mettete veramente spavento.”

Appena detto questo, guardò in alto, sbattè forte le ali ed era già in volo. Il turbine che aveva sollevato scompigliò la chioma di un soffione ed ora i soffioncini si libravano leggeri nell'aria come tante stelline d'argento.

“ Guardatela” – mormorò Riccio I 0 - “Sembra anche lei portata dal vento come uno dei soffioncini.

“ Oh no!”- replicò Riccio II 0 che era il più romantico dei tre – “ No, lei è molto più lieve e più soave di un soffioncino, guardate come ondeggia nel vento, sembra che galleggi nell'aria.”

I loro tre musetti appuntiti erano rivolti al cielo e con i loro occhietti neri che sembravano punte di spillo continuarono a seguirla finché non divenne un puntolino che spariva nell'infinito. Allora si ritrovarono tra loro, piccoli porcellini con tante spine sul dorso, tozzi e grassi.

“ Gente, qui bisogna darsi una mossa!” – parlava Riccio III 0 che era il più pratico e più deciso della combriccola.- “Dobbiamo presentarci un po' meglio, darci una ripulita, pettinarci gli aculei tutti i giorni, scrollarci di dosso le foglie secche e poi bisogna dimagrire un pochino, che siamo grassi come vesciche di strutto.”

“ Già, ma poi tornerà Gabbianella? Si fermerà qui da noi? Hai sentito come disprezza il nostro stagno?”

“ Le metteremo tutti i giorni qualche buon bocconcino sul sasso. Vedrete che alla fine si fermerà.”

“ Ma cosa mangerà?”

“ Ha parlato di mare, di laghi, probabilmente mangerà dei pesci.”

“ E dove andremo a prenderli i pesci, noi?”

“ Vedrai che andranno bene anche delle ranocchiette, qualche vermetto, con qualche tubero di contorno.”

Così fecero ed era commovente osservare la fatica che facevano tutti i giorni per arrampicarsi in cima al sasso e depositare i loro piccoli doni. Poi si ripulirono, cercarono di sgrezzarsi e Riccio II 0 arrivò al punto di andare a lezione di buon comportamento da un vecchio scoiattolo che sapeva persino stare ritto sulle zampe posteriori mentr e sgranocchiava delle noccioline. Il loro tempo libero lo passavano nei pressi dello stagno, musetto in aria a guardare se finalmente si vedesse un paio d'ali, un puntino all'orizzonte che si ingrandisse, che venisse verso di loro.

 

L'attesa fu lunga, m a i loro sforzi non caddero nel vuoto. Un giorno, all'improvviso udirono uno sbattere di ali, una ventata di vita e sul macigno videro che si era posata Gabbianella. Si rassettò le penne, scompigliate dal lungo volo poi si affrettò a beccare i bocconcini c he le erano stati offerti. Sazia e riposata si guardò attorno e vide tre musetti che la fissavano incantati.

“ Oh, i miei piccoli ricci! Devo riconoscere che siete abbastanza migliorati, almeno nell'aspetto; questo mi fa molto piacere: finalmente vi si può guardare senza inorridire. Ho anche trovato dei buoni bocconcini su questo sasso: chi mai avrà avuto questo pensiero gentile?”

“ Siamo stati noi. Abbiamo pensato che dopo un lungo viaggio avresti avuto fame, e così tutti i giorni ti preparavamo uno spunti no nella speranza che tu arrivassi, un giorno o l'altro.”

Gabbianella li guardò con occhi diversi: in quei piccoli corpicciattoli spinosi c'erano dei cuoricini che battevano, vibravano.

“ E io cosa potrò mai offrirvi? Come contraccambiare? Voi avete un animo così delicato, così gentile ed io invece non ho fatto nulla per voi.”

“ Non devi ricambiare niente. Tu ci hai già fatto un regalo grandissimo, il più grande e più bello che potevi fare.”

“ Io? E quale regalo vi avrei fatto?” “ Il cielo.”

“ Il cielo? Come sarebbe a dire il cielo?”

“ Sì. Tu ci hai regalato il cielo. Noi pensavamo solo ad ingozzarci, facevamo a gara a chi si abboffava di più, strisciavamo nel terriccio, ficcavamo il muso sotto le foglie, il nostro orizzonte non andava al di là di un tubero o di una radice. Poi sei arrivata tu, ti abbiamo seguita nel tuo volo e abbiamo scoperto che sopra di noi c'è un cielo ed è grande, grandissimo e siamo rimasti attoniti a guardare mentre tu sparivi in quella immensità. Poi nell'attesa che tu tornassi abbiamo scrutato questo cielo tutti i giorni ed abbiamo capito che anche lui è vivo: che può essere sereno o corrucciato, che manda la pioggia o il bel tempo, e che su là c'è il Sole, c'è la Luna, ci sono le nuvole e che è tutto bellissimo. Tutto questo lo abbiamo scoperto per merito tuo: senza di te saremmo ancora a rovistare tutto il giorno fra le sterpaglie. E questo è il tuo grande regalo.”

“ Ma un altro grandissimo regalo ci puoi ancora fare: ritorna. Sì ritorna; dopo che avrai visitato mari e laghi e fiumi, dopo che avrai contemplato panorami immensi, ritorna, ci troverai sempre qui ad attenderti, pronti ad accoglierti. Perché se tu non dovessi tornare, a poco a poco noi ridiventeremmo i selvatici di prima. Ritorna, Gabbianella! Ritorna.!”


 
Discussione n. 1
27/06/10
Moderatore Pietro    
Provare la funzionalità della sceda sdc.
 
Commento n. 1
gg-mm-aa
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Discussione n. 2
gg-mm-aa
Moderatore Pietro    

Ho alcune cose da chiedere a Raffaele, riguardo al racconto "Polesine": dovrebbe essere lui stesso ad assumere il ruolo di moderatore.

 
Commento n. 1
gg-mm-aa
Commenta:      
 
 
 
 

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